Egitto. Se Tahrir diventa 'barbuta' promette meno unità
Il 'venerdì dell’autodeterminazione' ha visto migliaia di persone confluire verso piazza Tahrir, simbolo della rivolta egiziana. Per la prima volta dalla celebrazione del 1° anniversario della rivoluzione, il 20 aprile, la piazza è tornata ad essere il fulcro di un fronte comune di protesta contro il potere della giunta militare e le ingerenze di quest’ultima nel processo di transizione.
di Annalaura Turiano dal Cairo
Dopo il sit-in indetto il 13 aprile dai salafiti in sostegno al loro candidato presidenziale Hazem Salah Abu Ismail dichiarato ineleggibile, piazza Tahrir è stata nuovamente teatro, venerdì scorso, di una grande manifestazione di protesta.
Il venerdi "del salvataggio della rivoluzione e dell’autodeterminazione", (inqādh al-thawra wa taqrīr al-maṣīr), ha visto confluire verso la piazza migliaia di persone appartenenti a vari schieramenti politici e ideologici, dai giovani del 6 aprile ai salafiti del Hizb al-Nûr.
L’appello delle forze laiche
La manifestazione di venerdì era stata indetta dal movimento del 6 aprile e dalla coalizione dei giovani rivoluzionari, con l’obiettivo di esprimere il loro malcontento di fronte ad una situazione politica stagnante, e per dar voce ad un’agenda di rivendicazioni, le più importanti delle quali riguardano la formazione di un’assemblea costituente rappresentativa di tutte le forze della società egiziana, l’abrogazione dell’articolo 28 della dichiarazione costituzionale militare che garantisce l’immunità della commissione delle elezioni presidenziali e il rispetto del calendario stabilito per il passaggio del potere dai militari ai civili.
Fra le ragioni della protesta, anche la presenza massiccia degli islamisti nelle istituzioni sorte dopo la rivoluzione.
Dopo le elezioni parlamentari che hanno portato al potere una maggioranza di Fratelli Musulmani e di salafiti, nel mese di marzo si è proceduto all’elezione dell'Assemblea costituente. Formata per metà da parlamentari e per l’altra da esterni all’organo legislativo, l’assemblea è stata progressivamente boicottata da una ventina di membri - laici, esponenti della chiesa copta e di al-Azhar - in segno di protesta contro l’opacità dei criteri di elezione.
I membri che si sono ritirati hanno accusato le correnti di tendenza islamica di voler monopolizzare, con il loro peso numerico, i lavori dell’assemblea, favorendo inoltre, nelle nomine, i loro alleati.
L’assemblea é stata infine sciolta, e ancora oggi si discute sui criteri da adottare per le prossime elezioni.
La contestata adesione dei Fratelli musulmani e degli salatiti
Benché la giornata di protesta fosse un’iniziativa delle forze laiche, i Fratelli Musulmani e i salafiti hanno annunciato che avrebbero preso anch’essi parte al venerdi dell’autodeterminazione.
Tale decisione ha sollevato le polemiche di non pochi esponenti dei movimenti laici che l’hanno interpretata come l’ennesima prova di un opportunismo politico dettato dal calo di popolarità per via di quanto accaduto nella costituente, e per l'impasse nel dialogo con il Consiglio delle forze armate, in corso da mesi.
Inoltre, in seguito all’annuncio dell’ineleggibilità di 10 candidati presidenziali (tra cui il salafita Hazem Salah Abu Ismail e il candidato dei Fratelli Musulmani Khayrat el-Shater), si temeva che la piazza fosse monopolizzata dai sostenitori dei candidati esclusi, come era avvenuto il venerdì precedente [13 aprile, ndr] al Cairo e ad Alessandria.
Appello per un fronte comune
Altri osservatori vedevano nella massiccia partecipazione di forze e di schieramenti politici eterogenei l’opportunità di una rinnovata unità, dal momento che negli ultimi mesi il movimento rivoluzionario è apparso sempre più frammentato.
Alcuni portavoce delle forze laiche sottolineavano la necessità di un fronte comune di lotta e di rivendicazioni contro l’onnipresenza del Consiglio delle forze armate nel processo di transizione.
La recente pressione esercitata dalla giunta al potere per terminare i lavori della costituente prima di procedere alle elezioni presidenziali ha generato il timore che si verifichi un’ingerenza dei militari nella redazione della carta fondamentale, oltre che una procrastinazione del passaggio di poteri ad organi civili.
D’altra parte, come riportato dal quotidiano al-Masry al-Yom, il portavoce dei Fratelli Musulmani Mahmud Ghozlan ha assicurato di condividere le principali rivendicazioni delle forze laiche: passaggio rapido dei poteri ai civili, liquidazione degli esponenti del vecchio regime, salvaguardia della Costituzione da ogni tentativo d’ingerenza.
Diversità delle forze in campo
Nel corso della manifestazione la diversità delle forze in campo era evidente, materializzata tra l’altro dagli otto palchi allestiti nella piazza, ciascuno diventato il podio di una fazione politica.
Non sono mancati attriti quando ‘Amr Hamzaui, candidato liberale, dopo essersi rivolto ai manifestanti, ha accusato i Fratelli Musulmani di aver adottato un atteggiamento conservatore e antirivoluzionario, incitandoli a ritirare il loro candidato presidenziale.
I Fratelli, all’indomani della rivoluzione del 25 gennaio scorso, avevano assicurato di non voler presentare alcun candidato alle presidenziali (decisione che ha provocato l’allontanamento di Abdel Moneim ‘Abul-Futuh dalle file del partito, proprio a seguito della dichiarata volontà di candidarsi alle prossime presidenziali).
Contravvenendo a questa prima linea, il Partito della libertà e della giustizia (braccio politico della Fratellanza) ha presentato due candidati: Khayrat el Shater, dichiarato recentemente ineleggibile a causa dei suoi precedenti giudiziari e Mohamed Morsi, che rimane oggi l’unico candidato degli Ikhwan.
Malgrado la diversità delle forze in campo, la partecipazione degli islamisti è stata però maggioritaria, tanto che il quotidiano Al-Masry al-Yom intitolava l’articolo dedicato alla giornata di protesta "Una Tahrir barbuta promette meno unità del previsto".
Mentre i giovani del 6 aprile scandivano lo slogan come "La religione è per Dio, la nazione per tutti", i cori dei sostenitori di Abu Ismail si levavano a gran voce.
Nel tardo pomeriggio, inoltre, mentre le altre forze lasciavano progressivamente la piazza, i partigiani di Abu Ismail, rimanevano a manifestare per le strade.
Rivedicazioni comuni
Le diverse voci che si sono levate venerdì e le molteplici rivendicazioni che sono state espresse sono di certo una prova delle divisioni ideologiche che attraversano oggi la società egiziana.
Tuttavia, gremita di migliaia di persone, la piazza, ha rappresentato ancora una volta la cassa di risonanza di un malcontento generalizzato verso la gestione attuale del potere da parte del Consiglio delle forze armate e dei tentativi di quest’ultimo di mantenere un'haute main sul processo di transizione.
Oltre al rispetto del calendario stabilito per il passaggio dei poteri ai civili, i manifestanti hanno chiesto all’unisono l’applicazione della legge di 'lustrazione', mirante a epurare le istituzioni dai fulûl, gli esponenti del regime di Hosni Mubarak, ancora oggi presenti in molti ministeri e istituzioni.
24 aprile 2012
