Egitto. Scioperi dei lavoratori, se la rivoluzione continua dal 'basso'

"Senza ombra di dubbio, il caos economico che sta vivendo l’Egitto è l'inevitabile risultato dei peccati di un’epoca ormai passata, ma che ha segnato il paese per troppi anni, sprigionando ogni sorta di corruzione, frode e negligenza, annientando l’economia reale e dissanguando le risorse umane e naturali del paese, portandoci sull’orlo di un’esplosione che ha accelerato la gloriosa rivoluzione del 25 gennaio".

 

 

 

 

 

 

 

di Soha Farouk – traduzione a cura di Stefano Nanni

 

 

Questo estratto che plaude alla rivoluzione egiziana e attacca duramente il passato non è un proclama di un attivista rivoluzionario, come potrebbe sembrare, ma proviene da uno degli economisti più importanti del regime di Mubarak, un influente ex-membro dell’ex-partito al potere, il Partito nazional-democratico.

E’ stato invitato ad un incontro con varie personalità del mondo degli affair organizzato da Morsi, il nuovo presidente, per discutere la riforma del settore degli investimenti.

Ironicamente, nella sua proposta di un piano d’azione in 4 punti per riformare l’industria, la protezione dei diritti dei lavoratori è stata menzionata brevemente soltanto alla fine, in modo schematico e affatto convincente.

Infatti, che sia prima o dopo Mubarak, raramente i diritti dei lavoratori sono stati considerati uno dei punti chiavi dell’agenda politica del paese.

Nonostante i numerosi scioperi e proteste che si sono succeduti a partire dal 2000 vengano considerati l'apripista della rivoluzione del 25 gennaio, i lavoratori hanno fallito nel raccoglierne i frutti.

Poco dopo lo scoppio della rivoluzione sono però riusciti a ripristinare, anche se parzialmente, il loro diritto di organizzare e formare dei sindacati fondando la Federazione egiziana dei Sindacati Indipendenti, che ha raccolto l’adesione di migliaia di nuove organizzazioni dei lavoratori.

Tuttavia, la Federazione egiziana dei Sindacati (ETUF), guidata dalle stesse figure corrotte e anti-sindacati indipendenti, non è stata dissolta.

Divisi e auto-organizzati, con scarse risorse economiche ed umane, i neonati sindacati non possono competere con il potere dell’ETUF, ed è per questo che arricchite e rinvigorite dalla rivoluzione, le proteste dei lavoratori continuano senza sosta.

Ciononostante sono stati accusati dai media di 'ostacolare il ciclo della produzione' in nome delle loro rivendicazioni di 'settore', invece di tornare subito al lavoro e ricostruire l’economia del paese.

Inoltre, lo SCAF - il Consiglio supreo delle forze armate - si è premurato di introdurre una nuova legge che di fatto criminalizza chiunque partecipi o invochi uno sciopero o un sit-in che influenzi negativamente il lavoro delle istituzioni pubbliche e minacci la sicurezza del paese.

In aggiunta, la nuova legislazione in materia di sindacati, che conferiva ai lavoratori più libertà di associazione e la formazione di nuovi sindacati, è stata bloccata.

Durante le campagne elettorali e legislative, i loro interessi sono stati dimenticati sia delle forze liberali che islamiste.

Il supporto da parte del partito di Libertà e Giustizia, che ha ottenuto la maggioranza parlamentare e vinto le presidenziali, si è limitato a poche e controverse affermazioni, finalizzate ad arrestare gli scioperi o addirittura a stroncarli con la forza.

Per contro, il partito orientato al libero mercato (e guidato da uomini d’affari liberali) è ora molto più attivo e determinato ad ottenere la maggioranza nelle elezioni sindacali e controllarne le direzioni.

Per quanto riguarda il comitato istituito per l’elaborazione di una nuova Costituzione, i membri dell’ETUF sono i soli rappresentanti degli interessi dei lavoratori, contro un dietro le quinte che invece vuole l’abolizione delle quote parlamentari per lavoratori e contadini nella nuova Costituzione.

Il recente sciopero degli operai tessili di Mahallah è stato seguito da tante altre proteste, tutte animate dalle stesse domande - salario minimo, contratti a tempo indeterminato, assicurazione sanitaria ed una ‘pulizia’ di manager corrotti all’interno delle fabbriche.

Mentre la lotta per il potere continua, con dispute tra le forze militari, liberali e islamiste che rubano la scena, la battaglia contro l’orrenda ineguaglianza getta una profonda ombra sulla società egiziana, costituendo però al tempo stesso l’ultima possibilità per portare avanti la rivoluzione prima che venga strangolata dalle forze capitaliste che dominano l’economia.

Più la rivoluzione dal basso diventa attiva e robusta, più ci sarà giustizia sociale.
 

 

 

 

26 luglio 2012