Egitto: oggi è sciopero generale
Ad un anno dallo scoppio della rivolta, opposizioni politiche e sindacati indipendenti hanno programmato uno sciopero generale per oggi, primo anniversario della caduta di Mubarak. Dopo il bagno di sangue di Port Said (74 morti) e le manifestazioni a sostegno degli ultras egiziani, un fronte eterogeneo si smarca dal conservatorismo del neoeletto Parlamento, promuovendo pratiche di disobbedienza civile.
Un ultras che lancia pietre contro le forze di sicurezza dopo un match di campionato a Port Said, nella zona del Canale di Suez. Una ragazza che scende in strada, al Cairo, per manifestare in suo sostegno. Circa 800 km più a sud, vicino al Mar Rosso, un operaio sciopera da giorni per rivendicare dalla multinazionale alla quale 'appartiene' un contratto dignitoso.
Scene oramai consuete di un Egitto “post-rivoluzionario”, tutte strettamente legate da una semplice constatazione.
Ad un anno dall’inizio della rivolta egiziana, la situazione sembra più che mai complessa, e gli esiti ancora imprevedibili.
La scintilla…
Mercoledì 1° febbraio, a Port Said, dopo una partita del campionato egiziano, violenti scontri si sono verificati tra i supporter delle due squadre, con il coinvolgimento delle forze di sicurezza egiziane.
La dinamica è ancora poco chiara. Fatto sta che 74 egiziani sono morti. Mai nella storia del calcio egiziano si era assistito a un bagno di sangue di tali proporzioni. Altrettanto rilevante, la reazione che la popolazione ha mostrato di fronte all’episodio.
Manifestazioni in tutto il paese sono nate spontaneamente il giorno successivo, in solidarietà con le vittime della strage. I manifestanti accusavano le forze di sicurezza di non essere intervenute dopo i primi tafferugli e di averli anzi incoraggiati con il loro atteggiamento passivo.
A quei 74 morti se ne sono aggiunti altri dieci al Cairo, e poi di nuovo cinque a Port Said per la dura repressione delle forze di sicurezza, che non hanno esitato ad utilizzare pallini da caccia contro i manifestanti.
Il sentimento di vicinanza per le vittime di Port Said nasce dal ruolo che hanno avuto gli ultras delle squadre egiziane durante questo ultimo anno, che si somma alla crescente disaffezione verso il Consiglio militare e il durissimo apparato repressivo messo in piedi contro qualsiasi tipo di manifestante.
Sin dai primi giorni della rivolta gli ultras erano gli unici a riuscire a tenere testa alle forze militari egiziane negli scontri.
Abituati periodicamente a confrontarsi con la durezza degli apparati di sicurezza, queste giovani (a volte giovanissime) frange hanno saputo sfidare a viso aperto i militari sul loro stesso terreno, riportando importanti risultati.
La progressiva politicizzazione durante quelle settimane la si può ben vedere dai comunicati presenti sulle loro pagine facebook.
Una solidarietà dettata anche dal mistero sulle dinamiche del massacro. Molti testimoni hanno denunciato la presenza di alcuni gruppi infiltratisi durante gli scontri, ed un atteggiamento stranamente passivo delle forze di sicurezza che non sono intervenute come solitamente fanno.
I sospetti sul Consiglio militare si consolidano se si pensa che recentemente il suo capo, il maresciallo Tantawi, in un estremo tentativo di legittimare il proprio ruolo in questo controverso processo di transizione, aveva limitato la legge d’emergenza “ai soli atti di vandalismo”.
Naturalmente il criterio attraverso il quale distinguere una manifestazione di contestazione politica da un atto di vandalismo è puramente arbitrario e demandato agli stessi militari.
Un tentativo poco convincente, se si pensa che il giorno prima di quel tragico mercoledì, l’attuale ministro degli Interni, Muhammad Ibrahim, di fronte a tutto il Parlamento, aveva difeso a spada tratta la legge d’emergenza per i suoi i benefici effetti sull’ordine pubblico.
Sciopero generale e disobbedienza civile
L’indignazione è forte e non si ferma alla semplice condanna dell’evento. A detta dei manifestanti, che ancora ieri si sono radunati in vari cortei per contestare la presenza dei militari al potere, troppe sono state nell’ultimo anno le stragi che hanno visto protagonisti i militari o gli apparati di sicurezza egiziani.
Proprio a seguito di un’altra strage come questa, avvenuta lo scorso novembre, è nata una coalizione di oltre cinquanta sigle, tra partiti e gruppi politici, l’Alleanza dei Rivoluzionari d’Egitto.
L’Alleanza ha recentemente diffuso un comunicato con il quale chiama la popolazione egiziana ad uno sciopero generale per oggi - 11 febbraio - anniversario della cacciata di Mubarak.
Uno sciopero generale che, a detta del comunicato, potrà essere scongiurato solo se venissero accolte alcune richieste.
Tra le più importanti vi è lo scioglimento del governo provvisorio che, nominato dal Consiglio militare, è ancora oggi a capo dell’esecutivo; delle immediate elezioni presidenziali; la costituzione di “tribunali rivoluzionari” per l’accertamento delle responsabilità di esponenti del vecchio regime; lo scioglimento dell’Apparato di sicurezza nazionale (forze speciali). Si evoca inoltre il diritto della popolazione egiziana ad adottare pratiche di disobbedienza civile.
La chiamata è stata progressivamente accolta da un fronte diversificato di forze sociali.
Nel mondo universitario hanno aderito tra le altre l’Università del Cairo, la German University, ma anche l’AUC (American University of Cairo) e la Modern Science and Arts University.
Il sostegno del mondo sindacale indipendente
L’appuntamento dello sciopero generale è riuscito a far confluire assieme movimenti prettamente politici (l’Alleanza e le organizzazioni studentesche) e organizzazioni del mondo del lavoro.
Circa centoventi sigle hanno aderito allo sciopero, in solidarietà con le vittime dei massacri perpetrati dalle forze di sicurezza.
Anche tra di loro si è radicato oramai l’utilizzo della disobbedienza civile: reclamano il diritto della popolazione egiziana a non pagare tasse e bollette per fare pressione sulle autorità egiziane.
Protagonisti di questo secondo blocco sono i sindacati indipendenti. Ad oggi sono circa 300 le nuove sigle sindacali che agiscono a livello nazionale ma che ancora non hanno ricevuto alcun riconoscimento legale.
Qualche mese fa il governo egiziano aveva fatto una proposta di legge per rompere il monopolio che a livello sindacale si era costituito in Egitto sin dai tempi di Nasser. Un monopolio che si rafforzò sotto Sadat: la legge 35/76 dichiarava infatti che la Federazione egiziana dei sindacati era l’unica federazione autorizzata dallo Stato.
La nuova legge promossa qualche mese fa garantiva la totale libertà dei lavoratori di costituirsi in sindacato. Attualmente è stata accantonata dal Consiglio militare.
Un temporeggiamento sospetto. Durante gli ultimi governi ad interim nati dalla fine dell’era Mubarak, le privatizzazioni delle industrie nazionali sono continuate ad un ritmo serrato, provocando un’ondata di licenziamenti.
Secondo Jano Charbel, giornalista del quotidiano Egypt Independent, durante il governo al-Ganzuri, si sono privatizzate ben 128 compagnie. Solo l'esecutivo guidato da Ahmed Nazif, sotto il regime di Mubarak, aveva fatto peggio, ma in un arco di tempo ben più lungo (2004-2011).
I sindacati indipendenti hanno quindi aderito alla chiamata. Perché se la priorità di tutte le forze di opposizione, per il momento, è quella di detronizzare i militari, il malcontento sociale nel paese è crescente.
Il malcontento sociale aumenta
Lo scorso martedì, Mahmoud Hashish, un giovane lavoratore temporaneo impiegato presso l’Assemblea del Popolo, e da poco licenziato, si è dato fuoco di fronte all’edificio dove si riuniscono solitamente i parlamentari.
Stava partecipando ad una manifestazione assieme ad altri precari da poco licenziati dallo stesso edificio.
Intanto, lontano dal Cairo, a trenta km circa dalla città di Marsa Alam, sul Mar Rosso, il bacino minerario Sukari Gold Mine, controllato dall’australiana Centamin Egypt, è in continua agitazione. Uno sciopero è cominciato lo scorso 3 febbraio.
I lavoratori hanno intrapreso la mobilitazione per denunciare le massacranti condizioni di lavoro che devono quotidianamente affrontare, con turni di circa dodici ore, senza una regolare contrattazione che permetterebbe loro, tra l’altro, di costituirsi in sindacato all’interno dell’azienda.
E gli incidenti, spesso dovuti all’eccessivo carico di lavoro, sono all’ordine del giorno. Questo mentre l’azienda produce qualcosa come otto o nove tonnellate di oro all’anno.
I lavoratori in mobilitazione fanno parte di quei tremila impiegati che lavorano nell’impianto, ma che sono contrattualizzati da compagne sussidiarie.
Da giorni sono oggetto di ricatti, minacciati di licenziamento se scoperti a parlare con gli organi di stampa. La Sukari Gold Mine non è nuova a queste mobilitazioni.
Già nel febbraio dello scorso anno, più di trecento lavoratori avevano avviato uno sciopero della fame per denunciare le loro critiche condizioni.
Nuovi governanti, ma la situazione non cambia
Di fronte alle nuove alleanze tra opposizioni politiche e sindacalismo indipendente, il neo eletto Parlamento non sembra in grado di dare risposte adeguate.
La bagarre che si è vista all’Assemblea del Popolo lunedì scorso è indicativa del gioco delle parti che le varie formazioni politiche stanno facendo sulla pelle dei manifestanti.
Quando si è affrontata la questione dei disordini avvenuti al Cairo a seguito di quanto successo a Port Said, la tensione è subito salita. In particolare sono state le parole del portavoce dell’Assemblea, Saad Katatni, ad accendere gli animi: durante quella sessione ha affermato che le forze di sicurezza non avevano usato pallini da caccia contro i manifestanti.
Esponenti dei partiti liberali hanno immediatamente criticato l’informativa, mostrando dei proiettili a loro dire presi dai luoghi dove erano avvenuti gli scontri.
Le forze islamiste hanno risposto con una determinata difesa dell’operato del ministro degli Interni.
Un parlamentare dell’Hizb al-Nur [primo partito salafita e terza forza in Parlamento] è arrivato a dichiarare che “quelli [i manifestanti] non sono gli stessi protagonisti della Rivoluzione del 25 gennaio”.
Nel suo intervento è arrivato a definirli dei “ladri”. Le stesse parole adoperate dal Consiglio militare qualche mese fa.
A seguito dell’accertamento del numero di morti tra coloro che erano scesi in piazza al Cairo per manifestare contro la strage di Port Said, il Parlamento egiziano ha votato due mozioni.
Con la prima si è costituita una delegazione di parlamentari che nei prossimi giorni dovrebbe indagare sull’uso di proiettili da parte delle forze di sicurezza.
A distanza di poche ora lo stesso Katatni ha chiesto al ministro degli Interni di ordinare alle forze di sicurezza di non usare pallini da caccia contro i manifestanti. Intanto lo stesso ministro continuava a negarne l’utilizzo.
L’atteggiamento contraddittorio di tutto il neoeletto Parlamento egiziano sembra abbastanza evidente.
Solo poche settimane fa, durante la prima sessione tenutasi dopo le elezioni l’Assemblea del Popolo aveva presentato una lettera di ringraziamento nei confronti delle forze armate per aver “protetto e garantito gli egiziani durante la rivoluzione”.
Contraddizioni che si ravvisano anche nell’atteggiamento ambiguo dei Fratelli musulmani, che con il Partito Giustizia e Libertà sono oramai la principale forza di governo nel paese.
Da una parte la Fratellanza ha condannato gli atti di violenza commessi contro i manifestanti. Uno dei suoi parlamentari, Jamal Hanafi, dopo essere sceso per le strade del Cairo domenica 5 febbraio nella zona dove stavano avvenendo gli scontri, ha definito il massacro perpetrato dai militari come “totalmente inaccettabile”.
La Fratellanza condanna allo stesso tempo la scelta di indire uno sciopero generale per protestare contro i recenti massacri.
Il Segretario generale degli Ikhwan, Mahmud Hussein, ha infatti giudicato questa iniziativa come “estremamente pericolosa, una minaccia per la nazione ed il suo futuro”.
Vedremo a fine giornata l’esito dello sciopero. Certo è che nuove convergenze si stanno delineando nel panorama dell’opposizione egiziana che il Parlamento non sembra in grado di rappresentare.
11 febbraio 2012
Gli Stati Uniti forniscono all'Egitto 1,3 miliardi di dollari in finanziamenti per gli armamenti. Accadeva nell'epoca Mubarak e potrebbe accadere ancora ora. Dipende dall'esito dell'attacco in corso da parte della magistratura alle ong americane che si occupano di diritti umani e che hanno monitorato le ultime elezioni. E non certo dalle stragi di piazza ordinate dal Consiglio militare.
Il rilascio di circa due mila prigionieri sembra una mossa distensiva del Consiglio militare in vista delle tormentate celebrazioni che si terranno per il primo anniversario della rivolta. I messaggi che arrivano dal movimento degli “Ufficiali liberi”, in prigione per il sostegno loro accordato alla piazza, ci indicano una potenziale escalation delle proteste anti-SCAF anche nelle prigioni egiziane. Ecco come le carceri partecipano al gioco di legittimazione e delegittimazione di chi gestisce oggi il processo di transizione democratica in Egitto.
"Nonostante la vittoria alle elezioni, i Fratelli Musulmani devono trovare un equilibrio nella relazione tra religione e Stato". Lo scrive Ayman El-Amir, ex-corrispondente di Al-Ahram a Washington, che da una parte si schiera con "quei giovani che hanno issato le bandiere credendo di consegnare la rivoluzione in mani sicure", e dall'altra accusa i militari di "controrivoluzione".
Le casse della Banca centrale d'Egitto piangono miseria. La crisi che ha colpito il settore turistico sta mandando in rovina milioni di egiziani, costretti ad accettare stipendi da fame. Dopo i manganelli e i lacromogeni occidentali, ora i giovani di Piazza Tahrir devono combattere anche la povertà.
Quella che ci accoglie negli ultimi giorni di questo 2011 indimenticabile per gli egiziani è una città sospesa. Tanta, troppa la miseria in cui continua a vivere la maggioranza della popolazione, come a Poulak, dove arriviamo accompagnate da alcune attiviste del Centre for egyptian women legal assistance, che in questo quartiere ha la sua sede.
Da giorni la stampa egiziana e internazionale si felicita della liberazione del noto attivista egiziano. Tuttavia, a guardare bene, il suo rilascio sembra più un semplice diversivo, che non mette in discussione gli strumenti repressivi che il regime ha a disposizione per mantenere il controllo sulla piazza.
L’ultima nave è partita dal North Carolina (Usa) il 26 settembre scorso. Direzione Suez, Egitto. Scalo tecnico a Cagliari, Italia, il 15 novembre. Ultima in termini di tempo. Sette tonnellate di armi e munizioni, tra cui manganelli di gomma, gas lacrimogeni e fumogeni. Tutto made in Usa, tutto autorizzato dal dipartimento di Stato americano. Mittente la Combined System, Inc. Destinatario l’esercito egiziano.
L'incontro di Robert Fisk con Alaa Al-Aswani, dentista e autore di “Palazzo Yacoubian”, così come di altri importanti scritti, l’ultimo dei quali dedicato a piazza Tahrir. Si parla di rivoluzione e controrivoluzione nell'Egitto post-Mubarak.
Dopo nove mesi di rivoluzione permanente, il paese s'interroga sulla strada da percorrere. E le risposte sono molte, e tutte diverse: "Sono un militare e i miei soldi arrivano dal popolo egiziano: tutto l’esercito è pagato dalle tasse della gente. Anche Tantawi".
Continua a restare vivo il filo rosso che lega le rivolte nordafricane e i movimenti di protesta occidentali, un collegamento che si evidenzia nei valori ma anche nei mezzi utilizzati per reprimerli e ancora nella solidarietà che i giovani dimostrano tra loro.
Molti dei manifestanti di piazza Tahrir sono stati gravemente feriti da gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Tante le persone ricoverate con sintomi di asfissia e reazioni allergiche, senza contare i traumi al volto e agli arti provocate dalle "armi" made in Usa.
Se nelle ultime settimane i Fratelli musulmani avevano progressivamente acquisito visibilità per le loro posizioni critiche contro i militari, ora sembrano intenzionati a fare un passo indietro. Un atteggiamento ambiguo, ma non sorprendente.
Ancora scontri questa notte nelle vie del Cairo, in particolare di fronte agli edifici del ministero degli Interni egiziano. Ultimo tassello di una fase che ricorda molto quanto avvenuto lo scorso gennaio, sia per i caratteri della mobilitazione che per le strategie di repressione adottate dagli apparati di sicurezza.
Ancora morti in Egitto. I manifestanti sono scesi di nuovo in piazza contro il governo militare. Ormai si contano diverse vittime e centinaia di feriti. Gennaro Gervasio, dal Cairo, racconta: "A protestare sono soprattutto gli attori sociali rimasti ai margini del processo elettorale". Tra gli esclusi, anche i giovani di piazza Tahrir.