Egitto, lotta per una rivoluzione di classe: intervista a Hossam El-Hamalawi

Egitto_HossamElHamalawy.jpg

"Un piede nella strada, l'altro nello spazio virtuale". Giornalista, fotoreporter, militante nel partito egiziano dei Socialisti Rivoluzionari. Hossam el-Hamalawi ci racconta la sua rivoluzione, come è nata e come intende portarla avanti. Ma è solo la prima parte.

di Anthony Santilli

 

Cominciamo dalle origini della rivolta egiziana.

Partiamo da un dato di fatto: mentre stiamo parlando, è in corso in Egitto uno sciopero ad oltranza nel settore dei trasporti pubblici, ed anche i professori universitari sono in sciopero. Nelle ultime tre settimane più di mezzo milione di egiziani ha scioperato. Molti hanno percepito la rivoluzione egiziana come 'la rivoluzione di Facebook', ma naturalmente vi sono delle radici profonde in questa rivoluzione e i lavoratori hanno svolto un ruolo centrale.

Dal dicembre del 2006 l’Egitto ha attraversato uno dei più lunghi e partecipati periodi di scioperi della sua storia. Si tratta della più forte ondata di mobilitazioni dal lontano 1946. Nemmeno negli anni Settanta vi fu un’ondata di questa portata.
 

Sin dallo scoppio delle prime rivolte, i lavoratori erano presenti. Solo che inizialmente stavano partecipando come “protestanti” piuttosto che come “lavoratori”. Durante quella prima settimana di rivolte [25/31 gennaio] il governo aveva chiuso fatto chiudere le banche, gli esercizi pubblici e tutte gli impianti industriali. Sembrava così che le manifestazioni di quel periodo non avessero una componente di lavoratori delle fabbriche. Allo stesso tempo però, quando arrivavano notizie di mobilitazioni per esempio nelle zone industriali di Suez, o di Mahalla (el-Kubra) o di Kafr el-Dawwar, subito si sapeva che si trattava principalmente di lavoratori.

Nell’ultima settimana di mobilitazioni [ndr, prima della caduta di Mubarak], a seguito del discorso del rais dove si erano promesse delle concessioni, il governo tentò di normalizzare la situazione attraverso la riapertura degli esercizi pubblici, delle industrie e delle banche. Una volta rientrati, i lavoratori hanno cominciato a protestare, non più solo come cittadini.
 

Non appena sono cominciate le proteste di massa, abbiamo capito che l’era di Mubarak era finita.

Cosa successe dopo quel famoso 11 febbraio?

Quando Mubarak fu deposto, l’11 febbraio scorso, molti attivisti della classe media, della rete e dei social network, erano felici e facevano appelli al popolo egiziano affinché ricominciasse a lavorare, per dare una chance al governo di transizione ed all’esercito. Ma per i lavoratori e per le persone di sinistra come me la storia era differente. Vedevamo in questi scioperi di massa il vero inizio della rivoluzione.

Gli scioperi di oggi rappresentano invece una seconda fase. Ci siamo liberati di Mubarak, ma dobbiamo ancora liberarci del regime. Perché in ogni posto di lavoro, in ogni azienda, in ogni università abbiamo dei mini-Mubarak. Il fil rouge che lega tutti questi scioperi è la volontà di liberarsi dalla corruzione, e di quei leader e manager affiliati al regime ed ai servizi di sicurezza. Questi scioperi sono stati denunciati dall’esercito, dai media controllati dallo stato, anche da molte forze politiche che rappresentano la classe media e alta. Hanno accusato i lavoratori di essere avidi, egoisti e di pensare solo a loro stessi.

Nell’aprile scorso l’esercito ha emanato una legge che criminalizza gli scioperi, sottoponendo questo reato al giudizio di tribunali militari. Ciononostante, gli scioperi sono continuati.

Ed il governo?

Per me non vi sono distinzioni tra esercito e governo. Essam Sheraf era un membro del PND [ndr, Partito nazional democratico, il partito di Mubarak]. Nonostante sia stato detto che il nome di Essam Sheraf fosse stato portato avanti dagli attivisti, in realtà furono solo alcune fazioni di liberali ad averlo sostenuto. Il problema alla fine è che anche se tu potessi nominarmi primo ministro, nemmeno io potrei fare nulla. Non si tratta dei singoli individui che occupano il potere. Sono i generali dell’esercito che controllano il processo di transizione, in tutti i suoi aspetti.

Cosa mi dici delle rivolte scoppiate in tutto il mondo arabo?

Le rivoluzioni sono contagiose, come le sconfitte. E’ come il gioco del domino: tutto è cominciato in Tunisia, poi è stato il momento dell’ Egitto ed ora anche degli altri paesi arabi. Crediamo che la nostra rivoluzione non andrà a buon fine a meno che non si leghi a delle profonde trasformazioni  in tutta la regione. Non si può costruire un Egitto democratico se si è circondati da un oceano di dittature, da un oceano di basi militari americane, e se si ha accanto un regime di apartheid come quello che c’è oggi in Palestina. Raramente ho assistito ad una manifestazione in Egitto senza vedere bandiere di altri paesi del mondo arabo, della Palestina, della Siria, del Bahrein etc. Se la nostra rivoluzione avrà successo, questa potrà contagiare chiunque.

Credi che oggi si stia proponendo un nuovo modello di rivoluzione dopo il fallimento di quelle scoppiate nel XX secolo?

Credo che il modello non sia cambiato. Noi vogliamo esattamente quello che voi volevate a Torino nel 1920, in Germania dal 1918 al 1923, in Spagna dal 1936 al 1939, o in Ungheria nel 1956. L’essenza è la stessa, ovvero il controllo dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori. Strategie e tattiche ovviamente cambiano. Per mezzi di produzione non intendo solo le grandi fabbriche. Molte persone poi pensano che il lavoratore sia solo quello in tuta blu. Chiunque lavori per un salario per me è un lavoratore, protagonista del cambiamento.

Di norma si tende a credere che i blogger siano promotori di un’idea politica più vicina ai valori della democrazia nord americana piuttosto che a quelli della lotta di classe da te proposti. Sei un’eccezione nella galassia di blogger egiziani e del mondo arabo?

La blogosfera egiziana ed araba in generale è molto estesa. Nel dicembre 2004, quando il mondo dei blogger ha preso forma, avevamo solo 30 blog personali in Egitto. Nel 2008 uno studio del governo ha detto che il numero di blog in Egitto era cresciuto a più di 168.000. L’anno seguente, secondo l’Arabic Network for Human Rights Information, il numero era cresciuto a più di un quarto di milione, solo in Egitto.

Hai quindi tutti i punti di vista, da quelli che seguono il modello americano, a quelli che adottano il modello islamista, oppure un modello socialista, come il mio. Ci sono blogger che non escono mai di casa e che vivono solo nel cyberspazio, ed altri che hanno un piede nella strada e l’altro nello spazio virtuale. Io rappresento una corrente nel mondo dei blogger, quella della sinistra radicale. Esercitiamo un ruolo di leadership nella blogosfera, siamo molto popolari ed il nostro punto di vista è fortemente condiviso. Tuttavia la stampa occidentale è spesso ossessionata dal punto di vista islamista o da quello liberale.

L’organizzazione di cui fai parte [al-Ishtirakiyya al-thawriyya, ovvero “Socialismo rivoluzionario”] ha un impianto trotskista. Qual è la sua composizione sociale e come siete radicati nella società egiziana?

Siamo un’organizzazione molto piccola, di poche centinaia di persone. Siamo umili e non voglio esagerare il nostro impatto sulla popolazione egiziana. Non siamo decine di migliaia. Quei milioni di persone che stanno scioperando in Egitto non sono necessariamente influenzati dal nostro pensiero. Ci piacerebbe, ma non sarebbe vero.

Tuttavia siamo coinvolti in alcune delle più importanti battaglie del mondo studentesco e del lavoro, e questo potrebbe dare l’impressione che siamo più grandi di quanto in realtà non siamo. La maggioranza delle persone che compongono la nostra organizzazione è fatta di studenti, laureati, ma la presenza di lavoratori sta crescendo.

Nel momento in cui milioni di lavoratori egiziani stanno scioperando, è impossibile, data la nostra dimensione, intervenire contemporaneamente in tutte le lotte. Siamo concentrati nei grandi centri industriali perché se loro si muovono, possono trascinare tutta la classe lavoratrice. Per esempio, nello stabilimento di Mahalla [el-Kubra], il più grande polo tessile del Medio Oriente ed il terzo polo al mondo nel suo settore, la leadership del movimento di lotta è socialista ed include anche un nostro compagno.

Qualsiasi cosa accada in Mahalla ha sempre un’influenza sullo scontro di classe in Egitto. Se Mahalla entra in sciopero, tutta la classe lavoratrice ne segue l’esempio. Se a Mahalla vi è una sconfitta, allora tutto il movimento di contestazione fa un passo indietro.

In Medio Oriente, sembra che alcuni movimenti islamisti siano riusciti a costruire un ampio consenso facendosi carico di quelle lotte che prima rappresentavano una bandiera delle forze di sinistra. Mi riferisco alla difesa delle masse più povere o alla battaglia anticoloniale. E’ lo stesso anche per l’Egitto?

Negli anni Cinquanta e Sessanta e fino circa alla metà degli anni Settanta, la scena politica mediorientale era dominata dalla delle forze di sinistra. Il loro è stato un fallimento, sia nella risoluzione dei problemi sociali, come anche di fronte ad Israele. Nel 1967 [ndr all’indomani della Guerra dei sei giorni] questa sconfitta era evidente a tutti. Anche i moti che si sono susseguiti negli anni Settanta sono tutti falliti. Mi riferisco per esempio a quelli egiziani del gennaio 1977, o ai moti tunisini del gennaio 1978.

Accanto a questa serie di sconfitte era scoppiata la rivoluzione islamica iraniana che riuscì a deporre lo Scià, oltre che a prendere una posizione molto netta contro gli Stati uniti. La matrice islamica ha cominciato ad essere percepita come alternativa all’esistente, ma in realtà, da un punto di vista della proposta socio-economica non è cambiato nulla.. Molti movimenti islamisti venivano inoltre sostenuti dai regimi al potere contro le sinistre.

Non è un caso che in molte realtà dove in passato vi era un forte presenza della sinistra, le correnti islamiste hanno avuto in seguito un altrettanto forte radicamento. Il sud del Libano ad esempio rappresentava la roccaforte del partito comunista libanese. Dopo il loro fallimento, quella regione è divenuta la roccaforte di Hezbollah. Molti intellettuali egiziani che si consideravano marxisti dopo il successo della Rivoluzione iraniana sono passati a sostenere correnti islamiste.

I popoli arabi non sono stupidi. Avevano provato l’opzione di sinistra per 20 anni, era venuto il momento di provare qualcosa di diverso.

Gli islamisti hanno avuto la loro chance durante gli anni Ottanta e Novanta. Alla fine di questi ultimi le insurrezioni da loro promosse (come in Egitto o Algeria) ed i governi islamici che si erano insediati (vedasi il Sudan) hanno fallito. Ancora un volta si era venuto a creare un vuoto che la sinistra poteva riempire.

Come?

Io appartengo ad una generazione che è entrata in politica nella seconda metà degli anni Novanta e che ha cominciato a rivitalizzare la sinistra partendo dai campus universitari. Una generazione che è stata in prima linea nelle mobilitazioni in favore della causa palestinese del 2000. Dal mio punto di vista il processo che ha portato agli eventi del 2011 è cominciato proprio da lì. Non è una coincidenza che si parta proprio dalla fine degli anni Novanta, quando cioè le insurrezioni promosse dalle correnti islamiste si stavano esaurendo. Se non fosse stato così, sarebbe stato difficile far riemergere la sinistra nel nostro paese.

Cosa pensi del ruolo svolto dai Fratelli Musulmani in Egitto?

Seppur molto attenti in passato alle questioni sociali, gli Ikhwan non proponevano un reale modello alternativo. Per loro occuparsi del sociale rimandava ad una questione di carità religiosa. E’ emblematico il fatto che negli anni Quaranta in Egitto si opposero fortemente agli scioperi promossi nel settore tessile. Dagli anni Settanta hanno deciso di sostenere delle politiche neo-liberiste. Tuttavia dobbiamo ricordare che non hanno mai fornito in passato un programma preciso rispetto alle prospettive sociali ed economiche. Utilizzavano solo slogan molto generali.

Quando hanno cominciato a fornire un programma economico più preciso, l’organizzazione si è fortemente divisa. La laedership del movimento appartiene alla comunità dei businessmen musulmani. Un’elite conservatrice che in passato aveva lasciato l’Egitto per i paesi del Golfo e che tuttavia non costituisce necessariamente il corpo centrale dell’organizzazione. La base su cui poggia il movimento è composta dalla piccola borghesia e dalla classe media dei professionisti. Se i Fratelli Musulmani cominciassero a proporre in maniera chiara dei programmi neo-liberali, perderebbero molti dei loro quadri di base.

Quale è stato il loro atteggiamento nei confronti delle mobilitazioni precedenti alla rivoluzione?

Negli anni precedenti, dal 2006-2011, i Fratelli musulmani non avevano preso parte a nessuno sciopero. Per esempio di fronte agli scioperi di Mahalla el-Kubra di quel periodo il movimento  aveva comunicato un sostegno formale, senza tuttavia impegnarsi direttamente.

Allo scoppio della rivolta il 25 gennaio e per i primi tre giorni la dirigenza della Fratellanza non aveva fornito nessun sostegno ufficiale. I giovani della Fratellanza aderirono invece immediatamente alle proteste. Solo dal 28 di gennaio la leadership dichiarò ufficialmente il suo sostegno.

E dopo la caduta di Mubarak?

A partire dall’11 febbraio, i Fratelli Musulmani ufficialmente non presero più parte a nessuna manifestazione. L’organizzazione non si è attivata per nessuno sciopero, e nemmeno nelle mobilitazioni all’interno dei campus universitari svoltesi nei mesi febbraio, marzo ed aprile per allontanare dalle università gli accademici e le forze di sicurezza legati al regime.

Sottolineo ancora tuttavia che non ho visto una singola protesta nella quale non ci fossero dei Giovani Fratelli musulmani, nonostante i divieti posti dalla leadership. Oggi vi sono delle divisioni in seno alla Fratellanza. Vi sono moltissime negoziazioni che stanno facendo dietro le quinte. La leadership preferisce scendere a compromessi con i generali, soprattutto in vista delle elezioni che si terranno il prossimo novembre. Pensano esclusivamente al Parlamento e non ad un’azione costante nelle strade.

[La seconda parte di questa intervista sarà pubblicata domani]

4 ottobre 2011

 photo by Hossam el-Hamalawi on Filckr