Egitto: lo sciopero generale è stato davvero un 'fallimento'?
L'11 febbraio è stato il giorno dello sciopero generale sostenuto da un ampio numero di movimenti sindacali, universitari e forze politiche. I media locali, l'esercito e i Fratelli musulmani si sono affrettati a decretarne il fallimento. Al di là dei numeri, la giornata è riuscita a mettere assieme anime della rivoluzione egiziana che esprimono aspirazioni diverse.
di Angela Albano da Alessandria
I numeri della battaglia
La mattina dell’11 febbraio il quotidiano governativo “Al Ahram” titolava a grandi lettere: “Il popolo rifiuta la disobbedienza civile”, annunciando così, ancor prima del suo inizio, il fallimento dello sciopero generale.
La maggior parte dei media egiziani ha parlato di un paese rimasto indifferente agli appelli di forze politiche e sindacali, dove uffici, trasporti e attività economiche hanno proseguito nella loro routine quotidiana.
Il Consiglio militare (Scaf) è andato oltre, riuscendo a vedere nel “boicottaggio” dello sciopero una legittimazione del proprio operato da parte della società civile egiziana: “Il popolo ha detto la sua parola nel più grande referendum popolare del paese”, hanno dichiarato in un comunicato diffuso su facebook.
Gli esponenti di alcuni movimenti politici promotori dello sciopero, come la Coalizione dei giovani della rivoluzione, il Movimento 6 aprile e Kefaya, hanno celebrato, al contrario, il successo dello sciopero e la continuazione delle mobilitazioni nei giorni successivi.
L'attivismo degli studenti
Così è avvenuto all'interno delle università, dove a partire dalla data dello sciopero generale, coinciso con l'inizio del semestre primaverile, è partita un'ondata di mobilitazioni che sta proseguendo anche in questi giorni.
Manifestazioni e sit-in si susseguono ormai quotidianamente: tra gli istituti coinvolti, anche l'università del Cairo, Ain Shams, Helwan e l'università americana. Al di fuori della capitale si sono mobilitati gli studenti di Mansura, Tanta, Alessandria.
Non solo manifestazioni ma anche dibattiti, assemblee, conferenze e proiezioni, come quelle della campagna “Askar kazzebon” (i militari: dei bugiardi), che attraverso i video mira a mettere in luce la disinformazione promossa dal Consiglio militare e dai media di Stato.
All'Università di Helwan due membri del Scaf sono stati cacciati durante una conferenza sul ruolo dell'esercito nella difesa della rivoluzione.
Un altro incontro presso l'Università del Cairo, dove era prevista la partecipazione di un membro delle forze armate, è stato cancellato a seguito alle proteste degli studenti. E anche i ragazzi delle scuole superiori sono scesi in piazza contro il governo dei militari.
Le difficoltà del mondo dei lavoratori
Da parte dei lavoratori, invece, nonostante l'adesione di circa 200 sindacati indipendenti allo sciopero generale, la partecipazione è stata piuttosto limitata, come confermato anche da esponenti del sindacalismo indipendente.
Fatima Ramadan, vicesegretario generale dell'Unione egiziana dei sindacati indipendenti (ITUF), ha dichiarato che “continueranno gli sforzi per organizzare uno sciopero popolare e che, anche se la partecipazione iniziale è stata debole, aumenterà col tempo".
Il quotidiano “el-Badil” riportava l'11 febbraio l'entrata in sciopero, tra gli altri, di 200 operai dell'industria dell'alluminio, di 2000 lavoratori dell'Ente per l'irrigazione a Nag Hammadi, nel sud dell'Egitto, di 6000 precari dell'agricoltura meccanizzata, e degli autisti dei microbus di Sadat City.
Due giorni prima della chiamata generale era cominciato invece lo sciopero dei lavoratori del porto di Ain Sukhna, a sud di Suez, sul Mar Rosso, sciopero che prosegue ancora oggi.
Ritrovate convergenze
Anche se i “numeri” parlano di una mobilitazione in gran parte limitata al mondo universitario, resta interessante il tentativo in questo sciopero di far convergere le proteste di piazza, il cui obiettivo principale è la rimozione dei militari dal potere, e le battaglie per la giustizia sociale, portate avanti dai lavoratori.
Non parliamo certo di qualcosa di inedito. Durante la rivoluzione del 25 gennaio, il movimento dei lavoratori ha dato un contributo determinante alla fine del regime, con un'ondata di scioperi che a partire dal 9 e 10 febbraio ha di fatto paralizzato l'economia egiziana, costringendo Mubarak alle dimissioni.
Ma in generale, durante lo scorso anno, le battaglie del movimento sindacale si sono concentrate principalmente su obiettivi legati al miglioramento delle condizioni economiche e lavorative.
Il trasferimento dei poteri ad un'autorità civile ha rappresentato invece una delle maggiori richieste delle manifestazioni promosse da partiti politici e movimenti rivoluzionari.
Dallo sciopero generale dell'11 febbraio sembra emergere invece una tendenza diversa, così come dalle manifestazioni per l'anniversario della rivoluzione, a cui hanno partecipato alcune organizzazioni sindacali.
In un comunicato del 12 febbraio, l'ITUF ha dichiarato di aderire allo sciopero generale per protesta contro le politiche del Consiglio militare, accusato di aver effettuato solo cambiamenti di facciata ad un regime che è rimasto intatto nella sostanza.
La partecipazione allo sciopero va quindi a sostegno “dei rivoluzionari e della rivoluzione, ma vuole anche ribadire che, ad una anno dalla caduta di Mubarak, le richieste della classe lavoratrice non sono state accolte”.
E queste richieste sono: stabilizzazione del lavoro precario, adeguamento dei salari al costo della vita, definizione di un salario massimo oltre che minimo, applicazione delle sentenze di nullità dei contratti di privatizzazione di alcune aziende (già passate in giudicato) e l'approvazione della bozza di legge sulle libertà sindacali da tempo presentata al governo.
Le rivendicazioni del Congresso egiziano democratico dei lavoratori (EDCL), un'organizzazione ombrello che raccoglie 246 sindacati, avanzate in occasione delle proteste del 25 gennaio scorso, sono molto simili.
Alle rivendicazioni di “Piazza Tahrir” (fine del regime militare, giustizia per i martiri e i feriti, epurazione delle istituzioni statali dai membri del regime) si affiancano quelle per l'approvazione di una legge sulle libertà sindacali, la cancellazione del decreto di criminalizzazione degli scioperi, la definizione di un tetto salariale e la stabilizzazione dei precari.
Quindi, al di là del mediatizzato discorso del “fallimento” della mobilitazione, è possibile intravedere in questa giornata un tentativo di mettere insieme componenti ed aspirazioni diverse già presenti all'interno della rivoluzione egiziana.
17 febbraio 2012
