Egitto: l'esercito scrive la "sua" Costituzione

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A meno di due settimane dall’inizio delle elezioni, le forze politiche e le principali istituzioni civili egiziane sembrano ricompattarsi di fronte all’ultimo tentativo dell'esecutivo di controllare il processo di transizione. La presentazione manu militari di un “documento di principi sopra costituzionali” che garantirebbe all’esercito una totale autonomia dal potere politico, oltre a fargli dettare modalità e tempi per la scrittura della nuova Carta costituzionale, ha trovato una forte opposizione.

 

 

di Anthony Santilli

 

Era da molto tempo che in Egitto non si vedevano tante forze politiche unite per promuovere un comunicato condiviso.

E il merito di questa rinnovata coesione è tutto dell’esercito, che da settimane sta tentando di mantenere il controllo sui processi decisionali che si apriranno dal prossimo 28 novembre, con l’inizio delle prime elezioni del post-Mubarak.

La “proposta” di una Carta di principi “sopra-costituzionali” non può che essere definita in questo modo. Ma facciamo un passo indietro.

 

La scintilla

Lo scorso primo novembre, il vice premier egiziano ‘Ali al-Selmi “propone” alle forze politiche egiziane la bozza di un documento con il quale si stabiliscono dei principi-quadro per la prossima fase di transizione democratica.

In particolare nella bozza si specificano i criteri attraverso cui si sarebbe nominata la commissione incaricata, dopo l’elezione del Parlamento egiziano, di redigere la nuova Carta costituzionale.

Si tratta di 22 punti, divisi in due sezioni. Una prima parte composta di dieci articoli definiti “I principi basilari”, e una seconda parte - di 12 articoli - dal titolo “Diritti e libertà pubbliche”.

Due di questi ultimi, e precisamente il numero 9 e il 10, definiscono le materie di sicurezza nazionale e il ruolo dell’esercito.

Si afferma che “Il Consiglio supremo delle forza armate, e lui solo, è incaricato di gestire tutte le questioni inerenti le forze armate e di discuterne il budget ” (art.9). Espressione per dire che il Consiglio oggi a capo dell’Egitto manterrà un potere esclusivo sulle materie militari, comprese le questioni inerenti il suo finanziamento. Un finanziamento che, si evince dallo stesso articolo, non potrà essere scandagliato da nessuno. Non sarà possibile quindi controllare le voci di spesa interne alla cifra complessiva, che sarà inserita “a scatola chiusa” nel budget di spesa nazionale.

Nell’articolo 10 si parla inoltre della formazione di un “Consiglio per la difesa nazionale” (Majlis al-difâ‘ al-watanî), incaricato di gestire qualsiasi questione inerente la difesa e la sicurezza del paese.

Molto spesso in passato, in contesti extra-europei, le transizioni da una fase autoritaria ad una democratica hanno visto la redazione di carte di principi, preliminari alla costruzione delle inedite architetture istituzionali e dei nuovi testi costituzionali. In teoria, queste avrebbero lo scopo di fissare delle regole condivise da tutte quelle forze politiche che intendono partecipare al processo democratico.

Sullo specifico caso egiziano, lo stesso ex direttore dell’AIEA e probabile candidato alle prossime elezioni presidenziali in Egitto, Muhammad el-Baradei, aveva presentato nello scorso mese di giugno un documento di questo tipo.

Priorità veniva accordata alla costruzione di regole condivise per un pacifico passaggio di poteri ad autorità ed istituzioni civili. I militari non dovevano quindi svolgere nessun ruolo nel processo di transizione.

Nella sostanza invece, il nuovo documento inoltrato dalle alte gerarchie militari alle forze politiche, per mano del governo, vuole fissare dei paletti ben precisi dai quali il processo di consultazione democratica non potrà allontanarsi.

Primo su tutti il fatto che il monopolio della violenza rimarrà nelle mani dell’esercito, il quale non avrà nessun controllore politico sopra di lui.

Un monopolio e un’autonomia che nella sostanza manterrebbe i militari al riparo da qualsiasi azione politica delle forza che saranno elette dal popolo egiziano.

Il documento poi indica in maniera dettagliata anche la composizione della prossima commissione che verrà incaricata della redazione del nuovo testo costituzionale. A dire che sono loro a decidere chi e come portare avanti l’apertura democratica del paese.

 

La reazione delle forze politiche

Sin da quando sono cominciate a circolare le prime voci di questa “proposta” dell’esecutivo, le forze politiche si sono allertate.

Sorprendentemente, le reazioni più dure sono venute dai partiti di tendenza islamica. Il partito della Libertà e della giustizia (emanazione dei Fratelli musulmani), dopo alcune esitazioni della prima ora ha rifiutato l’intero documento nonostante alcune modifiche apportate all’ultimo minuto proprio agli articoli 9 e 10 per le reazioni che avevano provocato.

Lo scorso 4 novembre alcuni leader della Gamâ‘a islâmiyya (partito promotore di un islamismo più radicale di quello della Fratellanza), come ‘Assam Abdel Meguid, hanno addirittura definito il documento “criminoso”. Sulla stessa linea anche altri partiti islamisti come il Hizb al-Nur (Partito della Luce) e alcuni gruppi salafiti.

Gran parte di queste forze hanno deciso di promuovere una grande manifestazione di massa per il prossimo 18 novembre per chiedere il ritiro del documento e reclamare il ritiro dei militari dal potere nel prossimo mese di aprile 2012.

Più sfumate, ma sempre critiche, le posizioni dei partiti cosiddetti “liberali”, che hanno accettato di sedersi al tavolo del governo per discutere il documento. Nel loro caso, le modifiche proposte da al-Selmi per attenuare i poteri concessi ai militari sono state percepite come la volontà di un’apertura che non poteva essere ignorata.

Un dibattito che ha profondamente diviso lo scenario politico egiziano. Questo almeno fino a poche ora fa. Ieri [domenica 13 novembre, ndr], un fronte eterogeneo di partiti e figure di spicco della società egiziana si sono riunite nel quartier generale del partito della Libertà e della Giustizia per presentare un comunicato condiviso.

Erano presenti 18 partiti differenti, facenti capo a differenti alleanze (Partito della Libertà e della Giustizia, il partito al-Ghad di Ayman Nour, al-Wasat, Karama, al-‘Adl etc). Accanto a loro molte personalità indipendenti di spicco e movimenti protagonisti delle mobilitazioni di piazza degli ultimi mesi (Movimento dei giovani “6 Aprile”, Coalizione dei Giovani della Rivoluzione etc ).

Il comunicato presentato mette a nudo le contraddizioni insite nella proposta del governo. Si sottolinea anzitutto come tale documento, a dispetto del fatto che riconosca piena sovranità al popolo egiziano, nella sostanza viene meno a tale principio accordando al Consiglio supremo delle forze armate e alla Corte costituzionale il potere di influenzare i lavori della Commissione costituzionale.

Si critica lo “statuto speciale” accordato all’esercito che, una volta approvata la bozza, risulterebbe un organismo “al di sopra della legge”, e al di sopra dei principi che saranno sanciti nella nuova Costituzione.

Ancora maggiore è la determinazione del comunicato congiunto nei confronti delle prossime tappe che l’esercito dovrà effettuare. Un ultimatum chiaro viene lanciato alle forze armate e all’esecutivo per ritirare, entro mercoledì prossimo [16 novembre NdR], la bozza presentata.

Altrimenti quella manifestazione promossa principalmente dai partiti di tendenza islamica per venerdì 18 novembre diverrà una manifestazione condivisa da tutte le forze politiche presenti.

 

L’iniziativa dei militari: una mossa controproducente

Per come è maturata, l’iniziativa può fornirci importanti spunti. Da una parte c'è da sottolineare la capacità di mediazione dei Fratelli musulmani, che sono riusciti in pochi giorni a trovare una sintesi tra le differenti posizioni che le forze politiche egiziane avevano assunto verso il movimento. Il fatto che il meeting si sia tenuto nella loro sede è quantomai indicativo.

Interessante anche il fatto che la lotta nei confronti dell’esercito si sia spostata oggi su di un piano prettamente istituzionale.

Tramite il comunicato, si evince la volontà di sfidare l’esercito proprio sul piano della correttezza “giuridica” del processo di transizione, evidenziandone le contraddizioni. In questo modo, sembra difficile che gli alleati più o meno manifesti delle forze militari, anche nel contesto internazionale (per esempio Israele e stati Uniti), possano obbiettare qualche cosa al riguardo.

Sul piano interno poi si mettono in difficoltà quei partiti rimasti passivi all’iniziativa del governo.

Infine, con questo comunicato la manifestazione del prossimo venerdì ottiene una più ampia legittimità politica rispetto alla sua iniziale natura che la vedeva come un’iniziativa particolare delle forze islamiste.

Se infatti l’esercito decidesse di non ritirare il documento, la responsabilità di aver “provocato” la mobilitazione sarà soltanto sua.

Al di là di quanto accadrà nelle prossime ore, quello che è certo è che un blocco sufficientemente coeso di forze politiche ha deciso di fare un passo ulteriore e inedito per smantellare lo strapotere dei militari, rimasto immutato dopo lo scorso 11 febbraio.

E questo, paradossalmente, proprio grazie ad un’iniziativa dei militari stessi, rivelatasi controproducente.

 

photo by Ramy Raoof
 

14 novembre 2011