Egitto: "I giovani di piazza Tahrir tenuti ai margini del processo elettorale"
Ancora morti in Egitto. I manifestanti sono scesi di nuovo in piazza contro il governo militare. Ormai si contano diverse vittime e centinaia di feriti. Gennaro Gervasio, dal Cairo, racconta: "A protestare sono soprattutto gli attori sociali rimasti ai margini del processo elettorale". Tra gli esclusi, anche i giovani di piazza Tahrir.
Manca solo una settimana alle elezioni in programma il 28 novembre, ma piazza Tahrir è tornata a manifestare. Questa volta per chiedere le dimissioni del governo militare che si è sostituito - solo temporaneamente - al regime di Mubarak.. Il bilancio degli scontri degli ultimi tre giorni è di 33 vittime.
Gennaro Gervasio, professore alla British University a Il Cairo abita proprio in piazza Tahrir. In un'intervista, racconta che tra i manifestanti è forte la paura che la "nomenclatura militare stia tentando di mantenere il potere sul paese". E non solo. Forte il malcontento degli "esclusi" dai giochi elettorali.
Secondo il suo racconto, venerdì sera, a Tahrir, c'erano molti islamisti, liberali, laici e uomini di sinistra.
"Gli islamisti sono andati via subito, come al solito. Sono rimasti gli altri. A fare il sit-in erano familiari delle vittime e amici dei 'prigionieri di opinione', i blogger arrestati".
Una parte delle manifestazioni si è tenuta proprio vicino il ministero dell'Interno. L'esercito, oggi, ha dichiarato di dover intervenire proprio per proteggere la sede.
"Non è l'esercito ad essere andato a piazza Tahrir, ma sono i contestatori ad essere venuti al ministero. I contestatori hanno il diritto di manifestare, ma noi dobbiamo frapporci tra loro e il ministero dell'Interno", ha detto il Generale Saeed Abbas, assistente del capo del comando centrale.
Gennaro Gervasio racconta ancora: "Questa volta la polizia ha usato le maniere forti. C'è stata l'evacuazione, poi ha iniziato a lanciare razzi e lacrimogeni e, a sera, è arrivata la reazione da parte dei manifestanti. Quando sono arrivati gli ultras egiziani, è diventata battaglia. Si è calmata solo nella notte".
Il professore sostiene che il numero dei feriti sia molto più elevato dei 180 dichiarati: "Una mia cara amica lavora nell'ospedale di campo allestito dai volontari in Piazza Tahrir e mi ha parlato di numeri molto più elevati rispetto a quelli ufficiali. Il ministero della Sanità, infatti, può registrare solo
quelli che si rivolgono agli ospedali. Già solamente la mia amica, ha curato diverse persone".
Poi, Gervasio chiarisce: "Il concentrarsi solo sul processo elettorale ha marginalizzato vari attori sociali e soprattutto le classi disagiate".
A manifestare sarebbero stati, secondo lui, "quelli tagliati fuori dal gioco elettorale": i poveri, ma soprattutto "i giovani di piazza Tahrir". Proprio coloro che sono stati i principali protagonisti della rivoluzione.
Scendere nuovamente in piazza, secondo Gervasio, è un modo "per riaffermare la propria presenza e sottolineare la marginalizzazione rispetto al processo elettorale".
E poi, c'è tanta incredulità sul fatto che i militari lasceranno il potere.
"E' difficile capire se le elezioni si terranno senza incidenti", ha spiegato. "Il primo comunicato del ministero ha rassicurato sul fatto che le elezioni si terranno come previsto. Nel turno elettorale del 28 c'è la zona de Il Cairo, in cui si trova Tahrir, mentre la parte al di là del Nilo fa parte di un altro
governatorato. Nelle condizioni attuali, sembra una chimera. Però, penso che sia un segnale per coloro che pensano che questi incidenti siano stati 'welcome' negli ambienti militari, che hanno interesse a differire la data delle elezioni".
Il professore, poi, individua nella "mancanza di presa di posizione del Consiglio superiore delle forze armate" un cattivo presagio, che ricorda il silenzio di Mubarak che si pronunciò solo dopo tre giorni dalla rivolta.
Gervasio, poi, riporta le accuse indiscriminate della piazza: "I politici non hanno preso posizione".
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