Egitto: gli Usa minacciano tagli ai finanziamenti per 'salvare' sei americani
Gli Stati Uniti forniscono all'Egitto 1,3 miliardi di dollari in finanziamenti per gli armamenti. Accadeva nell'epoca Mubarak e potrebbe accadere ancora ora. Dipende dall'esito dell'attacco in corso da parte della magistratura alle ong americane che si occupano di diritti umani e che hanno monitorato le ultime elezioni. E non certo dalle stragi di piazza ordinate dal Consiglio militare.
di Angela Zurzolo
“Dal momento che una nuova generazione in tutto il Medio Oriente e nel Nord Africa rivendica i suoi diritti universali, noi stiamo supportando riforme politiche ed economiche e approfondendo rapporti per garantire la sicurezza regionale. In contrasto con la visione assassina degli estremisti violenti, noi ci stiamo unendo agli alleati e ai partner in tutto il mondo per aiutarli a promuovere sicurezza, prosperità e dignità umana”.
E’ il presidente degli Stati Uniti Barack Obama a pronunciare queste parole, mentre le armi americane ben salde nelle mani dell’esercito egiziano fanno fuoco sui manifestanti che rivendicano proprio quei “diritti universali” celebrati nel suo discorso.
E’ indubbio che la Primavera Araba abbia aperto una grossa crepa nella credibilità della ‘missione’
degli Usa nel mondo. D’altronde l'incoerenza della sua retorica era già stata messa a dura prova dalle affermazioni relative alla “guerra responsabilmente portata a termine in Iraq”, così come dai trionfalismi che hanno seguito la morte di Bin Laden, dai “progressi significativi compiuti in Afghanistan” e dalle promesse mancate della causa palestinese.
Sebbene l'aspirazione a esportare la democrazia nel mondo sia sempre stata accompagnata dalla parola “interesse”, nei documenti ufficiali e nei discorsi presidenziali, ora però il corto circuito è diventato più che evidente.
Tra gli ex “alleati e partner” in prima fila c’era proprio Mubarak. E non è sfuggito persino ai membri del Senato e del Congresso che le armi usate per aggredire i manifestanti di Piazza Tahrir erano (e continuano a esserlo) ‘made in Usa’.
Ma è “l'indignazione” per l'attacco al personale americano delle ong che operano in Egitto ad unire un numero crescente di parlamentari statunitensi nella condanna della ‘nuova’ leadership egiziana.
“I giorni degli assegni in bianco sono finiti”, ha minacciato Patrick Leahy, senatore americano, riferendosi a quel miliardo di dollari di aiuti militari che sono stati versati annualmente nelle tasche di Mubarak e che ora finiscono in quelle dello Scaf.
Più di 40 rappresentanti del popolo d’oltreoceano hanno inviato il loro avvertimento al segretario alla Difesa Panetta, alla sua collega Hillary Clinton e al capo del Consiglio militare egiziano, Mohamed Hussein Tantawi.
Nero su bianco, hanno scritto in una lettera: “L'assenza di una risoluzione rapida e soddisfacente a questo problema (delle ong, ndr) rende più difficile difendere gli attuali livelli di assistenza al Cairo e quei sostenitori di una forte relazione bilaterale tra Usa e Egitto”.
Le stragi di Piazza Tahrir, i morti di Port Said o l'allarmante monito lanciato dalle stesse ong che avevano denunciato le violazioni dei diritti umani da parte dello Scaf non avevano sollevato fino ad ora una reazione così decisa e perentoria.
La possibilità di un taglio agli armamenti egiziani appare infatti una diretta conseguenza del fermo imposto a sei cittadini americani, che hanno contribuito a monitorare le elezioni parlamentari.
La storia inizia tre anni fa, quando lo stesso Mubarak prende di mira il personale delle organizzazioni non governative impegnate nella denuncia delle violazioni dei diritti nel paese. Adesso anche lo Scaf si sta facendo interprete di “un'aggressiva espressione di anti-americanismo”, come l’ha definita il Washington Post.
“Non lasciamoci prendere in giro. Non pensate che tutto questo sia basato su uno Stato di diritto. Dal momento in cui le proteste sono andate avanti in Piazza Tahrir hanno cercato un capro espiatorio al di fuori dei movimenti”, ha detto David Kramer, direttore esecutivo della Freedom House.
A dicembre, i pubblici ministeri avevano ordinato ispezioni negli uffici di almeno 10 ong, autorizzando il sequestro dei computer, le perquisizioni e la confisca di denaro in contanti.
Ora, sono più di 40 dipendenti delle organizzazioni che hanno subito il raid dovranno rispondere dell'accusa di lavorare per un'organizzazione non registrata e di distribuire illegalmente fondi esteri.
Tra gli imputati, il capo dell'International Republican Institute – che ha stretti rapporti con il partito di McCain - il vice presidente del National Democratic Institute, Tom Daschle, ex leader della maggioranza al Senato, e il figlio del segretario per i Trasporti. Se condannati, rischiano una sanzione pecuniaria e un massimo di cinque anni di carcere.
“La Casa Bianca riconosce che c'è un incubo giuridico incombente e che l'establishment egiziano sta riponendo tutta la sua fortuna proprio nella speranza che i nodi presenti al momento non vengano sciolti”, ha dichiarato Steve Clemons della New America Foundation.
I “nodi” della Costituzione egiziana sono molteplici. Primo fra tutti quello costituito dalla legge n.174 del 2005, che doveva essere stata già modificata per consentire la presenza di osservatori nelle sedi elettorali.
Un'istanza ancor più urgente, ora che alcuni degli appartenenti alle ong americane, che si sono occupate di monitorare il processo elettorale in Egitto, rischiano la galera.
In una telefonata di Obama a Tantawi, fino allo scorso mese, i toni sembravano essere ancora contenuti. Il presidente avrebbe “cercato di riaffermare la stretta partnership tra gli Usa e l'Egitto e di sottolineare il loro supporto alla transizione democratica”, ribadendo “la necessità di difendere i principi universali e di enfatizzare il ruolo importante che la società civile, comprese le organizzazioni non governative, ha in una società democratica”.
La resa dei conti però sta per arrivare e, dopo il 'ricatto' degli armamenti, si prefigura già una possibile occasione di rottura definitiva.
Una legge di bilancio introdotta a dicembre impone alla Clinton di 'certificare' al Congresso che la leadership egiziana ha risposto agli standard minimi relativi ai diritti umani e ha rispettato il trattato di pace del 1979 con Israele.
A partire dal 2010, il governo del Cairo ha avuto un bilancio della Difesa pari a 4,56 miliardi di dollari – il più alto dopo Israele e Arabia Saudita. Merito soprattutto del finanziamento militare degli Usa, pari a 1,3 miliardi di dollari all'anno.
Del resto l’Egitto è uno dei paesi che più ha saputo trasformare la sua posizione strategica in rendita economica: nel 1975, il disimpegno delle sue forze armate dalla Penisola del Sinai ha fruttato ben 70 miliardi di dollari offerti dagli Usa.
Un sostegno che ha tenuto in piedi per decenni il regime di Mubarak.
Ora però l'America deve passare bruscamente dal supporto all'autocrazia a quello della democrazia.
Nel report “Egypt in transition: insight and options for U.S policy”, il Center for strategic international studies, cerca di indicare alla Casa Bianca il modo perché ciò avvenga.
Un gruppo di 15 esperti di alto livello ha convenuto che “per essere efficace, la strategia americana ha bisogno di essere consequenziale più che simbolica, e mirata a catalizzare un ulteriore cambiamento”.
Investimenti nel processo democratico, nel commercio e nella formazione e istruzione dei civili sono solo alcune delle istanze sulle quali gli Stati Uniti potrebbero incidere in maniera positiva, come è avvenuto grazie al programma di assistenza al sistema sanitario Usaid. Con un investimento superiore ad un miliardo di dollari in tre decenni, la qualità della vita di milioni di persone è migliorata, molti malati sono stati salvati e la produttività del paese è cresciuta.
Le potenzialità di Washington nel sostenere il processo di democratizzazione e di crescita di un paese sono perciò evidenti. Ma secondo gli esperti del Csis “una presa di distanza dagli Usa era quasi inevitabile nell'era post-Mubarak, in parte perché gli egiziani stanno cercando di tracciare una linea tra la vecchia e la nuova epoca, e in parte perché la politica regionale si sta spostando sempre di più contro Israele e gli Usa”.
Ciononostante per Washington la priorità continua a essere il mantenimento dell'accordo di pace con Israele, e su questo fronte le relazioni bilaterali non promettono nulla di buono: “Alcuni egiziani sono disinteressati al sostegno di questo rapporto e alcuni sono anche ostili, soprattutto perché lo vedono come un affare losco che sacrifica la causa palestinese (e gli interessi arabi e musulmani) in nome di un guadagno materiale”.
“Molti in Israele temono che un Egitto più islamista possa trasformare ciò che hanno visto a lungo come una pace fredda in una guerra fredda” .
Una nuova classe politica in Egitto potrebbe chiedere un “riequilibrio delle relazioni israelo-egiziane, riducendone i legami economici e la cooperazione alla sicurezza”.
L'esigenza degli Usa di facilitare una transizione democratica in Egitto potrebbe quindi presto entrare in contrasto con quella di dover preservare la sicurezza sul confine israelo - egiziano. Del resto, si tratta di un nodo che si già manifestato in passato e che si è risolto con il sostegno al regime di Mubarak.
7 febbraio 2012
L’enciclopedico rapporto pubblicato ogni anno da Human Rights Watch, summa del monitoraggio dei diritti umani nel mondo nell’anno appena trascorso, stavolta si apre con un’introduzione sulla Primavera Araba. Evidentemente i fatti mediorientali e nordafricani sono stati straordinari non solo da punto di vista politico, ma anche da quello del rispetto dei diritti dell’uomo.
Le casse della Banca centrale d'Egitto piangono miseria. La crisi che ha colpito il settore turistico sta mandando in rovina milioni di egiziani, costretti ad accettare stipendi da fame. Dopo i manganelli e i lacromogeni occidentali, ora i giovani di Piazza Tahrir devono combattere anche la povertà.
L’ultima nave è partita dal North Carolina (Usa) il 26 settembre scorso. Direzione Suez, Egitto. Scalo tecnico a Cagliari, Italia, il 15 novembre. Ultima in termini di tempo. Sette tonnellate di armi e munizioni, tra cui manganelli di gomma, gas lacrimogeni e fumogeni. Tutto made in Usa, tutto autorizzato dal dipartimento di Stato americano. Mittente la Combined System, Inc. Destinatario l’esercito egiziano.
Continua a restare vivo il filo rosso che lega le rivolte nordafricane e i movimenti di protesta occidentali, un collegamento che si evidenzia nei valori ma anche nei mezzi utilizzati per reprimerli e ancora nella solidarietà che i giovani dimostrano tra loro.
Molti dei manifestanti di piazza Tahrir sono stati gravemente feriti da gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Tante le persone ricoverate con sintomi di asfissia e reazioni allergiche, senza contare i traumi al volto e agli arti provocate dalle "armi" made in Usa. 