Egitto, Alaa Al-Aswani: "era troppo bello per essere vero"
L'incontro di Robert Fisk con Alaa Al-Aswani, dentista e autore di “Palazzo Yacoubian”, così come di altri importanti scritti, l’ultimo dei quali dedicato a piazza Tahrir. Si parla di rivoluzione e controrivoluzione nell'Egitto post-Mubarak.
A colloquio con Robert Fisk, il corrispondente dell’Independent per il Medioriente, Al-Aswani ribadisce: "Non sono un politico" ed è per questo che “quando vado a Tahrir e mi chiedono di fare discorsi”, “io preferisco stare con il popolo".
E poi c’è un fatto, l’errore più grande della rivoluzione è stato credere che fosse finita una volta rovesciato Mubarak: “Era troppo bello per essere vero”, ammette ora lo scrittore.
Soprattutto perché “uno degli obiettivi era quello di consegnare i criminali alla giustizia” e “nulla è successo”.
Al-Aswani fa luce sui movimenti più sotterranei che ostacolano realmente il processo democratico nel suo paese: spacciatori di droga infiltrati nella piazza, bande di malviventi che improvvisamente spariscono ad hoc quando scocca l’ora delle elezioni.
E’ stato lo stesso ministro della Giustizia ad ammetterlo, riferendo che ci sono 450 mila teppisti pagati dalla polizia egiziana. Un’offensiva – quella condotta dalla giunta militare - che però assume in connotati di una vera e propria strategia del terrore quando si parla del ‘mistero’ che si cela dietro i tanti giovani feriti alla testa dai "cecchini del ministero dell’Interno".
Un attivista egiziano per i diritti umani ha documentato almeno 60 casi di manifestanti con lesioni agli occhi e al capo, tra cui proprio un amico di Al-Aswani, Ahmed Harara, che ha perso il primo occhio nella rivoluzione di gennaio, e il secondo negli scontri del mese scorso.
"Credo che ci fosse un accordo tra i Fratelli Musulmani [in gran parte i vincitori del primo turno delle elezioni parlamentari] e l'esercito”, ma a sorpresa la gente è tornata in piazza per difendere di nuovo la rivoluzione.
Al-Aswani se la prende anche con “l’incostituzionalità” del passaggio di potere tra il deposto Hosni Mubarak e la giunta militare, e punta il dito contro il giudice che ha permesso al National Democratic Party (NDP) – ex partito del Faraone bandito dalla vita politica - di presentare i suoi ex militanti sotto altre sigle politiche.
Rispetto alla Fratellanza musulmana, lo scrittore dimostra di avere quantomeno una visione caustica: "Conoscete la storia del candidato dei Fratelli musulmani che era in un caffè quando qualcuno gli ha detto che sua moglie stava intrattenendo il suo amante? Così, corso a casa e trovatosi effettivamente di fronte a questa scena, le ha comunicato la sua intenzione di divorziare. A un vicino meravigliato dalla sua reazione pacata, ha invece risposto: non sono così stupido da perdere due voti”.
La situazione è quindi ben più complessa di quello che si può immaginare guardando all'Egitto dall'esterno: il Consiglio militare ha invitato gli egiziani all'estero a recarsi alle urne, ma mentre quelli che vivono nel Golfo non hanno avuto difficoltà a compiere le operazioni di voto, i connazionali in Europa e in America hanno avuto problemi con la registrazione.
E ormai si sa, “gli egiziani del Golfo” sono più propensi a sostenere partiti islamici.
Aswany conclude però lanciando un messaggio di speranza: l’affluenza alle urne è stata così massiccia perché la gente vuole davvero sbarazzarsi del Consiglio e guardare avanti.
“Stiamo parlando di una vera rivoluzione, ma serve tempo”.
L'articolo è apparso sull'Independent del 12 dicembre 2011
12 dicembre 2011
Dopo nove mesi di rivoluzione permanente, il paese s'interroga sulla strada da percorrere. E le risposte sono molte, e tutte diverse: "Sono un militare e i miei soldi arrivano dal popolo egiziano: tutto l’esercito è pagato dalle tasse della gente. Anche Tantawi".
Continua a restare vivo il filo rosso che lega le rivolte nordafricane e i movimenti di protesta occidentali, un collegamento che si evidenzia nei valori ma anche nei mezzi utilizzati per reprimerli e ancora nella solidarietà che i giovani dimostrano tra loro.
Israele è spaventato dall’onda islamista, ma non esclude il dialogo. Intanto i giornali salutano il risultato delle elezioni egiziani con titoli che parlano di “uragano”, “diluvio” o “tsunami”.
Mancano soltanto poche ore per la fondazione ufficiale di “We Are Egypt”, e attraverso la pagina
Gli islamisti ostacolano l’uguaglianza di genere, ma niente paura: c'è l'attivismo al femminile. In un momento in cui ci si aspetta, dopo le elezioni, un Parlamento dominato dai partiti islamici, il movimento resta ottimista sul futuro della battaglia per i diritti delle donne.
Si conclude oggi la tre giorni di incontri organizzata ad Amman dal Center for defending freedom of journalists (CDFJ). Da lunedì si sono succeduti al microfono rappresentati dei grandi network arabi ed esponenti della società civile, direttori di rete e giornalisti, blogger e attivisti per i diritti umani per 'capire' il ruolo dei media arabi alla luce delle rivolte.
Sulla Siria, Arabia Saudita e Qatar si sono trovati subito d’accordo. Eppure per un certo periodo di tempo si è detto che il piccolo emirato era uno spin-off dell’Iran, e che la sua agenda di politica estera ricalcava da vicino quella di Tehran.
In Egitto una seconda, lunga e determinata fase di contestazioni sembra aver disorientato ancora di più che in passato gli analisti, mentre il processo elettorale prosegue. Ne riflettiamo con Gennaro Gervasio, professore alla British University del Cairo, che sta seguendo in prima persona gli avvenimenti di questi ultimi mesi.
In piazza Tahrir ormai da una settimana ci sono centinaia di migliaia di persone di diverse estrazioni sociali, età, appartenenti o meno a partiti politici e a movimenti. C’è una società variegata che si riconosce all’unanimità nella volontà di sostituire il potere del Consiglio superiore con un governo civile.
La situazione a piazza Tahrir è fuori controllo. La leadership unita dello scorso febbraio non c’è più. Fratelli Musulmani e Salafiti si oppongono alle condizioni imposte dall’esercito sugli emendamenti extra-costituzionali, e hanno preso il controllo delle proteste che loro stessi avevano avviato.
Molti dei manifestanti di piazza Tahrir sono stati gravemente feriti da gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Tante le persone ricoverate con sintomi di asfissia e reazioni allergiche, senza contare i traumi al volto e agli arti provocate dalle "armi" made in Usa.
Se nelle ultime settimane i Fratelli musulmani avevano progressivamente acquisito visibilità per le loro posizioni critiche contro i militari, ora sembrano intenzionati a fare un passo indietro. Un atteggiamento ambiguo, ma non sorprendente.
Ancora scontri questa notte nelle vie del Cairo, in particolare di fronte agli edifici del ministero degli Interni egiziano. Ultimo tassello di una fase che ricorda molto quanto avvenuto lo scorso gennaio, sia per i caratteri della mobilitazione che per le strategie di repressione adottate dagli apparati di sicurezza.
Attraversato il ponte dei due leoni, si possono già sentire le voci dei manifestanti, il frastuono delle persone che accorrono sempre più numerose in piazza Tahrir, la piazza simbolo della proteste del 25 gennaio, quella che ha visto la caduta del rais.
Come è cambiata la vita in Egitto dopo la rivoluzione, e che cosa succederà alle elezioni parlamentari in programma alla fine del mese? Ce lo racconta David Ignatius sul 