Egitto, Alaa Al-Aswani: "era troppo bello per essere vero"

L'incontro di Robert Fisk con Alaa Al-Aswani, dentista e autore di “Palazzo Yacoubian”, così come di altri importanti scritti, l’ultimo dei quali dedicato a piazza Tahrir. Si parla di rivoluzione e controrivoluzione nell'Egitto post-Mubarak.

 

 

 

di Francesca Manfroni

 

A colloquio con Robert Fisk, il corrispondente dell’Independent per il Medioriente, Al-Aswani ribadisce: "Non sono un politico" ed è per questo che “quando vado a Tahrir e mi chiedono di fare discorsi”, “io preferisco stare con il popolo".

E poi c’è un fatto, l’errore più grande della rivoluzione è stato credere che fosse finita una volta rovesciato Mubarak: “Era troppo bello per essere vero”, ammette ora lo scrittore.

Soprattutto perché “uno degli obiettivi era quello di consegnare i criminali alla giustizia” e “nulla è successo”.

Al-Aswani fa luce sui movimenti più sotterranei che ostacolano realmente il processo democratico nel suo paese: spacciatori di droga infiltrati nella piazza, bande di malviventi che improvvisamente spariscono ad hoc quando scocca l’ora delle elezioni.

E’ stato lo stesso ministro della Giustizia ad ammetterlo, riferendo che ci sono 450 mila teppisti pagati dalla polizia egiziana.  Un’offensiva – quella condotta dalla giunta militare - che però assume in connotati di una vera e propria strategia del terrore quando si parla del ‘mistero’ che si cela dietro i tanti giovani feriti alla testa dai "cecchini del ministero dell’Interno".

Un attivista egiziano per i diritti umani ha documentato almeno 60 casi di manifestanti con lesioni agli occhi e al capo, tra cui proprio un amico di Al-Aswani, Ahmed Harara, che ha perso il primo occhio nella rivoluzione di gennaio, e il secondo negli scontri del mese scorso.

"Credo che ci fosse un accordo tra i Fratelli Musulmani [in gran parte i vincitori del primo turno delle elezioni parlamentari] e l'esercito”, ma a sorpresa la gente è tornata in piazza per difendere di nuovo la rivoluzione.

Al-Aswani se la prende anche con “l’incostituzionalità” del passaggio di potere tra il deposto Hosni Mubarak e la giunta militare, e punta il dito contro il giudice che ha permesso al National Democratic Party (NDP) – ex partito del Faraone bandito dalla vita politica - di presentare i suoi ex militanti sotto altre sigle politiche.

Rispetto alla Fratellanza musulmana, lo scrittore dimostra di avere quantomeno una visione caustica: "Conoscete la storia del candidato dei Fratelli musulmani che era in un caffè quando qualcuno gli ha detto che sua moglie stava intrattenendo il suo amante? Così, corso a casa e trovatosi effettivamente di fronte a questa scena, le ha comunicato la sua intenzione di divorziare. A un vicino meravigliato dalla sua reazione pacata, ha invece risposto: non sono così stupido da perdere due voti”.

La situazione è quindi ben più complessa di quello che si può immaginare guardando all'Egitto dall'esterno: il Consiglio militare ha invitato gli egiziani all'estero a recarsi alle urne, ma mentre quelli che vivono nel Golfo non hanno avuto difficoltà a compiere le operazioni di voto, i connazionali in Europa e in America hanno avuto problemi con la registrazione.

E ormai si sa, “gli egiziani del Golfo” sono più propensi a sostenere partiti islamici.

Aswany conclude però lanciando un messaggio di speranza: l’affluenza alle urne è stata così massiccia perché la gente vuole davvero sbarazzarsi del Consiglio e guardare avanti.

“Stiamo parlando di una vera rivoluzione, ma serve tempo”. 

 

L'articolo è apparso sull'Independent del 12 dicembre 2011

 

12 dicembre 2011