E’ scontro tra Baghdad e compagnie petrolifere Usa. E la Chevron sbarca nel Kurdistan
Alla fine sembra essere successo quello che molti prevedevano: l’affare ExxonMobil si sta trasformando in una valanga, che rischia di compromettere definitivamente i rapporti tra Baghdad e le autorità del Kurdistan. E con loro il fragile equilibrio del paese. Ora anche la Chevron è entrata nel gioco.
di Giovanni Andriolo
Sono passati oltre nove mesi da quando, lo scorso ottobre, la compagnia statunitense ExxonMobil ha firmato con le autorità del Kurdistan iracheno un contratto per l’esplorazione di sei blocchi in territorio curdo, senza l’approvazione di Baghdad.
La questione ha inasprito i rapporti tra il governo centrale iracheno, desideroso di rafforzare il proprio controllo su tutte le aree del paese e sulle rispettive risorse energetiche - il vero carburante dell’economia irachena - e le autorità della regione semiautonoma del Kurdistan, sempre più intenzionate a difendere la propria indipendenza, anche commerciale, da Baghdad.
A tal fine, Erbil si sta servendo dell’appoggio di compagnie petrolifere straniere, nella fattispecie provenienti dal paese più importante per la stabilità dell'attuale governo iracheno, gli Stati Uniti.
E’ della scorsa settimana l’annuncio, da parte della Chevron, la seconda maggiore compagnia statunitense, della firma del contratto di acquisto dall'indiana Reliance di due blocchi di esplorazione in territorio curdo.
Un caso che ricorda troppo da vicino l’affare ExxonMobil, per non parlare di “effetto contagio”.
In realtà, la “scomunica” che pende sulla ExxonMobil in Iraq non si è ancora concretizzata in provvedimenti pesanti e decisi; se si eccettua la decisione di bandire la Exxon dalle ultime gare d’appalto organizzate in Iraq lo scorso maggio, finora il ministero del Petrolio e il governo si sono limitati a redarguire verbalmente l’attività dell’impresa statunitense.
Quest’ultima, da parte sua, sta evitando di prendere una posizione ufficiale sulla questione, evidentemente forte della 'protezione' che potrebbe darle Washington.
Così, nel frattempo, i lavori proseguono, sia in Iraq, dove la Exxon gestisce il giacimento gigante di West Qurna 1, sia nella regione curda.
Al momento della firma dei contratti, nell’ottobre scorso, si era diffuso il timore che l’esempio della Exxon potesse essere seguito anche da altri colossi degli idrocarburi attivi nel paese. E, a quanto pare, la preoccupazione era tutt’altro che infondata.
Se qualche settimana fa era la francese Total a sollevare le ire di Baghdad, mal celando un certo interesse negli investimenti nel Kurdistan iracheno, ora la statunitense Chevron sembra già entrata in azione, sfidando a sua volta il bando di Baghdad e premiando, in questo modo, la tenacia delle autorità curde.
Un bel guaio per Nouri al Maliki, che lo scorso venerdì dichiarava di aver ottenuto assicurazioni, da parte di Barak Obama in persona, che Washington avrebbe collaborato per far allineare le attività della Exxon con le leggi irachene.
Tuttavia, fonti vicine alla Casa Bianca, spiegavano ben presto come la lettera del presidente statunitense fosse stata in realtà distorta nel comunicato diffuso da Baghdad.
Obama si sarebbe infatti limitato a invitare la Exxon a riconsiderare i propri accordi con Erbil, in virtù dello scontro politico che aveva provocato, senza tuttavia intervenire direttamente sulla questione.
Subito dopo, la Chevron annunciava la conclusione del contratto con la Reliance per operare in Kurdistan.
Un duro colpo per Baghdad, la cui reazione non si è fatta attendere: lo scorso martedì, il Ministero iracheno del petrolio ha emesso un comunicato secondo cui la Chevron è bandita da qualsiasi accordo petrolifero nel paese, fino a che non recederà dai contratti con il Kurdistan iracheno.
Una presa di posizione forte, a quanto pare, che tuttavia ricorda analoghe dichiarazioni emesse nei confronti della Exxon.
Certamente, per la Chevron la posta in gioco è inferiore a quella della Exxon, che con la sola gestione di West Qurna prevede di portare il giacimento a produrre, in sei anni, tanti barili al giorno quanti sono attualmente prodotti nell’intero Iraq.
Secondo l’ex ministro iracheno del Petrolio, Issam Chalabi, la risposta di Baghdad è stata tardiva e poco risoluta, non tanto nell’affare Chevron, quanto piuttosto nell’affare ExxonMobil.
Secondo Chalabi, soltanto la soluzione definitiva della questione con la Exxon potrebbe diventare un deterrente tale da scoraggiare altri eventuali giganti del settore dall’intraprendere simili avventure in Kurdistan.
Se ciò non dovesse avvenire, la sempre più massiccia presenza straniera in Kurdistan potrebbe favorire il processo di indipendenza economico-commerciale della regione, accelerando, a suon di barili di greggio, anche quella politica.
27 luglio 2012
