Dall'Autunno Sovietico alla Primavera Araba, il problema resta "l'Occidente"
Un’analisi della Primavera Araba alla luce dell’Autunno Sovietico: similitudini e differenze tra la caduta dei regimi comunisti dell’Europa Centrale negli anni Novanta e la caduta delle dittature arabe dello scorso 2011. Secondo Matyas Eorsi c’è più di un motivo per essere scettici circa le previsioni degli analisti politici e perfino di quelle dei servizi di intelligence.
di Matyas Eorsi* - traduzione di Marta Ghezzi
Nessuno è stato in grado di prevedere che la protesta suicida di un giovane tunisino, Mohammed Bouazizi, sarebbe stata seguita dalla rabbia di un intero popolo, arrivando fino alla caduta del dittatore del paese. Così come nessuno aveva previsto che i tumulti avrebbero incendiato anche i vicini paesi del Nordafrica, fino a raggiungere la penisola araba.
Numerose analisi sono state pubblicate da allora, e nessuna di esse è in grado di predire eventi simili nel mondo.
La ‘Primavera Araba’ è giunta come una enorme – e piacevole – sorpresa.
È stata altra cosa rispetto alla caduta del Muro di Berlino e alla liberazione dell’Europa Centrale di 22 anni fa?
Il collasso dell’Unione Sovietica poteva essere previsto? Come disse mio zio, lo scrittore dissidente Istvan Eorsi, alla metà degli anni Ottanta, l’Unione Sovietica era diventata così debole da non avere nemmeno la forza per collassare.
In ogni caso, l’Occidente era totalmente impreparato al cambiamento. Quando rivolgiamo critiche verso i leader politici per essere stati fedeli al presidente egiziano Hosni Mubarak per amor di stabilità, dimentichiamo che il primo ministro britannico, la Lady di ferro Margaret Tatcher, diede la sua parola al presidente sovietico Michael Gorbachev che il Regno Unito non avrebbe avuto alcun interesse nella revisione del trattato di Yalta, promettendogli anche la Germania Est.
Come era impossibile predire gli eventi della Primavera Araba, così risulta impossibile prevedere quale tra i tanti tipi di democrazia esistenti in Occidente sceglierà il mondo arabo.
Nonostante ciò, ho notato nei media occidentali talmente poca fiducia circa le possibilità della democrazia in questa area da essere quasi sconcertante.
Certo, è più facile essere pessimisti. Chi scrisse due decenni fa che non poteva esserci democrazia nell’Europa Centrale, potrebbe scrivere oggi: 'Guardate l’Ungheria. Un governo democraticamente eletto che se ne infischia di giustizia e equità, che ha il controllo assoluto dei media e deroga l’indipendenza del potere giudiziario. Chi aveva ragione, eh?!’.
In ogni caso quel giornalista, in un certo qual modo, si sbagliava: la democrazia non è un modello statico al quale i paesi arrivano in un attimo, ma è più che altro un processo di apprendimento senza fine, con alti e bassi.
Ovviamente ci sono numerosi fattori che davano al processo di democratizzazione più possibilità di avere successo nell’Europa Centrale che in Medio Oriente o in Nord Africa.
La maggior parte dei paesi dell’Europa Centrale potevano vantare tradizioni democratiche precedenti all’invasione comunista del 1949, e l’occupazione sovietica non riuscì mai a cancellare il ricordo della democrazia dalla memoria della gente.
L’Europa centrale sotto l’occupazione sovietica costituiva un’area chiave in un mondo bipolare: la liberazione di questa stessa zona ha avuto un impatto politico a livello globale maggiore.
In più, vista la posizione a ridosso dell’Unione Europea, le pressioni del mondo occidentale sull’Europa centrale perchè accettasse assistenza politica, economica e d’altro genere furono un risultato scontato.
È chiaro che il mondo arabo voleva farla finita con i suoi dittatori, ma è meno chiaro da che parte il manifestante medio volesse dirigere il proprio paese.
Di contro, i paesi dell’Europa Centrale, a parte volere la fine dell’occupazione sovietica e riavere la proprio indipendenza, volevano anche entrare a far parte di strutture occidentali, come la Nato o l’Unione Europea.
Così profondo era questo desiderio in tutti gli Stati centrali, che erano pronti a fare tutto il possibile per raggiungere i criteri di democrazia tipici dell’Occidente che li avrebbero fatti ammettere.
Simili opportunità non esistono in Medio Oriente o in Nord Africa. L’Occidente non può offrire alcuna opzione di integrazione.
Ancor peggio, l’Occidente in Egitto si trova ogni volta a dover affrontare lo stesso dilemma: supportare la democrazia rischiando di deteriorare la stabilità dei rapporti con Israele, con la possibilità di arrivare anche ad un conflitto armato.
Ci sono, comunque, altri fattori che tendono a favorire la Primavera Araba rispetto all’evoluzione dell’Europa Centrale.
La libertà in Europa centrale è arrivata come conseguenza del collasso dell’Unione Sovietica. C’erano state alcune proteste in Cecoslovacchia, Polonia, Germania dell’Est e Ungheria, con episodi sanguinosi in Romania, ma anche se la libertà non è stata servita su un piatto d’argento, è stata comunque più il prodotto della Storia che non il risultato degli sforzi dei diversi paesi.
Di contro, i dittatori della Primavera Araba sono stati cacciati dalla gente che è scesa in strada.
Diversamente dall’Europa centrale, dove la transizione si è svolta senza – quasi - nemmeno uno schiaffo in faccia, nel mondo arabo centinaia di migliaia di persone hanno lottato fisicamente e in centinaia hanno sacrificato la propria vita. La cosa è davvero penosa se vista con gli occhi delle famiglie e dei cari, ma, sperando di non sembrare troppo cinico nel dirlo, può essere una enorme risorsa politica per il futuro.
Questi sacrifici portano ad un senso di appartenenza più forte e più profondo.
La democrazia deve liberare i popoli e la gente che vive in democrazia si aspetta standard di vita migliori.
Il comunismo europeo ha distrutto l’economia di mercato. Come conseguenza, quando è caduto, molte persone si sono ritrovate a perderci nel cambiamento.
Queste persone, e parliamo di qualche milione, che sotto il comunismo potevano vantare un tenore di vita migliore, non ci si poteva aspettare che diventassero paladini della democrazia.
La situazione potrebbe essere diversa in Medio Oriente e in Nord Africa, ad eccezione forse dell’Egitto.
Specialmente in Libia, i ricavi provenienti dal petrolio potrebbero mettere i nuovi leader nella posizione di poter migliorare sensibilmente le condizioni di vita e persuadere milioni di libici a supportare il cambiamento.
La costruzione della democrazia è un processo molto lungo. È durato parecchie generazioni nel cuore dell’Europa.
Potrebbe durare ancora di più in Medio Oriente e in Nord Africa, dove la delusione è inevitabile.
La democrazia nell’Europa Centrale è ancora una sfida, ma si è comunque allontanata di molto dal comunismo.
Qualunque cosa il futuro abbia in serbo per il mondo arabo, sarà certamente molto meglio della vita sotto il regime di Ben Ali o di Ghaddafi, e speriamo che anche sotto quello di Mubarak.
*Matyas Eorsi ha fatto parte del Parlamento ungherese tra il 1990 e il 2010 e dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa dal 1994 al 2010. Nel 2011, ha lavorato alla promozione della democrazia in Giordania e in Libia per conto del National Democratic Institute for International Affairs di Washington.
16 gennaio 2012
