Dalla “primavera araba” alla “primavera islamica”
Il titolo è tratto da un editoriale firmato il 16 dicembre da Abir Bashir, sulle pagine del libanese Al-Mustaqbal: “Un'attenta lettura della nuova mappa politica regionale rivela come la primavera araba si sia stata trasformata in una primavera islamica”. E in effetti, se osserviamo i risultati elettorali di Egitto e Tunisia o il ruolo delle forze islamiche in Libia, una riflessione è d'obbligo.
di Marco Di Donato - CISIP
Certo i ragazzi di piazza Tahrir non pensavano di aver trovato la morte per questo. Eppure, mentre il simbolo della rivoluzione egiziana continua a essere sotto assedio, ci troviamo con i Fratelli musulmani che insieme ai salafiti si aggiudicano, senza perdere un colpo, tutte le tornate elettorali.
Secondo i dati diffusi dall'israeliano Haaretz, il 70% delle preferenze raccolte dalle forze islamiste egiziane nel secondo turno dimostrerebbe che tutto è davvero cambiato, ma non certo nella direzione auspicata dalla piazza lo scorso 25 gennaio.
La situazione tunisina è altrettanto significativa. Hamadi Jebali, numero due del partito islamista Ennahda, è stato incaricato di formare un nuovo esecutivo nel giro di tre settimane. Ma un anno fa gli islamisti non erano nemmeno fisicamente presenti nel paese, con il loro leader, Rashid Ghannouchi, che viveva in esilio in Europa e la sua era considerata un'organizzazione illegale.
Oggi tutto è cambiato. Radicalmente.
Forse la vittoria del PJD in Marocco, come principale forza di opposizione alla monarchia locale sorprende meno, ma è certamente un altro risultato che rafforza l'ipotesi di una 'nuova primavera tutta islamica'.
E lo sguardo non può che andare al 2012.
Per il Jerusalem Post, nelle prossime elezioni algerine, in programma proprio il prossimo anno, i partiti islamisti potrebbero raddoppiare i loro consensi.
Abdelaziz Belkhadem, leader del Fronte di lberazione nzionale (FLN), si dice convinto che gli islamisti potrebbero ottenere tra il 35 e il 40% delle preferenze.
E cosa accadrà nelle prossime elezioni palestinesi di maggio 2012?
Hamas riuscirà a sfruttare il grande consenso che finora ha portato così tante vittorie alle forze islamiste? In che direzione andrà la Libia post-Gheddafi, e soprattutto quale sarà il ruolo dei Fratelli musulmani nella Siria che verrà?
Tutte domande che per ora restano senza risposta. La fluidità degli eventi e le incognite che ancora gravano su questi scenari in transizione rendono difficile persino la compresione di quanto sta accadendo in queste ore.
Una previsione prova comunque a farla il professor Safeer Awan, della International islamic university di Islamabad. Secondo la sua lettura, gli islamisti potrebbero vincere anche in Libia, Yemen, Bahrain e anche altrove. Questo senza contare i possibili stravolgimenti che potrebbero colpire il non arabo ma islamico Pakistan.
Tuttavia appare abbastanza chiaro che questa primavera araba sta cambiando o è già cambiata.
Nelle sue conseguenze sul piano regionale e locale ha favorito forze estremamente diverse da quelle che la componevano al suo inizio, quasi avesse subito una sorta di 'rovesciamento'. E' come se tornando a guardarsi dentro, tornando a fare introspezione dopo anni di assoluto e totale disinteresse, tornando a cercare una soluzione per risolvere i propri problemi, le società arabe l'abbiano trovata nell'Islam, e nelle sue varie espressioni politiche.
In un momento di difficoltà e di incertezza per il futuro, i popoli arabi hanno cercato delle risposte nel proprio bagaglio culturale, sociale e politico. Infatti, pur non giocando evidentemente un ruolo da protagonista, l'Islam non è stato del tutto assente dalle rivolte arabe.
Nella composita e certamente trasversale rivolta egiziana si è spesse volte scelto il venerdì, giorno del sermone, per dare il via alle proteste, così come i ragazzi caduti sull'Avenue Bourghiba o quelli uccisi a Piazza Tahrir sono stati definiti martiri, shahid, con una chiara ed inequivocabile allusione religiosa.
Sul piano puramente politico, a fronte di forze nuove, inesperte ed estremamente divise finanche al loro interno, il rassicurante messaggio religioso dei più esperti Fratelli musulmani sembra aver avuto la meglio.
Piaccia o meno, la 'rinascita' dell'Islamismo è - almeno per ora - il principale risultato della primavera araba.
20 dicembre 2011
L'incontro di Robert Fisk con Alaa Al-Aswani, dentista e autore di “Palazzo Yacoubian”, così come di altri importanti scritti, l’ultimo dei quali dedicato a piazza Tahrir. Si parla di rivoluzione e controrivoluzione nell'Egitto post-Mubarak.
Israele è spaventato dall’onda islamista, ma non esclude il dialogo. Intanto i giornali salutano il risultato delle elezioni egiziani con titoli che parlano di “uragano”, “diluvio” o “tsunami”.
Se nelle ultime settimane i Fratelli musulmani avevano progressivamente acquisito visibilità per le loro posizioni critiche contro i militari, ora sembrano intenzionati a fare un passo indietro. Un atteggiamento ambiguo, ma non sorprendente.
Ancora scontri questa notte nelle vie del Cairo, in particolare di fronte agli edifici del ministero degli Interni egiziano. Ultimo tassello di una fase che ricorda molto quanto avvenuto lo scorso gennaio, sia per i caratteri della mobilitazione che per le strategie di repressione adottate dagli apparati di sicurezza.
Ancora morti in Egitto. I manifestanti sono scesi di nuovo in piazza contro il governo militare. Ormai si contano diverse vittime e centinaia di feriti. Gennaro Gervasio, dal Cairo, racconta: "A protestare sono soprattutto gli attori sociali rimasti ai margini del processo elettorale". Tra gli esclusi, anche i giovani di piazza Tahrir.
Di fronte alla storica fase elettorale in corso, in Tunisia come in Egitto i partiti di tendenza islamica sembrano ormai candidati ad essere le principali forze di governo. Ma cosa veramente cambierebbe nelle due realtà se questo avvenisse?