Cyber-war a Teheran: come il regime tenta di scongiurare un'altra Onda Verde
Il 2012 inizia male per la libertà di espressione in Iran. Numerosi siti Internet sono stati già bloccati o chiusi, e i server mal funzionanti. L’accesso alla rete e ai social network continua a incontrare problemi, e voci di corridoio danno come imminente l’avvio di un intranet halal, chiuso all’interno dei confini nazionali, controllato in tutto e per tutto dalla cyber polizia iraniana: 250mila agenti e 2mila blogger addestrati al pattugliamento della rete. Quella iniziata in Iran è a tutti gli effetti una cyber-war.
di Marta Ghezzi da Amman
La legge entrata in vigore nei giorni scorsi fa parte dei nuovi provvedimenti sulla sicurezza informatica messi a punto dalla Repubblica islamica: tutti gli internet cafè del paese dovranno dotarsi entro le prossime due settimane di telecamere di sicurezza e registrare tutti i dati degli utenti, cronologia e indirizzi IP compresi.
Tutte informazioni che resteranno a disposizione della polizia informatica per almeno sei mesi dalla registrazione.
A meno di 60 giorni dalle elezioni parlamentari, è facile immaginare i motivi di questo immane dispiegamento di forze cibernetiche. Quelle del prossimo marzo saranno infatti le prime consultazioni elettorali generali dopo la rielezione farsa di Ahmadinejad e l’Onda Verde del 2009.
All’epoca le grandi manifestazioni di giugno furono organizzate proprio attraverso Internet, e grazie alla rete le incredibili immagini di quei giorni fecero il giro del mondo, violenze di pasdaran e basiji comprese.
Da quel 2009, restano agli arresti domiciliari i due candidati perdenti alle elezioni presidenziali, Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, che per primi gridarono ai brogli e chiamarono gli elettori nelle piazze per chiedere il riconteggio dei voti.
E in galera, quella vera, ci è finita per l’ennesima volta un’altra oppositrice del regime di Ahmadinejad. E con un cognome pesante. Faezeh Hashemi, quarantottenne figlia di Ali Akbar Hashemi Rafsanjani: presidente della Repubblica dal 1988 al 1997 e guida dell’assemblea degli esperti, organo supremo del paese, fino al marzo scorso.
Lei è una leader femminista, nonché giornalista, attivista per i diritti umani e parlamentare tra il 1996 e il 2000.
L’accusa formalizzata nella sentenza del 3 gennaio è di ‘reati contro la nazione’, che le è valsa sei mesi di reclusione e il divieto di ogni attività politica, culturale e giornalistica per i prossimi cinque anni.
Padre e figlia sono in prima fila contro il governo di Ahmadinejad: durante le elezioni del 2009 Rafsanjani si era schierato apertamente al fianco di Mousavi e a seguito della grande manifestazione del 20 giugno, quella in cui rimase uccisa Neda Agha Soltan, era stata arrestata per la prima volta anche Faezeh.
Nel febbraio 2011 lei è stata nuovamente imprigionata per atti contro la Repubblica, mentre lui di lì a poco avrebbe perso il suo seggio all’assemblea degli esperti per non aver preso pubblicamente le distanze dalla figlia, così come da Mousavi e da Karroubi.
A breve quindi si dovranno assegnare 290 seggi in Parlamento, con circa 5400 candidati ipotetici, iscritti nelle liste ma ancora in attesa dell’approvazione da parte del consiglio supremo. I leader dei partiti riformisti e gli animatori dell’Onda Verde hanno però già annunciato la volontà di boicottare le prossime consultazioni.
E intanto il sito internet ufficiale di Rafsanjani ha smesso di funzionare, finendo per essere completamente oscurato la scorsa settimana.
photo by Francesco Elisei
8 gennaio 2012
Venerdì scorso l’azienda di dispositivi per le telecomunicazioni Huawei Technologies Co. ha reso pubblici i suoi piani di riduzione progressiva degli affari in Iran, per aver ‘scoperto’ che la polizia usava la sua tecnologia di rete mobile per tracciare i movimenti e arrestare i dissidenti.
Lo sconvolgimento geopolitico che ha attraversato tutto il 2011 con molta probabilità caratterizzerà anche per l’anno che sta per arrivare. Sembra che la 'primavera araba' sia destinata a trasformarsi in un lungo 'inverno persiano'. Ne parliamo con Michele Brunelli*.
Il confronto che oppone l’Iran a diversi paesi si sta consumando soprattutto sul piano politico ed economico. Tuttavia, mentre diverse voci discutono attorno all’attivazione dell’opzione militare, lo scontro si sta sviluppando anche a un livello più nascosto: quello informatico.
Alcune imprese iraniane starebbero negoziando con il ministero dei Trasporti iracheni una serie di accordi per effettuare interventi di restauro e manutenzione alla rete ferroviaria nazionale e alle vetture danneggiate dalla guerra, in modo da favorire l'interscambio tra i due paesi (e non solo).
Non è ancora tempo di rottura per Iran e Turchia. Nonostante negli ultimi mesi le relazioni tra i due paesi sembrassero essersi deteriorate, come conseguenza della posizione critica assunta da Ankara nei confronti del regime siriano, i rapporti bilaterali non sono ancora stati messi in discussione.
"Fatico a credere che la Casa Bianca creda davvero a un Iran che voglia colpire l'America, tanto più sul suolo americano. La partita è un'altra, e si gioca su un altro terreno. E gli Usa la stanno perdendo. Intervista a
Il complotto iraniano sventato dall’FBI ha rialzato la tensione tra Washington e Teheran. Ma alla base di questa vicenda dal sapore di spy-story, ci sono molte ragioni politiche. Il contesto mediorientale è in rapido cambiamento e gli Usa stanno giocando la carta della propaganda per indebolire il regime degli Ayatollah. Obiettivo principale, distrarre l’opinione pubblica dalla politica interna?
La storia a volte è più veloce di chi la vuole comandare. Capita così che i cambiamenti arrivino dalla strada e a volte siano i potenti della terra a dover inseguire gli eventi, provando in ogni caso a governarli. Esiste un momento in cui la necessità di cambiare strategia per mantenere le posizioni acquisite genera un attimo di confusione in cui le manovre politiche, un tempo scaltre, appaiono goffe. È quanto è successo all’Iran davanti alle rivolte arabe.
di Luca Bellusci