Costi della primavera araba: ecco la roadmap per G20 e Onu
"Ci saranno sia vincitori che vinti tra i paesi coinvolti nella primavera araba. Gli esportatori di petrolio sono stati i vincitori e gli importatori i perdenti". L'amministratore delegato di Geopoliticy, Peter Middlebrook, presenta alla comunità internazionale un primo rapporto riguardante i costi delle rivolte arabe e traccia una roadmap per G20, Onu, Lega Araba e Consiglio di cooperazione dei paesi del Golfo. Ora servono soldi, altrimenti si rischia lo scenario più buio.
di Angela Zurzolo
Le proteste che hanno infiammato il Nordafrica e il Medioriente sono costate alla regione più di 50 miliardi di dollari. A pagare il prezzo più alto, in termini economici - Egitto, Siria e Libia.
A beneficiare invece della primavera araba, soprattutto i paesi produttori di petrolio che hanno evitato o soppresso nel sangue le ribellioni. Lo sostiene un rapporto di Geopolicity.
Senza uno specifico programma di sostegno, gli effetti della primavera araba potrebbero essere catastrofici e portare a una regressione dei paesi coinvolti nelle rivoluzioni in piazza.
Per Libia, Siria, Egitto, Tunisia, Bahrain e Yemen, si tratta di costi che hanno portato ad una perdita di produttività, con un Pil di 20,56 miliardi di dollari e ad un innalzamento dei costi per il finanziamento pubblico pari a 35,28 miliardi di dollari.
In Yemen e Libia, le spese pubbliche hanno raggiunto il livello delle entrate, nel momento in cui il governo è crollato. In Yemen si è avuto un calo pari al 77% e in Libia all'84 per cento.
Servendosi di alcuni dati provenienti dal Fondo monetario internazionale, il rapporto di Geopolicity preconizza un futuro difficile anche per quei governi che sono riusciti a rovesciare gli autocrati, sebbene il gruppo chiarisca che "molti indicatori economici fondamentali non sono disponibili, e la situazione è molto fluida".
Esclusi dai calcoli, le perdite umane e i danni alle infrastrutture.
Appare comunque evidente che Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait sono stati favoriti dalle rivolte. L'Arabia Saudita ha avuto un aumento del 25% delle entrate pubbliche, mentre quelle degli Emirati Arabi Uniti sono salite del 31 per cento.
Difficile definire il futuro della Libia e del suo Consiglio nazionale di transizione, che dovrà confrontarsi con i leader tribali e con i separatisti etnici. "Più di 740 mila persone hanno lasciato il paese dal momento in cui ha avuto inizio il conflitto e lo squilibrio nel settore degli idrocarburi ha devastato l'economia".
Nel rapporto di Geopoliticy si auspica inoltre che la Lega araba e il Consiglio di cooperazione del Golfo realizzino davvero un processo di riforme.
Ma sul banco degli imputati finisce anche la comunità internazionale, la cui assistenza è stata giudicata inferiore al livello delle aspettative: "Il sostegno promesso dal G8 a Deauville a maggio 2011, in larga misura, non si è materializzato".
I 100 miliardi di dollari forniti dal G20 non sembrano promettere di meglio, ed è forte il rischio che coloro che la gente per strada ne abbia uno "scarso beneficio diretto, nel breve e nel lungo termine."
15 ottobre 2011
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