Cosa accadrebbe se l’Iraq venisse diviso in tre parti?

Cosa accadrebbe se l’Iraq venisse diviso in tre parti? E’ questo il tema di un recente sondaggio condotto dal Center of the information for research and development insieme all’Organizzazione per lo sviluppo sociale di Tamouz, su un campione di 1.808 partecipanti nelle provincie di Baghdad, Salah al-Din, Kirkuk, Diala, Anbar, Thi Qar, Bassora e Missan.

 

 

 

 

di Nino Orto

 

 

Il 59% degli intervistati ha respinto con forza l’idea della nascita di una nuova regione sunnita, per via della già precaria situazione della sicurezza, mentre il 61% degli iracheni ha confessato che questa soluzione potrebbe rappresentare la scintilla di una nuova guerra civile.

Eppure è la stessa Costituzione irachena approvata il 15 ottobre 2005 a legittimare le velleità separatiste più volte ribadite nel corso degli ultimi mesi dai governatorati a maggioranza sunnita.

In quanto frutto del patto politico stretto tra sciiti e curdi, la carta fondamentale attualmente in vigore prevede un assetto spiccatamente federale dell'ordinamento statuale, contro l’istituzione di un governo centrale forte, soluzione sostenuta all’epoca dalla rappresentanza sunnita.

In particolare, l’articolo 1 riconosce il principio federale in maniera esplicita e assolutamente non equivocabile.

L’art 110 suddivide invece gli ambiti nei quali il governo centrale può esercitare un potere assoluto, circoscrivendoli alle sole decisioni che riguardano la difesa nazionale, la finanza, la politica doganale e gli esteri.

Risultano fondamentali a questo proposito i commi 1 e 5 dell’articolo 117, che stabiliscono la responsabilità esclusiva del governo regionale per tutto ciò che riguarda l’autorità giudiziaria, esecutiva e legislativa esercitata in ambito nazionale.

Inoltre mentre la sanità, l’educazione, e le infrastrutture sono gestite in maniera “concorrente”,  tutto il resto è di materia esclusiva dell’apparato politico e burocratico dei vari governatorati, compresa la sicurezza.

Come se non bastasse la Carta costituzionale stabilisce che, nella procedura per la creazione di nuove regioni, sia sufficiente un referendum popolare per sancire l’autodeterminazione di ogni governatorato, senza che il governo centrale possa in alcun modo eccepire (art 112-116).

E anche se negli anni il ricorso alla lotta armata da parte dei sunniti si è drasticamente ridotto, l’incubo di una nuova faida inter-confessionale è tutt’altro che superato. 

Di qui la paura che aleggia dinnanzi alle continue richieste di autonomia che provengono dalle provincie di Anbar, Salah al-Din e più recentemente Dyala, che gli sciiti temono possano unirsi in un nuovo governatorato sunnita che faccia da contraltare a Baghdad ed Erbil.

In questa prospettiva si inserisce anche lo scontro tra la formazione Iraqiya e il premier Nuri al-Maliki, accusato di una gestione autoritaria del potere, favorevole alla sua comunità e funzionale all’Iran.

Da parte sua, il primo ministro accusa i sunniti di voler dividere l’Iraq, facendo leva sulla sua capacità di apparire l’uomo forte del paese in grado di unire gli interessi delle varie comunità.

A loro volta, insieme, il blocco di Maliki e il fronte Iraqiya, denunciano la volontà dei curdi di gestire autonomamente i proventi del petrolio dei giacimenti intorno Kirkuk e di voler creare un vero e proprio Stato nello Stato.

Quindi, se da una parte le istanze di maggiore autonomia e potere decisionale rivendicato dai sunniti aumentano i pericoli di una guerra civile nel breve termine, la stessa struttura di gestione dell’autorità statale sembra alimentare una suddivisione permanente del potere tra le varie comunità, favorendo una libanizzazione della politica irachena. Ciononostante, in molti sostengono che questo sistema non potrebbe mai funzionare in un paese che conta più di trenta milioni di persone.

 

5 aprile 2012