Colf, domestiche, badanti "schiave": una tragedia comune alle due rive del Mediterraneo

E' iniziato ieri, ad Amman, in Giordania, il secondo workshop regionale nell’ambito del progetto a tutela delle lavoratrici migranti nei paesi arabi, promosso dalla Jordanian Women’s Union in collaborazione con Un Ponte per.... Gli schiavi, o meglio le schiave, esistono ancora: "Domestiche cingalesi in saldo". Ne parliamo con Giordana Veracini.  

 

 

 

Se lo schiavismo coloniale si muoveva prevalentemente dall'Africa all'Europa, adesso, il mercato si è spostato da paesi come le Filippine, l'Indonesia e lo Sri Lanka verso Libano, Giordania ed Egitto.

Non solo sfruttamento, ma anche abusi, violenze e privazione totale della libertà. Moltissimi i suicidi. Non possono scappare, sono "esseri inferiori". I 'padroni' rubano i documenti e minacciano denunce di furto.

Eppure, tra lo sfruttamento in atto in Libano e in paesi come l'Italia, sotto alcuni punti, potrebbe sussistere una differenza solo formale. Ce lo racconta Giordana Veracini, responsabile delle attività in Medioriente dell'associazione Un ponte per..., coinvolta insieme alla Jordanian Women’s  Union, in un progetto operativo in Libano, Giordania ed Egitto.

di Angela Zurzolo

 

Cosa ha favorito la formazione del 'neo-schiavismo' moderno nei confronti dei lavoratori migranti domestici, in paesi come il Libano?

In Libano, come del resto anche in quasi tutti gli altri paesi del Medioriente e del Golfo, non esiste una legislazione che inquadri il lavoro domestico come parte integrante della legge sul lavoro.

La società civile di questi paesi e le organizzazioni che si occupano di sensibilizzare, promuovere e proteggere i diritti umani delle vittime – che sono per il 90% donne, molto giovani, a volte anche minori – chiedono un inquadramento legislativo all'interno del diritto del lavoro ma con una specificità che contraddistingua proprio le caratteristiche dello sfruttamento delle lavoratrici - che siano migranti o meno.

C'è poi da sottolineare, che molto spesso le lavoratrici domestiche (specialmente in Egitto) non provengono da altri paesi ma dalle zone povere e rurali. 

 

Che poi è la richiesta che l'incaricata dell'Onu, Gulnara Shahinian, ha ribadito durante la sua recente visita in Libano,  dove si hanno 200 mila lavoratori domestici, molti dei quali in condizione di schiavitù. Ma quali sono i meccanismi propri del fenomeno dello schiavismo?

Le modalità attraverso le quali si realizza lo schiavismo, diverse a seconda del paese di provenienza, funzionano attraverso un collegamento stretto tra le agenzie nei paesi di provenienza e quelle di reclutamento nei paesi ospitanti.

Queste ultime, a differenza di ciò che succede in Italia o in Europa, in cui il traffico delle persone cade velocemente nelle mani della criminalità e si configurano totalmente al di fuori dello schema legale, sono ufficiali, vere.

Fanno accordi legali con le agenzie del paese di origine e forniscono documenti contrattualmente in regola. Queste persone partono da paesi come lo Sri Lanka, l'Indonesia, la Tailandia, l'Etiopia o altre regioni africane, e hanno documenti di viaggio in regola, contrariamente alla situazione europea.

Nel paese ospitante, l'agenzia funge da intermediario con la famiglia che richiede il lavorante domestico. (ndr, a confermare la legalità delle agenzie, solo in Libano si contano 360 enti, alcuni dei quali affiggono cartelli con scritto "Domestiche cingalesi in saldo".)

Quando queste persone arrivano nei paesi ospitanti, in linea di massima sono informate del fatto che andranno a fare le domestiche nelle famiglie. Quello che non sanno è che -probabilmente non in tutti i casi ma in tantissimi – finiranno in una condizione di sfruttamento. La percentuale è altissima, anche perché sussistono forme di razzismo molto forte e aspetti culturali che favoriscono l'espansione di tale fenomeno.

 

Ecco, su questo vorrei che ci soffermassimo. In questi paesi, le lavoratrici domestiche migranti subiscono non solo forme di sfruttamento molto gravi, ma anche abusi sessuali.

Assolutamente sì. La violenza sessuale è una delle manifestazioni attraverso le quali si estrinseca il fenomeno dello sfruttamento, anche se è più frequente la violenza psicologica. Non esiste l'idea del giorno libero, non hanno una stanza propria e subiscono maltrattamenti fisici di ogni genere. Vengono poi usate come oggetto di scambio tra famiglie. Che siano cingalesi, tailandesi o indonesiane, vengono usate come degli oggetti. Comprate. E' per questo che parliamo di schiavitù.

 

E' un problema regionale?

Visto che siamo in Italia, qui la lavoratrice domestica si configura come “badante”, ma - alla luce delle lacune della nostra legislazione - mi sento di dire che anche da noi lo sfruttamento avviene con le stesse modalità del Golfo e del Medioriente – privazione della libertà, abusi, minacce, riduzione in schiavitù, ma facendo leva – come arma di ricatto – sulla denuncia dell’illegalità presso la polizia.

In Italia, la badante eritrea che arriva illegalmente o chiedendo inutilmente lo status di rifugiato è molto vulnerabile. Si crea una situazione di sfruttamento tale da essere ugualmente correlabile a quella dei paesi del Medioriente e del Golfo. Qui però sono illegali, lì no, perché non c'è una legislazione che le protegga. 

Da noi c'è la possibilità della denuncia, ma con il rischio di espulsione piuttosto che di vedere rispettati i tuoi diritti. In Italia è semplicemente tutto più celato. Più diventa difficile ottenere permessi di soggiorno, più aumenta lo sfruttamento. A volte si trasforma in prostituzione. 

 

La Giordania è stata tra i primi paesi arabi a ricorrere a degli emendamenti per arginare il fenomeno. Nel 2003 è stato il primo paese arabo ad applicare i contratti di lavoro standard anche alle lavoratrici straniere, nel 2008 le ha incluse nella legge di protezione del lavoro- con ulteriori specifiche nel 2009 - e  ha introdotto il reato di traffico di esseri umani nel codice penale. Invece, paesi come il Libano?

In Libano non esiste una legislazione specifica e, fino a poco tempo fa, persisteva la esplicita “esclusione della figura del lavoratore domestico dalla legge sul lavoro”, come da articolo 7 del diritto del lavoro in Libano. Contrariamente alle richieste delle organizzazioni che si occupano di diritti umani per i lavoratori domestici, c'è una esplicita esclusione della fattispecie del lavoratore domestico. Non è annoverato tra le voci di lavoro presenti.

Queste persone è come se fossero ombre. E lo sono anche perché sono stati tolti loro i documenti. Tutto sta al buon cuore di chi le tiene in pugno.

 

L'associazione Un ponte per.., per la quale lavora come responsabile per le attività in Medioriente, è impegnata in un progetto volto ad operare sul piano legale e su quello dell'assistenza psicologica.

Il progetto al quale Un ponte per... ha aderito è un progetto regionale, che coinvolge tre paesi del  Medioriente, che sono Giordania, Libano e Egitto, e a livello internazionale, Un ponte per...

Il ruolo dell'associazione, oltre a quello di collaborare strettamente con il capofila del progetto - che è la Jordanian Women’s Union della Giordania - sugli aspetti organizzativi strettamente manageriali, nello specifico è quello di fornire expertise sulla tematica della tratta e sulla legislazione italiana ed europea in materia, come riferimento per il lavoro di elaborazione di una proposta di legge condivisa nei paesi partner da presentare ai rispettivi Parlamenti.

Quindi, da una parte il sostegno legale, volto a fornire le esperienze più importanti in questo campo specifico, dall'altro, un'attività specifica sul territorio italiano che si realizzerà a partire dal secondo anno del progetto. Dal gennaio 2013, il progetto metterà in relazione operatori sociali di associazioni, ong, che lavorano nei paesi partner in Medioriente sulla tematica della protezione dei diritti delle donne e in particolar modo delle lavoratrici domestiche, con colleghe e colleghi che lavorano sulla stessa tematica in Italia.

Quindi, accompagneremo circa quaranta esponenti giordane, libanesi ed egiziane, appartenenti a queste organizzazioni, in un giro di conoscenza e di visita in organizzazioni situate nel nord, nel centro e nel sud d'Italia, che lavorano sulla stessa tematica. Lo scopo è quello di imparare l'uno dall'altro dalle rispettive esperienze sul terreno. Proporre un momento di condivisione, di scambio, di studio delle rispettive esperienze.

 

I provvedimenti presi dall'ambasciata filippina, volti a cercare di arginare il dilagante fenomeno dello sfruttamento del lavoro dei 30 mila domestici filippini presenti in Libano, spinti anche dai frequenti casi di suicidio, si sono concentrati sul tentativo di bloccare il flusso migratorio verso questa terra. Successivamente anche il governo dello Sri Lanka, ha cercato di usare il 'blocco dei visti'. Sono misure efficaci?

E' di sicuro una misura che ha un forte impatto sull'opinione pubblica e una valenza politica, perché se un governo arriva a non concedere il visto ai propri cittadini, motivandolo come misura  di emergenza per arginare il rischio e le conseguenze che poi si riversano sulle persone in questi paesi, di sicuro si  sta facendo un atto politico molto forte.

Del resto, anche forse l'unico che possano fare, essendo ospiti nel territorio della nazione in cui hanno sede. Però, di certo, oltre questo aspetto politico e di visibilità non vanno ad affrontare le questioni legislative necessarie a prevenire il fenomeno e a punire gli abusi che invece afferiscono al paese ospite. Questo rimane l'aspetto sul quale bisogna lavorare.
 

 

27 ottobre 2011