Cisgiordania: non più bambini palestinesi nelle carceri degli adulti

Fino a pochi giorni fa avere quindici anni nei Territori Occupati della Palestina significava essere processati al pari degli adulti, e condannati a subire violazioni dei diritti umani aberranti (come l'uso delle catene) nelle carceri israeliane. Oggi, la minore età per i bambini della Cisgiordania è stata fissata a 18 anni. I prigionieri palestinesi però continuano a digiunare contro le punizioni collettive.

 
 

di Angela Zurzolo


 
La legislazione attiva in Cisgiordania nei confronti dei minori ha fatto un enorme passo in avanti, nonostante abbia sancito tardivamente un diritto elementare per i bambini. Il 3 ottobre ai palestinesi è stata fissata la maggiore età al raggiungimento dei 18 anni, così come era da sempre stato per gli israeliani.

Il tribunale militare, fino ad oggi, aveva invece giudicato i bambini di quindici anni della 'Giudea e della Samaria' come degli adulti, rinchiudendoli nelle stesse prigioni e condannandoli a subire insieme agli altri privazioni, violazioni dei diritti umani e torture.

La legge, in atto sin dal 2009, era stata voluta da una corte militare che aveva stabilito che nei Territori della Cisgiordania si applicasse la punibilità del reato e l'arresto immediato sin dai quindici anni, sottoponendo i bambini alle stesse procedure legali previste per gli adulti.

Il numero dei minori appartenenti ai Territori Occupati, processati dalla corte penale ogni anno, ammonta a 700 e nella maggior parte dei casi si tratta di bambini accusati di aver lanciato sassi.

Secondo la Defence for children international, però, i 340 bambini nelle prigioni israeliane vengono incarcerati per "ragioni di sicurezza", come misura preventiva, perchè ritenuti soggetti potenzialmente pericolosi. Per ben il 14,6% dei minori la detenzione si prolunga per oltre tre anni.

Dopo due anni dall'attuazione della legge, i bambini palestinesi potranno finalmente essere giudicati dai tribunali minorili, non dovranno pagare le spese legali, saranno assistiti da avvocati dei servizi sociali e potranno essere accompagnati dai genitori.

Soprattutto, potranno essere detenuti in prigioni diverse da quelle degli adulti, che in questi giorni, con lo sciopero della fame, stanno denunciando al mondo le terribili violazioni dei loro diritti messe in atto dal governo di Tel Aviv.

Anche se il riconoscimento della soglia della maggiore età è adesso stata fissata ai 18 anni anche per i palestinesi, le violazioni da combattere sono ancora molte. Infatti, non sono ancora attive procedure speciali per l'arresto dei bambini e molte volte questi vengono strappati dai loro letti nella notte, senza avvisare i genitori.

Queste denunce si uniscono a quelle sollevate dallo sciopero della fame iniziato il 27 settembre dai detenuti palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane. Mentre continua il digiuno di questi uomini, l'Associazione palestinese per la difesa dei detenuti formula una lettera da inviare al primo ministro israeliano Netanyahu e alle ambasciate del paese, in segno di solidarietà nei confronti delle vittime delle violazioni dei diritti umani nelle carceri. Qui, dove fino a pochi giorni fa finivano anche i quindicenni, sarebbero state attuate condizioni peggiorative nei confronti dei detenuti palestinesi, come punizione collettiva per la detenzione del soldato dell’IDF Gilad Shalit, catturato da un commando palestinese a Kerem Shalom, al confine con Gaza. Dal 25 gennaio 2006, l'uomo è ancora nelle mani di Hamas.

"Il governo israeliano dovrebbe ricordare che ogni forma di punizione collettiva è proibita dalla legge internazionale (art. 33 della quarta Convenzione di Ginevra), e il discorso del primo ministro del 23 giugno, nel quale sono state annunciate ulteriori restrizioni come risposta alla detenzione del soldato Gilat Shalit da parte di gruppi militanti a Gaza, è chiaramente volto a prevedere una punizione collettiva contro la popolazione carceraria palestinese. Infatti, dal momento dell’annuncio, l’educazione universitaria è stata fermata e in alcuni casi le visite delle famiglie sono state negate, canali
tv sono stati banditi dalle prigioni e prodotti alimentari fondamentali non sono più disponibili nelle mense delle prigioni". Recita così la lettera che l'associazione chiede di inviare a Netanyahu.

Secondo molti, nelle carceri i palestinesi sarebbero sottoposti ad isolamento, torture e obbligo di catene durante gli incontri con avvocati e familiari, nonché soggetti a perquisizioni notturne nelle celle, violazioni dei diritti sanitari, così come all'impossibilità di studiare, leggere libri e quotidiani - unite alla cancellazione dei canali tv, in una totale anarchia rispetto agli standard internazionali.

Le torture e le pratiche disumanizzanti applicate nei confronti dei carcerati, sino allo scorso mese venivano attuate anche nei confronti dei bambini, anch'essi rinchiusi insieme agli adulti.
 

11 ottobre 2011