'Cartoline' dal Cairo

Quella che ci accoglie negli ultimi giorni di questo 2011 indimenticabile per gli egiziani è una città sospesa. Tanta, troppa la miseria in cui continua a vivere la maggioranza della popolazione, come a Poulak, dove arriviamo accompagnate da alcune attiviste del Centre for egyptian women legal assistance, che in questo quartiere ha la sua sede.

 

 

 

di Loretta Mussi - presidente Un ponte per...

I movimenti laici che hanno ispirato e guidato gli inizi della rivoluzione di piazza Tahrir guardano già al dopo-elezioni, vista la netta vittoria dei partiti islamici - Fratelli Musulmani e al-Nur che, insieme e nella sola città del Cairo, hanno totalizzato quasi l’80% dei suffragi.

Si tratta ora di lavorare alla riorganizzazione e al coordinamento delle forze laiche che per prime sono scese in piazza chiedendo libertà, dignità e giustizia sociale, e alla preparazione di un programma politico che possa creare una vera alternativa economica e sociale proiettata nel futuro

Bisogna prepararsi per le prossime scadenze, che non è detto siano molto lontane. Qui infatti c'è la sensazione che i partiti islamici non siano portatori di una vera trasformazione e che, pertanto, non saranno in grado di rispondere alla domanda di giustizia economica e sociale che viene dal popolo.

Diverso è il sentimento che si legge incontrando lo sguardo delle persone che affollano e percorrono quotidianamente le strade e le piazze della città. Ascoltandoli, si coglie un senso di forte preoccupazione perché non si intravede quel cambiamento sperato e atteso, per il quale così tanti, uomini e donne, hanno dato la loro vita. Altri sono stati imprigionati e hanno subito torture.

Qui la repressione continua e la  povertà è in aumento.

Un saggio dell'estrema miseria in cui vive la maggioranza degli egiziani lo si ha visitando una delle  enormi ed affollate aree popolari del Cairo, Poulak, dove arriviamo accompagnate da alcune attiviste del Cewla (Centre for egyptian women legal assistance), che in questo quartiere ha la sua sede.

A  Poulak, ammassate in case fatiscenti, prive di servizi e separate da vicoli sterrati, vivono un milione e mezzo di persone, senza diritti e spesso anche prive dei  documenti necessari ad attestarne l’esistenza.

Le operatrici e gli operatori di Cewla, lavorano fornendo assistenza legale e svolgendo attività di informazione e formazione per accrescere la consapevolezza delle persone rispetto ai propri diritti, con un'attenzione particolare ai giovani e alle donne sempre molto esposte alla violenza domestica e, ancora, ai delitti d’onore.  

Questa situazione è diffusa nella grande periferia del Cairo e nel paese, e ci fa cogliere quanto siano enormi le difficoltà che si trovano ad affrontare le organizzazioni della società civile e i movimenti laici, ma anche quelli religiosi e più aperti, che si battono per un cambiamento radicale e ben diverso da quello solo di facciata cui si è assistito finora.

Di tutto ciò sono molto consapevoli gli attivisti e le attiviste che incontriamo, sanno bene che la transizione sarà lunga e difficile, soprattutto per le donne. 

L’ultimo giorno al Cairo partecipiamo alla conferenza indetta dalla “Egyptian feminist coalition”, una rete che comprende 15 organizzazioni femminili. 

Il messaggio che viene lanciato è chiaro: nulla è cambiato nel regime del dopo-Mubarak.

Il numero degli arresti è aumentato, così come le torture contro uomini e donne (almeno 175 quelle documentate dall’inizio della rivoluzione), mentre praticamente ogni giorno si registrano altre aggressioni e violazioni, che non risparmiano neppure minori. 

La repressione nei confronti delle donne si è intensificata soprattutto successivamente ai primi mesi della rivoluzione, quando sono diventate il 'bersaglio perferito' della violenza militare e dei delinquenti comuni: non solo vengono picchiate, ferite e violentate, ma anche imprigionate e usate come esca per ricattare fratelli, figli e mariti, costringendoli a consegnarsi, per non macchiare sé stessi e la famiglia dell’onta di averle abbandonate nelle mani dei militari.

Pesanti accuse vengono lanciate anche nei confronti della televisione ufficiale egiziana e delle maggiori testate giornalistiche per il loro silenzio sulle aggressioni e sulle uccisioni degli attivisti da parte delle forze di polizia e dell’esercito, e per le campagne stampa denigratorie nei loro confronti e delle donne che partecipano alle manifestazioni. 

Nelle testimonianze che si susseguono una delle accuse più frequenti rivolte all’attuale governo riguarda il tentativo continuo e manifesto di dividere i manifestanti, grazie a infiltrati e criminali comuni, assoldati allo scopo di provocare risse, minare la credibilità degli attivisti e lavorare per far crescere la tensione.

Continua anche il giro di vite sui mezzi di informazione indipendenti e stranieri. 

Si racconta di giovani picchiati, feriti e inseguiti fin dentro gli ospedali, di medici e infermieri a cui è stato impedito di prestare soccorso ai manifestanti, ricorrendo anche alla violenza fisica e all’uso delle armi: tanto che per aiutare gli attivisti molti ormai sono costretti a prestare soccorso in abiti civili.

Si racconta di come gli ospedali siano lasciati privi non solo dei mezzi e delle risorse per curare i feriti, ma anche di cibo e coperte.

La conferenza si chiude con un appello ai media, perché raccontino la verità, e un invito a non mollare la presa, a non desistere, perché il regime e il Consiglio dei militari sono più deboli di quanto possano apparire.

 

 

 

2 gennaio 2011