Cariche in affitto, arresti illegali, torture ed estorsioni: ecco il mercato dei detenuti iracheni
Arresti illegali per accuse inventate, torture nelle carceri ed estorsioni: molti prigionieri iracheni hanno dovuto pagare per uscire anche se assolti dal tribunale. Ma essere rilasciati spesso significa finire nuovamente dentro, perché: “una famiglia che ha pagato una volta, diventa un bersaglio facile per ulteriori ricatti”.
di Angela Zurzolo
Gli inviati del Guardian hanno intervistato 14 detenuti e cinque ufficiali del servizio di sicurezza di Baghdad: “Il sistema, ora, è proprio come quello di Saddam”. Si tortura di notte per 'fregare' ispettori dei diritti umani e il giorno dopo “arriva una lettera di congratulazioni per la professionalità nel lavoro svolto”.
“Ogni posto del governo è in vendita” e ora ogni civile cerca una pistola per proteggersi.
Yassir è stato arrestato nel 2007, e per tre lunghi anni i suoi genitori hanno creduto che fosse morto. Un giorno, però, era arrivata la chiamata di un funzionario che chiedeva un riscatto per liberare Yassir.
“Le sue mani e le sue gambe erano legate da catene di metallo come un criminale. Non riuscivo a riconoscerlo a causa delle torture. Non era mio figlio. Era qualcun altro”, racconta la madre.
“Ne ho persi quattro e ho detto loro che non avrei perso anche lui”. Il fratello maggiore di Yassir è stato ucciso dai sunniti. Gli altri tre sono stati rapiti da miliziani sciiti e non sono più tornati.
Um Hussein, il padre, racconta: “Abbiamo dovuto mandare agli uomini della sicurezza schede telefoniche, in modo da poter chiamare. Hanno detto: 'Tuo figlio è stato torturato - morirà se non paghi'. Così abbiamo pagato e pagato. Che cosa potevo fare? Lui è l'ultimo figlio che ho. Ho detto loro che avrei venduto me stesso nelle strade, pur di riprendermelo”.
A dicembre, era arrivata la richiesta di un ultimo pagamento. Prima 600 dollari, poi 300, fino a concordarne 200.
Accanto a una moschea alla periferia del quartiere, un ufficiale della sicurezza sciita, Rafic, aveva prelevato il danaro. Due giorni dopo, il prigioniero è stato liberato. Un giudice aveva ordinato il suo rilascio sei mesi prima.
Nel suo quartiere di Baghdad, Rafic è molto temuto. Ha il potere di ordinare il rapimento di chiunque. Il Guardian lo ha incontrato mentre concludeva un affare da 5000 dollari.
“Il sistema ora è proprio come sotto Saddam”, ha detto. “Cammina dritto lungo il muro, non avvicinarti alla politica e puoi camminare a testa alta e non aver paura. Ma se ti avvicini al trono, allora l'ira di Allah cadrà su di te e noi abbiamo occhi ovunque”.
Aggirare i controlli degli ispettori per i diritti umani è facile. Solitamente le visite avvengono di giorno. La sala delle torture si trova nel retro del centro di detenzione.
“Anche se l'ispettore viene durante il giorno, nessuno dei detenuti osa parlare. E una settimana dopo arriva una lettera del ministero che ci ringrazia per la nostra professionalità”.
Yassir è stato trovato dagli ispettori per i diritti umani per terra, disteso sulla schiena, completamente incapace di muoversi.
“Mi ha chiesto cos'avevo. Ho risposto che ero malato ed ero caduto in bagno. Se dici che sei stato torturato, dopo l'ispezione, ti uccidono”.
Quando si scopre la schiena per mostrare le cicatrici, Yassir volta la testa dall'altra parte.
“I commandos hanno circondato la zona e ci hanno presi. C'erano gli americani. Ci hanno scattato delle foto. Ci hanno trasferito al ministero degli Interni, dove hanno separato gli uomini fotografati dagli americani da quelli che non lo erano stati”.
All'interno del ministero, Yassir è stato torturato per due settimane, da mezzanotte fino al mattino.
“Hanno appeso i prigionieri e colpito le loro gambe con dei cavi. Colpivano anche ai reni. Urino ancora sangue”, ha detto.
Ciò è accaduto perché Yassir si era rifiutato di confessare la falsa accusa di appartenenza ad Al-Qaeda, ed era stato trasferito in una base militare nel nord di Baghdad e poi, ogni sei mesi, in altri centri di detenzione.
In ognuno di questi, per quattro anni e mezzo, era stato torturato. Poi, il giudice aveva ordinato il suo rilascio.
Chi aveva firmato sotto tortura una confessione, invece, era stato condannato a morte. “Mi hanno dato un foglio e io ho firmato. Mi hanno detto che se avessi ritrattato di fronte al giudice, sarei stato nuovamente torturato”, ha raccontato un ex detenuto. Per non essere giustiziato, ha dovuto pagare 7000 dollari.
L'arresto su accuse pretestuose e completamente inventate è diventato un sistema di finanziamento per le forze di sicurezza dello Stato iracheno.
E' la nuova 'industria' della tortura e del ricatto, volta all'estorsione di tangenti, mazzette e riscatti, di cui beneficiano, secondo un sistema di connivenze, le alte cariche della sicurezza, i giovani ufficiali e i politici corrotti.
Un colonnello del ministero degli Interni, che contratta apertamente nel suo hotel la cifra per il rilascio di un passaporto o di un detenuto, afferma: “Qui tutto è in vendita. Ogni posto del governo è in vendita. Paghi 300 mila dollari per comprare un posto come capo della sicurezza o come comandante militare per un anno e devi avere indietro il tuo danaro. E' come un investimento. Ma non puoi fidarti di nessuno in questo paese. Prendono il tuo danaro e cospirano contro di te, mandandoti in gattabuia. Sono come lupi”.
Le cariche delle forze di sicurezza irachene sono in affitto per un periodo prestabilito di tempo. Un investimento ampiamente risarcito dagli illeciti.
I proventi, infatti, arrivano dal 'mercato' dei detenuti. “I posti che costano di più sono quelli nei quartieri sunniti, perchè c'è un maggior numero di arresti rispetto a quelli sciiti”, spiega un subordinato del colonnello.
“A volte, se sei davvero fortunato, catturi davvero qualcuno di Al Qaeda, e lì puoi avere indietro interamente il tuo investimento in una sola volta e pattuire con lui il rilascio per mezzo milione di dollari”.
“Dopo la partenza delle forze statunitensi, tutti sono alla ricerca di una pistola”, spiega un ufficiale.
Nel 2008, gli americani avevano venduto i loro fucili ai curdi e “ora, stiamo cercando di riacquistarli”.
17 gennaio 2011
Sulla scia dei molteplici attentati che continuano a insanguinare il paese, la stampa americana – dal New York Times al Washington Post – non fa che sostenere l’idea per cui il conflitto tra sunniti, sciiti e curdi era "inevitabile" con l'uscita di scena dell'esercito Usa. Siamo sicuri?
Il Consiglio dei ministri iracheno ha approvato per il 2012 un bozza di bilancio molto più “generosa” rispetto agli anni precedenti. Il bilancio riflette le priorità del paese nell’anno in cui muoverà i primi passi nella piena sovranità, dedicando quasi metà della spesa pubblica a tre settori: energia, sicurezza e servizi sociali.
E' giunta l'ora di chiedergli conto dei crimini commessi in Iraq. I medici e gli abitanti di Falluja tornano con forza ad accusare il governo statunitense di aver impiegato uranio impoverito e fosforo bianco nel corso dell’assedio della città, datato 2004. Gli effetti sui neonati continuano a essere "catastrofici", e il pensiero va al Giappone annientato dall’atomica americana.
Un nuovo rapporto fa luce sul drammatico fenomeno delle Private military and security companies (PMSCs). Si tratta di un lavoro realizzato per le Nazioni Unite, che dimostra come l’Iraq sia diventato il paese più privatizzato al mondo in materia sicurezza. E si scopre che in alcuni paesi, dalla Libia alla Gran Bretagna, i 'veri' protagonisti del 2011 sono stati proprio i mercenari.
La questione della legge sugli idrocarburi in Iraq sembra essere ancora lontana dal trovare una soluzione. Il Parlamento ha deciso di posticipare il dibattito sulla bozza presentata dal governo, a causa della reiterata assenza alle sedute dei membri della lista di opposizione Iraqiya. Da parte loro i sunniti chiedono infatti un "nuovo intervento" degli Stati Uniti.
Londra, 6 novembre 2002. Al Foreign Office si svolge un incontro a porte chiuse tra Michael Arthur della Direzione economica del ministero e Richard Paniguian, responsabile dell'area mediorientale della compagnia petrolifera BP. La guerra in Iraq sembra alle porte, crescono le voci di accordi segreti tra Usa, Francia e Russia per la promessa di contratti petroliferi in cambio del sostegno all'attacco.
In una recente intervista all'Iraq Oil Report, il vice primo ministro iracheno, Hussain al Shahristani, chiarisce la posizione ufficiale del governo iracheno sulla questione del contratto non autorizzato tra la ExxonMobil e le autorità della regione del Kurdistan.
Gli attentati di Baghdad sono solo l'ultimo esempio della crescente tensione interconfessionale in Iraq. Il tono dello scontro è stato dettato dalla battaglia in atto proprio nel cuore del governo iracheno. Ma si tratta di una contrapposizione che riflette il più ampio conflitto tra l'Iran e la Turchia rispetto alla situazione siriana.
Ho davvero voglia di piangere, ma le lacrime non ne vogliono sapere di scendere. Giovedì mattina ero venuto al pronto soccorso alle 7. Improvvisamente ho sentito diversi boati. "Oh mio Dio, sono esplosioni!", ho pensato, e dopo poco un’ambulanza è arrivata con le molte vittime di una serie di attentati che hanno colpito tutta Baghdad.
Il 20 dicembre 2011, la IEITI - l'Iniziativa per la trasparenza dell'industria estrattiva irachena (Iraqi extractive industries transparency initiative) - ha diffuso il rapporto sulla concordanza delle entrate del settore petrolifero in Iraq nel 2009. Si tratta di un documento molto importante, poiché fa luce sia sull'importanza dei proventi dell'oro nero che sulla sua gestione.
Se c’è una parte del mondo che non è mai stata completamente decolonizzata, quella è il Medio Oriente. Partendo da questa premessa, Seumas Milne fa coincidere il giorno della caduta di Hosni Mubarak in Egitto con l’inizio di una “implacabile controrivoluzione” delle potenze occidentali e dei loro alleati del Golfo, nel tentativo disperato di schiacciare o comunque manipolare le rivoluzioni arabe.
All'inizio di questa settimana, il paese è precipitato in una grave crisi politica, scatenata dalla decisione del Nouri al-Maliki di sfiduciare uno dei suoi tre vice primi ministri, Saleh al-Mutlaq, e dal mandato d’arresto diretto a uno dei due vicepresidenti, Tariq al-Hashimi, accusato di terrorismo.
Nuovi scontri interreligiosi nella Regione del Kurdistan fanno riemergere il timore per ciò che potrebbe accadere nel prossimo futuro. Il secolare mosaico etnico e religioso iracheno sembra un ricordo sbiadito di un passato ormai lontano.