Bahrein: prove generali anti-sommossa per il primo anniversario della rivolta
Già dispiegati centinaia di uomini di sicurezza addestrati (e non solo) direttamente da Scotland Yard, aspettando domani. Il 14 febbraio il Bahrein compirà un anno dall’inizio dei disordini e si prepara a festeggiarlo con una nuova occupazione. Il luogo prescelto è la Freedom Square, la grande piazza che apre le porte della capitale Manama, già teatro di scontri tra manifestanti e polizia.
di Marta Ghezzi
A coordinare le operazioni di contenimento della piazza domani ci sarà l’inglese John Yates, ex commissario di Scotland Yard, dimessosi la scorsa estate a seguito dello scandalo delle intercettazioni telefoniche.
Arrivato nel paese a dicembre, assieme al collega John Timoney della polizia di Miami, si è occupato dell’addestramento delle forze anti-sommossa alla luce degli ‘standard internazionali’ per il rispetto dei diritti umani.
In un’intervista al Daily Telegraph, Yates ha dichiarato di aver lavorato in questi mesi sul concetto di ‘reazione proporzionata’ e di essere sicuro che la presenza di uomini armati in piazza domani servirà solo a contenere la folla, e non ad attaccarla.
Lo stesso Yates ha poi sottolineato che quella del Bahrein non è una 'vera rivoluzione', bensì un insieme confuso di disordini e atti di vandalismo ingiustificati che hanno come unico effetto quello di rovinare l’economia del paese.
Di avviso molto simile è anche il re sunnita Hamad bin Isa al-Khalifa: ad un giornalista di Der Spiegel spiegava poco tempo fa come non esista una vera opposizione nel paese, ma solo una pluralità di punti di vista. Cosa che fa senz’altro bene al confronto nazionale.
Nel frattempo continuavano gli scontri tra manifestanti della maggioranza sciita e polizia, con lancio di bottiglie incendiarie e arresti di massa.
Questa mattina a salire al dicastero della Sanità è stato per la prima volta uno sciita, Sadok bin Abdulkarim al-Shehabi, nominato ministro in queste ultime ore.
Alla vigilia della grande manifestazione di domani, la nomina di uno sciita, e proprio al ministero della Salute, non sembra del tutto casuale. Lo scorso anno erano finiti in carcere e poi sotto processo proprio decine di medici e infermieri degli ospedali pubblici, "colpevoli" di aver curato i manifestanti caricati dalla polizia.
Una protesta mai sopita, quella del piccolo stato del Golfo. Un anno di continue violenze, che hanno provocato 40 morti per le strade e un numero imprecisato all’interno delle carceri.
Gli ultimi due la scorsa settimana, uno dei quali diciannovenne, deceduto in seguito alle complicazioni di un’anemia, secondo quando dichiarato dalla polizia.
Un eccessivo uso della violenza, sia nelle piazze - con il continuo lancio di gas lacrimogeni, bombe stordenti e proiettili di gomma - che nei centri di detenzione, dove ormai è comprovato il ricorso alla tortura e le violazioni dei diritti umani.
Due attiviste per i diritti umani, cittadine statunitensi inviate come osservatrici dell’associazione Witness Bahrain sono state arrestate ed espulse dal paese senza poter incontrare il loro avvocato.
Secondo quanto riportato da Al Jazeera, le due erano state catturate durante la manifestazione di sabato nella capitale e condotte in prigione, dove era stato chiesto loro di firmare una dichiarazione in arabo. Al loro rifiuto, l’ordine di espulsione è stato immediato.
La manifestazione di sabato, organizzata da Nabeel Rajab, direttore del Bahrain Centre for Human Rights, più volte ospite delle carceri nazionali nell’ultimo anno, è stata dispersa dalla carica della polizia che ha lanciato sui dimostranti lacrimogeni e bombe stordenti.
13 febbraio 2012
Il 14 febbraio il Bahrein ricorderà il primo anno dall’inizio delle proteste: la Primavera nel piccolo Stato a maggioranza sciita, retto da una dinastia sunnita, era iniziata con l’occupazione di Pearl Square. Occupazione repressa nel sangue, mentre a non trovare alcun impedimento sono stati invece i 53 milioni di dollari in armamenti vari arrivati dagli Stati Uniti.
I venti della 'Primavera' non soffieranno sulla penisola araba, almeno per ora. Secondo il giornalista Sooud Sultan Al Qassemi esiste una rete di interessi così potente da resistere a ogni tentativo di riforma politica, fatta di tribù, religione, monopoli e giornalisti asserviti al potere.
L’enciclopedico rapporto pubblicato ogni anno da Human Rights Watch, summa del monitoraggio dei diritti umani nel mondo nell’anno appena trascorso, stavolta si apre con un’introduzione sulla Primavera Araba. Evidentemente i fatti mediorientali e nordafricani sono stati straordinari non solo da punto di vista politico, ma anche da quello del rispetto dei diritti dell’uomo.
Dopo i primi avvertimenti, la polizia ha caricato. La manifestazione di venerdì sera, indetta in solidarietà con i detenuti e le famiglie degli attivisti arrestati durante le marce di protesta, era quasi finita quando le forze dell’ordine in assetto anti-sommossa si sono scagliate contro la piccola folla che già iniziava a disperdersi. Colpito anche il presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein, che dal canto suo esulta: "Stanno creando un’intera generazione di citizen journalist e di attivisti per i diritti umani”.
Le autorità del Bahrain sembrano aver accolto le richieste della Commissione d'inchiesta indipendente e operano una 'revisione' delle condanne inflitte ad alcuni manifestanti che si erano "macchiati" di reati di opinione.
Abdulhadi al Khawaja è stato condannato all’ergastolo con l’accusa di terrorismo. Sua figlia Zainab è stata rilasciata sotto cauzione. In Bahrein c'è un'intera famiglia che sta pagando per la libertà di tutti.
All’interno del mondo arabo il Golfo Persico è una macro-regione “eccezionale” per diverse ragioni. A parte lo Yemen, tutti i paesi che lo compongono possiedono ordinamenti monarchici e tutti quanti appaiono, nella dicitura di Noah Feldman, “anomali”.
di Giovanni Andriolo
di Giovanni Andriolo