Bahrein: nuovi scontri, ma gli attivisti parlano di "vittoria"

Dopo i primi avvertimenti, la polizia ha caricato. La manifestazione di venerdì sera, indetta in solidarietà con i detenuti e le famiglie degli attivisti arrestati durante le marce di protesta, era quasi finita quando le forze dell’ordine in assetto anti-sommossa si sono scagliate contro la piccola folla che già iniziava a disperdersi. Colpito anche il presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein, che dal canto suo esulta: "Stanno creando un’intera generazione di citizen journalist e di attivisti per i diritti umani”.

 

 

 

di Marta Ghezzi

 

Costretti alla fuga, alcuni hanno trovato riparo nei cortili e nei vicoli che si aprivano lungo la via. Altri non hanno avuto scampo.

Tra questi, il presidente del Bahrein Centre for Human Rights, Nabil Rajab. Rintracciato dopo quasi mezz’ora dalla prima carica, è stato aggredito da un gruppo di uomini in uniforme e poi portato in ospedale dove, dopo le cure, è stato interrogato circa l’aggressione.

La versione di Rajab, raggiunto telefonicamente dalla redazione di Al Jazeera dopo il rilascio, non corrisponde a quella rilasciata prima dalle forze di sicurezza e poi confermata dal portavoce del ministero degli Interni.

Le autorità ammettono lo scontro con i manifestanti, ma affermano che la marcia non era stata autorizzata e che Rajab è stato ritrovato a terra e quindi soccorso dagli agenti presenti sul posto.

Ed è così che è nato il nuovo tormentone su twitter: "Abbiamo usato la parola araba per ‘sdraiato a terra’, mostaghly, come hashtag per prenderci gioco di loro. È tutto molto divertente”, ha commentato sarcasticamente Hussein Yousif, anche lui attivista per i diritti umani in Bahrein. 

“Gli attacchi agli attivisti non fanno altro che avvicinare la gente all’attivismo: stanno creando un’intera generazione di citizen journalist e di attivisti per i diritti umani”, ha dichiarato Rajab.

Dall’inizio delle manifestazioni, nello scorso febbraio, sono già 65 le persone rimaste uccise durante gli scontri con la polizia.

I feriti e gli intossicati dal lancio di lacrimogeni e fumogeni sono invece un numero incalcolabile. Impossibile quantificare anche i fermati e gli arrestati negli ultimi undici mesi.

Infinita la casistica delle accuse imputate loro: si va dall’oltraggio alla corona al disturbo della quiete pubblica, dalla manifestazione non autorizzata, all’organizzazione terroristica filo-iraniana.

Nel lungo elenco di attivisti attualmente in carcere compare ancora il nome di Abdulhadi al-Khawaji, predecessore di Rajab alla guida del Centro per i diritti umani, detenuto dal 9 aprile scorso con l’accusa di terrorismo e di cui non si conosce ancora il destino.

La figlia, riportando stralci dell’ultima conversazione avuta con lui durante una visita in prigione, scrive sul suo account twitter: “La gente può pensare che la vittoria sia lo scopo finale, e invece no. Noi abbiamo già vinto, scegliendo la lotta per la libertà”.

 

7 gennaio 2012