Bahrein: continua la guerra contro gli attivisti per i diritti umani. E contro internet.

Si sono prensentati alla sua porta, in abiti civili e a volto coperto, mentre all’esterno degli automezzi della polizia bloccavano il traffico e cingevano d’assedio la casa. Proprio ieri Nabil Rajab è stato condotto in prigione, per l’ennesima volta, a seguito della sentenza della Quinta Camera Bassa del tribunale civile di Manama. 

 

 

 

 

di Marta Ghezzi da Amman

 

 

 

Nabil dovrà scontare tre mesi di carcere per l’attivista per i diritti umani, 'colpevole' di aver insultato via Twitter il primo ministro e di aver messo in discussione il patriottismo dei querelanti, tutti legati a vario titolo al governo e alla corona del piccolo regno del Golfo.

Il primo arresto, per la stessa accusa, risale ad un mese fa: in carcere tra il 6 e il 27 giugno, Rajab era poi stato rilasciato in attesa di giudizio.

Ora che la sentenza è stata emessa, l’avvocato difensore ha già presentato ricorso, sottolineando l’irregolarità del giudizio: non è prassi infatti che un’accusa di diffamazione finisca in un arresto.

Il 27 giugno si era celebrato un altro processo per diffamazione a carico di Rajab, conclusosi con la comminazione di una multa da 300 dinari bahreiniti.

Ancora da dibattere restano i due procedimenti per partecipazione e istigazione a manifestazioni illegali (udienza fissata per il 26 settembre) e per attività illecite e istigazione alla rivolta attraverso social media (udienza fissata per il 19 luglio).

Quella che re Hamad bin Isa Al Khalifa ha iniziato contro l’opposizione e contro i mezzi di comunicazione di massa ha preso ormai i toni di una lotta senza quartiere.

Già all’indomani della sua salita al trono, nel 2002, veniva emessa una legge che di fatto concedeva alla corona pieni poteri di censura e regolamentazione sui media all’interno del paese.

Risale invece al 2006, alla vigilia delle elezioni, l’oscuramento del sito internet del BCHR e di almeno altri otto siti e forum di discussione nazionali.

Dall’inizio della rivolta in Bahrein, nel febbraio 2011, si è perso il conto dei blogger e attivisti mediatici finiti in carcere con l’accusa di vilipendio alla corona, torturati, minacciati, costretti alla fuga o alla latitanza.

Due fra tutti: Ahmed Radhi, giornalista e autore del blog Salahi Qalami (‘la mia pistola è la mia penna’), prelevato da casa il 16 maggio scorso, la sua detenzione è stata prolungata al 16 luglio e le accuse a suo carico (terrorismo, violenza e attentato alla pubblica sicurezza) formalizzate solo un mese dopo il suo arresto, e Ali Abdulemam, blogger latitante dal settembre 2010, condannato in contumacia a 15 anni di carcere sempre per attività anti-patriottiche.

Nabil Rajab, simbolo della protesta nel regno, con i suoi quasi 160mila contatti Twitter, rappresenta oggi una delle maggiori minacce digitali al potere reale.

 

Di seguito il video dell'arresto.

 

10 luglio 2012

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