Azienda cinese rompe con l’Iran per fare 'bella figura' con gli Usa
Venerdì scorso l’azienda di dispositivi per le telecomunicazioni Huawei Technologies Co. ha reso pubblici i suoi piani di riduzione progressiva degli affari in Iran, per aver ‘scoperto’ che la polizia usava la sua tecnologia di rete mobile per tracciare i movimenti e arrestare i dissidenti.
di Francesca Manfroni e Rino Finamore
La compagnia Hauwei, con sede a Shenzhen, “darà un taglio netto ai suoi piani di sviluppo nel paese, fermando il processo di ricerca di nuovi clienti e limitando i suoi affari ai soli esistenti”, si legge sulla pagina web ufficiale della compagnia.
Il motivo? Ufficialmente i dirigenti della società puntano il dito contro la “sempre più complessa situazione iraniana”, senza però entrare nei ‘dettagli’ della questione.
Un cambio di rotta quindi apparentemente immotivato, visto che solo due mesi fa il Wall Street Journal sottolineava come dopo il ritiro delle compagnie occidentali dal mercato iraniano per l’inasprimento delle sanzioni verso il paese, l’Huawei avesse vinto ancora più appalti.
A un primo sguardo si potrebbe plaudire lo sforzo compiuto dalle organizzazioni iraniane per i diritti umani, che dall’esilio hanno documentato i numerosi casi di dissidenti rintracciati e arrestati attraverso il controllo governativo della rete.
Eppure, il fatto che questo gesto arrivi da una compagnia che ha sede in un paese tristemente noto per la violazione dei diritti umani (nonché per il braccio di ferro proprio con uno dei più grandi colossi della rete, Google), fa sorgere più di un sospetto sulle reali intenzioni della Huawei.
Dubbi alimentati anche dal fatto che fra i primi a elogiare questa scelta ci sia Mark Wallace, presidente dell’associazione United Against Nuclear Iran ed ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite, secondo cui la scelta della compagnia asiatica rappresenta “una pietra miliare” nella storia: “Per la prima volta – ha affermato Wallance - una grande azienda cinese si ritira dall’Iran, alla luce del crescente sdegno della comunità internazionale per il suo brutale regime”.
Ma che la Huawei abbia deciso di ‘tagliare’ con Teheran per via dei diritti umani è davvero tutto da dimostrare, a meno che non si tratti di una vera e propria “folgorazione”.
Il 27 ottobre, The Journal scriveva infatti che la società con sede a Shenzhen aveva appena firmato un contratto per l’istallazione di un sistema per la più grande compagnia di telefonia cellulare iraniana, che avrebbe permesso alla polizia di tracciare i cittadini, localizzandoli attraverso i cellulari. Servizi simili sarebbero a disposizione anche della seconda compagnia telefonica mobile del paese.
Se da parte iraniana questa è una notizia ‘non-notizia’, considerando il continuo giro di vite sui dissidenti dopo le proteste antigovernative seguite alle controverse elezioni del 2009, sul fronte delle reali motivazioni che hanno spinto la Huawei a smarcarsi dagli Ayatollah rappresenta invece un importante spunto di riflessione.
Nel momento in cui la compagnia cinese avesse davvero chiuso alla collaborazione con Teheran perché “sdegnata” dalle violazioni dei diritti umani, allora non avrebbe siglato due accordi così importanti poco più di un mese fa.
E allora viene spontaneo guardare oltreoceano, e leggere l’annuncio della Huawei come una mossa per migliorare la sua immagine negli Stati Uniti, dove lamenta di essere stata “ingiustamente isolata” dal mercato, nonostante le sue partnership con i più grandi operatori di Europa, Medio Oriente e Canada, e la sua rapida crescita degli ultimi anni fino a diventare il secondo provider di dispositivi per le telecomunicazioni a livello mondiale, dopo la svedese Telefon AB L.M. Ericsson.
Un “isolamento” sicuramente dettato anche da motivi di “sicurezza nazionale” (con Washington preoccupata che i dispositivi della Hauwei e di altre compagnie cinesi all’interno del sistema americano possano essere potenzialmente usate per intercettare e tracciare le comunicazioni), ma che va interpretato anche in funzione anti-nucleare.
Il ‘gesto estremo’ compiuto dalla società asiatica dimostra quanto il dossier iraniano sia sempre ben in evidenza all’interno dell’agenda politica statunitense, ma ripropone soprattutto il tema dell’uso quantomeno ‘discrezionale’ della difesa dei diritti umani a livello internazionale.
Sono i numeri a parlare: il sangue versato dai protagonisti della primavera araba è anche colpa dell'Occidente e dell'Italia in particolare, come denuncia in un rapporto Amnesty International. Il monitoraggio del mercato di alcuni paesi mediorientali, iniziato nel 2005, ha dimostrato che Bahrein, Egitto, Siria e Yemen hanno acquistato armi di fabbricazione straniera. E chi le ha vendute? Ma naturalmente Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Russia e Usa.
Restando ancora alla cronaca di questi mesi, basti pensare alla Libia, e alle prove chiare ed evidenti della cooperazione delle imprese straniere nella repressione attuata dal colonnello prima di morire, così come – per guardare anche in casa nostra – al caso dell’azienda italiana Area S.p.a, che ha creato un sofisticato sistema di intercettazione per il governo siriano.
E ancora i migliaia di manifestanti di piazza Tahrir, gravemente feriti da gas lacrimogeni e proiettili di gomma made in Usa, o i miliardi di dollari che stanno entrando nella casse americane (e non solo) per la vendita di armi ai paesi del Golfo.
12 dicembre 2011
