Arabia Saudita: una pena di morte in 140 caratteri e il mistero sull'Interpol

Rimpatriato in Arabia Saudita il giornalista Hamza Kashgari, che ora rischia l’accusa di apostasia e la pena di morte. Il giorno del compleanno del Profeta, il 4 febbraio, il 23enne aveva pubblicato su twitter un commento: "I have loved things about you and I have hated things about you, and there is a lot I don't understand about you. I will not pray for you".

 

 

di Marta Ghezzi da Amman

 

In poche ora il suo post ha ricevuto 30 mila risposte, tra le quali diverse minacce di morte, e 13 mila fan della pagina facebook: "Il popolo saudita chiede l’esecuzione di Hamza Kashgari".

Hamza ha quindi cancellato il tweet, porgendo le sue scuse a tutta la comunità virtuale. Ma è non bastato. Dal clero saudita è arrivata anche l’ipotesi di intentare ai suoi danni un processo per apostasia. Che se lo vedesse colpevole, comporterebbe la pena di morte.

E' iniziata così la fuga di Kashgari.

Il 7 febbraio decide di lasciare l’Arabia Saudita alla volta della Giordania, da qui verso la Malesia, dove il suo progetto per raggiungere la Nuova Zelanda e cercare asilo politico viene bloccato dalle forze di sicurezza malesi che lo arrestano all’aeroporto di Kuala Lumpur. 

Il 12 febbraio viene prelevato dalle autorità saudite e rimpatriato, in attesa di un processo. Durante la detenzione in Malesia gli viene impedito di incontrare i suoi legali.

Ancora da chiarire la catena di comando delle operazioni per l’estadizione di Kashgari. Gli agenti della polizia malese, interrogati, hanno sostenuto di aver ricevuto dall’Interpol, con codice d’allerta rosso, l’ordine di fermare il cittadino saudita.

L’Interpol, dal canto suo, smentisce d’aver mai spiccato un mandato di cattura internazionale a carico del giornalista.

Fair Trials International, associazione per la difesa dei diritti umani, ha sottolineato come, se dovesse essere confermato il coinvolgimento dell’Interpol nella faccenda, la cosa avrebbe una portata grandissima: per statuto e regolamento, l’Interpol non può perseguire nessuno per questioni riguardanti la religione o la politica né violare deliberatamente i diritti umani basilari, tra questi la libertà di parola.

Una dichiarazione di ieri mattina del ministro per gli Affari Interni malese ha posto l’accento sulla collaborazione stretta e proficua tra Ryad e Kuala Lumpur, allontanando le insinuazione, a suo dire ridicole, sulla possibilità che Kashgari, una volta giunto in patria, possa essere torturato e ucciso, vista la rispettabilità di cui vanta un paese quale l’Arabia Saudita.

Tra le motivazione dell’estradizione del giornalista, il ministro ha dichiarato di non voler fare della Malesia un rifugio sicuro per tutti i criminali in fuga né un paese di transito per chi cerca di nascondersi alle leggi per proprio paese.

Human Rights Watch ha però accusato la Malesia di essersi macchiata con il sangue di Hamza Kashgari, nel momento stesso in cui lo ha consegnato ai militari sauditi.

Amnesty International lo ha iscritto nell’elenco dei prigionieri politici.
 

14 febbraio 2012