Arabia Saudita. Petrolio a rischio per consumi "sfrenati"
Mentre le riserve di petrolio vanno esaurendosi e gli sfrenati consumi interni prosciugano le ricche viscere del sottosuolo saudita, il Regno sembra aver deciso di puntare sulla formazione dei giovani nel campo dei servizi per il settore petrolifero. Al via le iscrizioni.
di Giovanni Andriolo
Un nuovo istituto sorto nella città di Khafji, vicino al confine con il Kuwait, servirà a formare i sauditi in ruoli importanti nell’industria petrolifera.
La Technical and Vocational Training Corporation (TVTC), assieme al partner strategico Saudi Petroleum Services Polytechnic (SPSPT) e all'Aramco Gulf Operations Co. (AGOC), ha firmato un accordo con il ministero del Petrolio e delle Risorse Minerarie per attivare i corsi del nuovo istituto.
I programmi coprono otto aree principali, tra le quali spiccano meccanica, elettricità, elettronica e informatica. Il centro si estenderà su un’area di 230 chilometri quadrati e potrà accogliere fino a 3000 allievi.
Parlando alla stampa dopo la cerimonia della firma, il ministro del Petrolio Ali Al-Naimi ha dichiarato che l’accordo rappresenta un’estensione della collaborazione strategica tra il ministero e la TVTC per espandere le rispettive attività nel campo degli istituti specializzati in servizi al settore petrolifero.
Inoltre, Al-Naimi ha dichiarato che la collaborazione strategica tra le due organizzazioni contribuirà a creare ulteriori opportunità lavorative per i sauditi.
L’apertura dell’istituto giunge in un momento delicato per la monarchia saudita, sotto diversi punti di vista.
Innanzitutto, pesano sia la crescita di alcuni competitors internazionali per produzione e per riserve di petrolio (Iraq e Venezuela, per citare i più importanti), sia le difficoltà che la corona sta affrontando per mantenere l’ordine all’interno del paese, dopo che nel 2011 e nel 2012 si sono verificati diversi casi di manifestazioni antigovernative in varie regioni.
Tuttavia, un enorme pericolo per il settore petrolifero saudita sembra giungere anche dall’interno del paese.
Come spiega la Chatham House in un rapporto di fine 2011, la posizione dell’Arabia Saudita sul mercato mondiale del petrolio è minacciata da un consumo domestico “sfrenato”.
All’interno di una struttura economica come quella saudita, dipendente in gran parte dall’esportazione di oro nero, i livelli attuali di domanda di energia stanno causando uno spreco di risorse preziose e un eccessivo inquinamento, rendendo di fatto il paese vulnerabile a crisi economiche e sociali.
Secondo la Chatham House, il consumo domestico di energia potrebbe limitare le esportazioni saudite già in soli dieci anni: un tale evento avrebbe effetti forti sulla spesa pubblica, l’80% della quale dipende oggi dai proventi del petrolio.
Inoltre, ciò potrebbe causare scompensi elevati a livello internazionale: una riduzione della capacità di produzione residua dell’Arabia Saudita, che attualmente agisce sul sistema di fornitura globale come elemento di assicurazione contro cali di produzione improvvisi in altri paesi dell’area (basti considerare come nel 2011 il petrolio saudita abbia sopperito, sul mercato globale, alle carenze delle forniture libiche), si tradurrebbe in un’elevata volatilità dei prezzi sul mercato mondiale del petrolio.
L’elevato consumo saudita è dovuto principalmente ai prezzi bassi del petrolio nel paese e alla difficoltà di imporre misure di correzione dell’attuale sistema, che offre ai cittadini sauditi sussidi sui carburanti fossili.
Finora, il paese non ha attuato alcuna politica di controllo dei consumi energetici e non sembra voler modificare il regime di sussidi.
Esistono però importanti ragioni interne per agire sul consumo e sui prezzi dell’energia nel paese, non soltanto dal punto di vista della sostenibilità dei consumi, ma anche dal punto di vista del pericolo per la salute dei cittadini, a causa delle emissioni dei gas di scarico e del crescente inquinamento industriale.
Secondo la Chatham House, il governo saudita è chiamato ad agire al più presto in diverse direzioni: infatti, la sola diversificazione dell’approvvigionamento energetico, tramite lo sviluppo di energie rinnovabili o dell’energia nucleare, non può che ritardare di un paio d’anni il deficit fiscale del governo.
Piuttosto, è necessaria una politica vigorosa di adeguamento dell’efficienza energetica: questo potrebbe concedere al governo maggior tempo per sviare la dipendenza economica dalle esportazioni petrolifere e indirizzare il sistema del paese verso una maggiore diversificazione.
Il rapporto suggerisce anche un innalzamento dei prezzi interni dell’energia.
Esistono tuttavia diversi fattori che rendono questo passo molto difficile: innanzitutto, i gruppi di potere all’interno del paese, così come i poveri che stanno beneficiando dalla situazione attuale, solleverebbero una vigorosa opposizione.
Inoltre, in questo momento di crisi latente, con le recenti dimostrazioni antigovernative del 2011 e del 2012, e l’intervento nel vicino Bahrein, il governo è chiamato a calibrare con molta attenzione le proprie mosse.
21 giugno 2012
