Arabia Saudita: i 'manifestanti-ombra' della Primavera Araba
Gli eventi della Primavera Araba sono stati i più raccontati del 2011, e ancora ora l’attenzione internazionale è tutta rivolta verso la riva sud del Mediterraneo. Eppure c’è una zona d’ombra della quale poco è stato detto: l’Arabia Saudita. Zuhair al-Said è l'ultima vittima di questo silenzio mediatico.
di Maria Letizia Perugini
Venerdi è morto Zuhair al-Said, ad al-Awamiya, nella regione di Qatif, provincia orientale dell’Arabia Saudita.
Al-Said era uno sciita che stava partecipando a una manifestazione di protesta contro il potere centrale per la fine delle discriminazioni contro la sua comunità.
La dimostrazione era stata organizzata per la morte di altri attivisti avvenuta nelle scorse settimane e per chiedere il rilascio dei prigionieri politici arrestati nel corso degli ultimi mesi.
Come spesso accade in queste situazioni ci sono due versioni della vicenda: la polizia sostiene di essersi difesa da un attacco armato da parte dei manifestanti. Gli attivisti parlano invece di una violenta incursione di sette veicoli blindati lanciati sulla folla riunitasi in una manifestazione pacifica.
Sul terreno è rimasto Zuhair, la settima vittima dall'inizio di novembre.
Le proteste nella regione orientale dell’Arabia Saudita sono inizite a marzo, sulla scia di quelle del vicino Bahrein, dove l'intervento saudita è stato decisivo per la repressione delle rivolte. Nel corso dell’estate si sono verificate numerose retate ai danni dei leader del movimento di protesta: ad oggi si contano 500 persone arrestate, 80 tutt'ora in carcere.
Il racconto di queste vicende non passa per i media ufficiali, o per lo meno non in termini reali.
Quando tra il 20 e il 21 novembre scorsi sono stati uccisi due ragazzi sciiti e la polizia ha rifiutato di restituire i corpi alle famiglie, la notizia è stata raccontata solo dal canale arabo di Al Jazeera, che tra l'altro ha parlato di "manifestazioni fomentate da forze straniere".
Il riferimento era all’Iran. Si tratta della stessa strategia mediatica utilizzata per le manifestazioni in Bahrein. Qui, dove poggiano le basi più importanti delle alleanze strategiche occidentali in Medio Oriente, gli interessi superano per importanza le richiesta di una piazza di manifestanti pacifici.
11 febbraio 2012
Era appena arrivata ad Abu Dhabi. Avrebbe dovuto fare la cameriera presso una ricca famiglia degli Emirati Arabi Uniti. Poi le coliche addominali, fino alla corsa disperata in ospedale. La donna etiope non aveva una malattia, ma una gravidanza. Giunta ormai al nono mese, secondo i medici la futura mamma si era sentita male a causa del duro lavoro a cui la costringeva la famiglia che l'aveva assunta.
Chi lo indossa lo considera espressione della propria identità religiosa e culturale e, in alcuni casi, anche politica. Chi lo critica lo ritiene la prova evidente del diffondersi di un Islam oscurantista e misogino. In Occidente rappresenta spesso l’emblema della sottomissione femminile e del rifiuto a integrarsi. Ma che cosa è questo pezzo di stoffa che suscita tanto clamore? Qual è il suo significato? Per quali ragioni è in crescita il numero delle donne che si velano? Perché si va diffondendo la moda islamica?
L’ong francese Reportes sans Frontières ha pubblicato la classifica sulla libertà di stampa nel mondo. Per quanto riguarda il Medio Oriente ci sono delle sorprese: alcuni paesi hanno fatto balzi in avanti, altri sono precipitati indietro e qualcuno è rimasto al proprio posto, sordo ai venti di cambiamento. Sta di fatto che mai come nel 2011 l'informazione è stata così tanto legata a doppio filo con la democrazia.
L’enciclopedico rapporto pubblicato ogni anno da Human Rights Watch, summa del monitoraggio dei diritti umani nel mondo nell’anno appena trascorso, stavolta si apre con un’introduzione sulla Primavera Araba. Evidentemente i fatti mediorientali e nordafricani sono stati straordinari non solo da punto di vista politico, ma anche da quello del rispetto dei diritti dell’uomo.
I siti web del Tel Aviv stock exchange e della linea aerea israeliana El Al hanno subito un pesante attacco e sono stati chiusi. Un hacker saudita noto come 0xomar starebbe coordinando l’attività degli suoi uomini contro i siti israeliani, ma la risposta di Tel Aviv non si è fatta attendere: siamo di fronte a una nuova cyber-guerra.
Un’analisi della Primavera Araba alla luce dell’Autunno Sovietico: similitudini e differenze tra la caduta dei regimi comunisti dell’Europa Centrale negli anni Novanta e la caduta delle dittature arabe dello scorso 2011. Secondo Matyas Eorsi c’è più di un motivo per essere scettici circa le previsioni degli analisti politici e perfino di quelle dei servizi di intelligence.
È tempo di bilanci. Era il gennaio di un anno fa a dar fuoco alla miccia che avrebbe sconvolto il mondo arabo nei 12 mesi a seguire. Ora Amnesty International fa il punto della situazione. Rivolte, manifestazioni, rovesciamenti di regime. Ma quanto è cambiato nella sostanza? Il bottino appare magro, grazie anche alla sorprendente "incoerenza" della comunità internazionale.
Donne che muoiono per sfuggire ai loro padroni. Succede sempre più spesso nella penisola araba, dove i diritti dei migranti non vengono garantiti da nessun tipo di legislazione e dove la schiavitù è ancora una grave piaga sociale. Nelle ultime settimane è il ricchissimo Kuwait a far parlare di sé: alla fine di dicembre, una cameriera è stata trovata senza vita nella casa del suo datore di lavoro. La domestica si era impiccata.
Se c’è una parte del mondo che non è mai stata completamente decolonizzata, quella è il Medio Oriente. Partendo da questa premessa, Seumas Milne fa coincidere il giorno della caduta di Hosni Mubarak in Egitto con l’inizio di una “implacabile controrivoluzione” delle potenze occidentali e dei loro alleati del Golfo, nel tentativo disperato di schiacciare o comunque manipolare le rivoluzioni arabe.
La Siria non ha bisogno che qualcuno la spinga nel baratro della guerra civile, come sta facendo la Lega araba. In prima fila, il Qatar e l'Arabia Saudita, 'i falchi' del Golfo, mentre la Giordania sembra temere lo spettro di un devastante conflitto regionale.
Appaiono sempre più insistenti le voci e i segnali che suggeriscono come, una volta risolta la questione libica, le forze internazionali stiano rivolgendo la propria attenzione alla Siria. In realtà, i fatti degli ultimi tempi fanno temere scenari peggiori. Stati Uniti e Israele starebbero agendo, in accordo con le potenze arabe del Golfo, per approntare una serie di attacchi contro l’asse Siria - Iran, con lo scopo finale di abbattere il comune avversario persiano.
Mentre il caos continua ad imperversare nello Yemen, un altro attore sta gradualmente cercando di emergere nella rivolta contro il regime di Ali Abdullah Saleh. Al-Qaeda nella Penisola Araba (AQAP), estensione territoriale del network qaedista nello Yemen sembra attualmente aver cambiato strategia iniziando a presentarsi come parte integrante della primavera araba nel paese.
Il sangue versato dai protagonisti della primavera araba è anche colpa dell'Occidente e dell'Italia in particolare. È quanto emerge dal rapporto di Amnesty International “Arms transfer to the Middle East and North Africa”.
Il fatto che nel 2011 sollevi tanto entusiasmo la concessione dell’elettorato attivo e passivo alle donne saudite rende già da sé l’idea di quanto drammatica sia la situazione nel 'Regno dei Saud', in quanto a diritti della donna. In un paese in cui al 'gentil sesso' è vietato sposarsi e divorziare, viaggiare (prima dei 45 anni di età), studiare, lavorare, aprire un conto in banca o sottoporsi ad operazioni mediche senza il permesso di un famigliare di sesso maschile, e in cui la legge proibisce implicitamente di guidare, il diritto all’elettorato attivo e passivo può sembrare addirittura una concessione non così prioritaria.
di Pietro Longo (CISIP)
di Giovanni Andriolo
di Giovanni Andriolo