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Tunisia. Violenza, se le donne sono ancora colpevoli

È difficile dire se i casi di aggressione sessuale in Tunisia siano aumentati, o se le vittime abbiano iniziato a denunciare di più. Ma “siamo ancora in un contesto di colpevolizzazione della donna”, in cui stigmatizzazione sociale e ‘onore’ hanno la meglio sulla giustizia. 

 

di Sana Sbouai* – traduzione a cura di Cecilia Dalla Negra 

 

Solo qualche mese dopo la violenza subita da Meryam (una giovane donna tunisina aggredita da alcuni agenti di polizia, ndt), un’altra vicenda simile ha attirato l’attenzione dei media: l’abuso di una bambina di tre anni commesso da un guardiano dell’asilo nel quale si trovava. 

È difficile stabilire con certezza se l’incidenza delle aggressioni in Tunisia sia in aumento. Si può però affermare che è in atto un fenomeno di ‘liberazione della parola’, che lascia sperare in un cambiamento della mentalità collettiva, soprattutto in merito al trattamento delle vittime di violenza. 

Nel luglio del 2011 un’inchiesta ufficiale dell’Ufficio nazionale della famiglia e della popolazione, svolto su un campione di circa 4mila donne di età compresa tra i 18 e i 64 anni, ha rivelato che il 15,7% delle intervistate è stato vittima di violenza sessuale. 

Anche l’Associazione tunisina delle donne democratiche (ATFD) ha realizzato uno studio sull’incidenza del fenomeno tra donne e minori: “La violenza, l’incesto, la pedofilia sono sempre esistiti: ma il problema viene negato” spiega l’avvocato Bochra Bel Haj Hamida.

“Oggi, grazie alle donne che scelgono di denunciare il muro del silenzio si sta lentamente infrangendo”. 

 

Il muro del silenzio si è infranto

 

Per poter valutare se ci sia stata o meno un’evoluzione del fenomeno “servirebbero cifre affidabili e studi più approfonditi”, spiega Hamida.

Hayet Ouertani, la psicologa che ha redatto il rapporto dell’AFTD, concorda e aggiunge che “le cifre esistenti devono essere analizzate tenendo a mente il fatto che la negazione e la vergogna giocano un ruolo importante, e le violenze continuano a non essere denunciate”. 

Di certo però, la ‘liberazione della parola’ ha permesso che venisse sollevata l’attenzione mediatica sul problema. 

“La vicenda di Meryam ha incoraggiato alcune donne a parlare, la mediatizzazione, la solidarietà emersa è servita da ‘megafono’ e da stimolo”, racconta Ouertani. 

Da circa 20 anni l’ATFD si occupa di donne e minori vittime di ogni forma di violenza, e per combatterle ha lanciato una campagna di studio nell’ottobre del 2012. 

Su circa 100 casi registrati, al momento ne sono stati analizzati la metà, e altri cinquanta sono in fase di approfondimento. Riguardano donne adulte e minori, in età compresa tra i 3 e i 18 anni. 

“Parliamo di violenze, molestie, incesti o ancora di incitamento alla prostituzione, anche questa una forma di coercizione sessuale, ma di cui si parla molto poco perché, come per l’incesto e la violenza domestica, resta un tabù” (…).

Solo un caso su 11 di violenza sessuale su maggiorenni si risolve con una condanna. Essendo la metà degli aggressori sconosciuti, non è possibile perseguirli (…). 

Per quanto riguarda le molestie, la situazione non è migliore: Ouertani spiega che “le vittime rinunciano a sporgere denuncia perché mancano le prove e, d’altra parte, loro stesse sono spesso condannate o punite in modo indiretto per contravvenzione ai buoni costumi”. 

Nei dossier al vaglio dell'associazione che riguardano i casi di minorenni, sono elencati (anche) 11 episodi di violenza, 3 dei quali si sono risolti in un nulla di fatto grazie all’articolo 239 del Codice penale, che consente all’aggressore di evitare la prigione sposando la propria vittima (situazione analoga a quella vissuta in Marocco).

Da mesi ormai la società civile denuncia questo articolo di legge - che non sembra destinato a modifiche - permettendo all'autore della violenza di sfuggire al carcere e condannando, di fatto, la vittima una seconda volta. 

Senza contare che le violenze commesse contro giovani minorenni hanno pesanti ripercussioni a livello psicologico, fisico e sociale: alcune delle vittime hanno avuto figli in seguito allo stupro, e sono state abbandonate dalle loro famiglie.

Perché la situazione non si aggravi ulteriormente è necessario che (lo Stato) si prenda seriamente carico del fenomeno dei matrimoni ‘riparatori’.  

 
La colpa è ancora della donna

 

Per le vittime - in realtà - non esiste forma di riparazione, mente l’onore e la negazione del problema continuano ad avere la meglio.

“Una donna che denuncia è ancora stigmatizzata. Il tabù della verginità resta forte, e siamo ancora in un contesto di colpevolizzazione delle donne”, spiega Ouertani.

“Anche nel caso in cui non venissero colpevolizzate, si pensa di proteggerle ma solo ‘socialmente’, in relazione all’immagine e all’onore della famiglia. Quando le vittime riescono ad ignorare le pressioni esercitate dalle famiglie o dagli stessi aggressori, bisogna almeno garantire il buon funzionamento della giustizia", commenta Ouertani. 

Che aggiunge: "Se si subisce violenza ci si deve recare in un commissariato e affrontare agenti di polizia che non sanno come prendersi cura delle vittime; si rimane per ore in attesa, magari in presenza degli aggressori. Molte vittime hanno raccontato di aver subito maltrattamenti anche in questa sede: insulti, violenze, accuse d’attentato alla morale…è un percorso difficile e obbligatorio. Mentre è possibile accedere agli accertamenti medici solo dopo l’attestazione della violenza da parte della polizia”. 

L’attenzione mediatica sulla questione potrebbe permettere un cambio di rotta nella mentalità, facendo in modo che le vittime non si sentano più colpevoli, e che l’opinione pubblica sia costretta a riflettere sulla vastità del problema. 

Ouertani, tuttavia, è convinta che si tratti di una mediatizzazione solo temporanea, che si sgonfierà rapidamente senza portare effetti benefici. 

Insiste sul fatto che parlare pubblicamente del fenomeno possa in qualche modo scuotere le coscienze.

Se le vittime non saranno più colpevolizzate, avranno finalmente il coraggio di perseguire legalmente i loro aggressori. 

Ma sono necessari anche cambiamenti istituzionali : polizia e giudici devono essere sensibilizzati e formati e, conclude Ouertani, “bisognerà fare in modo che l’accoglienza e il trattamento delle vittime non resti condizionato dalla discrezionalità di agenti. Un passo che richiede un grande atto di coraggio, sociale e politico”.

 

*Per la versione originale dell’articolo pubblicato su Nawaat clicca qui

 

11 aprile 2013 

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