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La Siria di Francesca Borri, tra sangue, guerra e cattiva informazione

"Bombardavano tutto, e io ero lì in un angolo con quest’aria – che altra aria puoi avere se forse tra un minuto muori? – e Jonathan mi squadra e mi fa: ‘Questo non è un posto per donne’. A uno così, ma che vuoi dirgli? ‘Idiota: questo non è un posto per nessuno’."

 

 

I capitoli di questo splendido libro - "La guerra dentro", Bompiani 2014 - sono cinque stagioni di coraggio, quello con cui Francesca Borri ha affrontato ripetuti viaggi in Siria, per raccontare al mondo Aleppo e altri fronti della guerra intestina che ha distrutto il paese.

Quella che le Nazioni Unite hanno descritto come la peggiore crisi umanitaria dai tempi della seconda guerra mondiale ha goduto di grande attenzione da parte dei media solo quando un attacco chimico alla periferia di Damasco ha ucciso oltre 2000 persone nell’agosto 2013.

Sulle prima pagine dei giornali fioccavano editoriali eruditi con paragoni impropri al Kosovo e ad altri scenari, e Francesca dal fronte, sarcastica: "Io sono qui che leggo ammirata. Perché scrivono da New York, Parigi, Roma (…), tutte queste analisi puntuali, dettagliate. Senza tentennamenti (…). Quello che è veramente difficile è scrivere di Siria se tutto il tuo Medio Oriente è il piatto di rame comprato in vacanza in Marocco. Lì sì, che devi essere bravo".

Giornali e giornalisti non cercavano di spiegare i fatti ma di raccontare il sangue, davano risalto al ribelle locale che si era mangiato il cuore di un nemico come avesse rilevanza politica, anche se tutti sul campo lo ritenevano semplicemente uno squilibrato.

Il movimento pacifista si è mobilitato "contro la guerra" per scongiurare i bombardamenti americani, senza realizzare che la guerra era già in corso da due anni, e che sarebbe continuata anche dopo la decisione di Obama di non attaccare militarmente.

Ad oggi siamo a circa 200.000 vittime, 3 milioni di rifugiati nei paesi circostanti, 6.5 milioni di rifugiati interni in Siria: praticamente la metà della popolazione è sfollata, e lo sforzo di accoglienza da parte dell’Europa è stato insignificante. Lo sforzo di respingimento, invece, notevole.

E allora grazie a Francesca che ci riporta questa guerra in casa, sul comodino accanto al letto.

La racconta con passione condividendo la sofferenza dei siriani, contraendo il tifo e rischiando la morte sotto il tiro dei cecchini, con la disinvoltura femminile che le concede di mescolare analisi politico-giuridica e devastanti emozioni soggettive.

Lo stile da giornalismo letterario cattura il lettore e si inserisce nel solco italianissimo del gigante Tiziano Terzani, di chi si interroga sul senso del proprio lavoro mentre percorre i conflitti, se ne fa trasformare e racconta tale trasformazione.

I suoi titoli accademici puntellano il racconto di riferimenti giuridici senza mai appesantire la prosa. Lei stessa dichiara di essersi data al giornalismo quando si è accorta che i poteri forti erano più infastiditi da quello che scriveva che dalla sua attività da giurista.

Di Francesca si è parlato nel luglio 2013 circa un suo articolo sul senso del lavoro di freelance in zone di guerra, molto commentato nei media internazionali e pubblicato in italiano dalla Stampa.

Denunciava i motivi della scarsa qualità dei nostri giornali: che si scriva dei bombardamenti su Aleppo da Aleppo, da Gaza o da Roma, il compenso per l’articolo sono 70 $.

I giornali per cui lavori non ti seguono e non ti preparano al contesto in cui stai per viaggiare, non si adoperano perché tu abbia il visto, non vogliono sentirsi responsabili se vieni ferito o ucciso.

E allora si da spazio ai citizen journalist siriani, e li si manda a fare foto al fronte senza elmetto, tanto se muoiono non fanno notizia.

Ma c’è anche un altro problema, scrive Francesca. Questa nuova etichetta si riferisce a due tipologie di persone che esistono da sempre: quello che è lì per caso e scatta una foto o twitta il suo commento, che si chiama testimone, e a nessuno verrebbe in mente di chiedergli un’analisi della situazione; e quello che scatta foto ogni giorno, documenta tutto con attenzione e scrive comunicati preziosi, che si chiama attivista e ha la sua causa da difendere quindi è troppo coinvolto per poter fare il giornalista.

Per tutte queste ragioni pubblico e politici occidentali non hanno capito la guerra in Siria, e ritengono quindi di non potersi impegnare su quello scenario così ostico, in cui è difficile dire chi ha torto e chi ha ragione.

Questo libro, che riporta interviste agli attivisti che avevano mosso la rivoluzione civile nel 2011, oltre che ai ribelli armati laici e islamisti, apre un barlume di speranza.

Pur nell’orrore di Aleppo, sotto i bombardamenti del regime, l’autrice rigetta l’ipotesi dell’intervento armato occidentale come soluzione, e si chiede invece: "perché abbiamo deciso che non esistono soluzioni diplomatiche per la siria?"

"Per un mediatore – continua –  il caso più ostico è quello di Israele e Palestina: due attori, uno subordinato all’altro, uno intrappolato dall’altro (…). Ma una pluralità di attori e interessi, invece, come in Siria, si traduce sempre in un intreccio di convergenze, oltre che di divergenze – opportunità oltre che difficoltà (…). Nessuno può perdere, ma nessuno può vincere – però è proprio qui, ti dicono, lo spazio per il compromesso. Per la pace. Se solo, a volte, ascoltassimo i siriani".

 

"La guerra dentro" di Francesca Borri, Bompiani 2014.

 

 

 

28 Settembre 2014
di: 
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