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Turchia: Oslo val bene una strage

La storia delle tre attiviste curde uccise a Parigi lo scorso 9 gennaio inizia molto tempo fa, nel 2009 con i colloqui tra i servizi segreti turchi e alcuni esponenti curdi ad Oslo. Sullo sfondo, la recente condanna all’ergastolo di Pinar Selek fa nuovamente discutere sull’approccio turco alla questione curda.

 

 

 

di Luca Bellusci*

 

Questi incontri erano mirati a cercare una soluzione alla questione curda in Turchia e fu lo stesso primo ministro Erdogan ad annunciare l’iniziativa nel 2011, dopo numerose proteste da parte dell’opposizione repubblicana turca, definendola "necessaria" per una tregua definitiva con la guerriglia.

Ora, l’omicidio delle tre attiviste non può che rimettere tutto in discussione. Chi erano le tre donne assassinate la sera del 9 gennaio? 

Sakine Cansız, Fidan Doğan e Leyla Şaylemez, ognuna a suo modo, partecipavano attivamente alla vita politica del movimento curdo in Europa. Sakine Cansız era tra le fondatrici del PKK assieme ad Abdullah Ocalan, tra i massimi esponenti del movimento politico curdo in Europa, a tal punto che lo stesso primo ministro francese Hollande ha affermato di averla incontrata in diverse occasioni.

Fidan Doğan, rappresentante del Congresso nazionale del Kurdistan (KNK) in Europa, trentadue anni, una vita passata tra marce pacifiche, manifestazioni e congressi politici.

E’ stata rappresentante a Bruxelles per il KNK ed ha avuto la possibilità di venire a contatto con diversi europarlamentari, tra cui l’italiano Luigi Vinci.

Leyla Şaylemez, attivista venticinquenne, era responsabile delle associazioni giovanili curde a Parigi, e molto probabilmente vittima non designata di questo efferato omicidio.

Infatti, il modus operandi del killer incontra un particolare rilevante per le indagini: a differenza delle due attiviste più anziane uccise con diversi colpi alla nuca, la giovane presenta colpi d’arma da fuoco sulla pancia e in fronte.

 

I possibili mandanti

I retroscena di questo delitto sono molteplici. Secondo molti esperti l'omicidio celerebbe una faida interna al PKK, a seguito delle trattative in corso tra Ocalan e lo Stato turco.

Sulle pagine del Corriere della Sera, Franco Venturini sottolinea come “il movimento curdo sia notoriamente frammentato al suo interno", il che potrebbe indurre a pensare che "non tutte le correnti siano disposte a rinunciare a una occasione storica per obbedire al prigioniero di Imrali (Ocalan)”.

L’occasione storica a cui fa cenno Venturini è quella dei curdi siriani, che dalle ipotetiche ceneri del regime di Bashar al-Assad potrebbero ereditare una federazione curda in Siria.

C’è però l’altra versione della storia, quella in base alla quale i servizi francesi avrebbero orchestrato l'attentato attraverso uomini vicini ai movimenti ultra nazionalisti turchi, presenti anche in Francia.

L’Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia (UIKI), nei giorni immediatamente successivi al delitto di Parigi, ha diramato un comunicato stampa in cui chiedeva alle autorità di Parigi di far luce sull’accaduto, essendo noto che i servizi francesi del Central Directorate of Internal Intelligence (DCRI) sono costantemente informati sulle attività della comunità curda in Francia.

A testimoniare ulteriormente questa costante attività, l’abnegazione con cui il pubblico ministero Thierry Fragnoli dal 2005 indaga sulla rete di finanziamento europea al PKK.

Solo tre mesi prima del delitto di Parigi, le autorità francesi avevano eseguito l’ordine di cattura di un altro esponente di spicco del Congresso nazionale del Kurdistan, Adem Uzun, capo negoziatore durante i colloqui di Oslo del 2009 con il MIT (servizi segreti turchi).

Uzun era molto vicino a Fidan Doğan, una delle tre donne assassinate in Rue La Fayette, e assieme avevano il compito di portare avanti le istanze del movimento politico curdo in sede europea.

C'è anche un altro importante membro della leadership curda che ha avuto a che fare più di una volta con la giustizia francese, a dimostrazione che l’intelligence d’oltralpe segue da vicino il movimento separatista curdo.

Si tratta del ‘tesoriere’ del PKK in Europa, Nedim Seven, arrestato nel 2007 dal pool guidato da Fragnoli, ma rilasciato un mese dopo.

Nel 2008 Seven fu bloccato all’aeroporto Fiumicino di Roma e fermato dalla polizia italiana; nel 2010 fu arrestato nuovamente dalle autorità francesi, in un'indagine dedicata alla rete europea di finanziamenti al movimento della guerriglia curda in Turchia.

 

Il caso di Pinar Selek, condannata per aver scelto il dialogo

Il 24 gennaio scorso, la dodicesima Alta corte penale di Istanbul ha ordinato l'ergastolo per la sociologa Pinar Selek, accusata dell'attentato al Bazaar delle Spezie di Istanbul del 1998.

La sentenza è stata decretata nonostante Selek fosse stata assolta dalle stesse accuse per ben tre volte in passato.

Pinar è una sociologa che ha lavorato per molti anni nel campo dei diritti civili, impegnandosi a trovare una soluzione di confronto sulla questione curda in Turchia.

Per alcuni suoi presunti legami con alcuni esponenti del movimento separatista del PKK, Pinar è stata più volte accusate di favoreggiamento al terrorismo di matrice curda ed è stata coinvolta nelle indagini relative all’attentato al Bazaar delle Spezie nel 1998, provocato in realtà da una fuga di gas.

Selek, dopo quella vicenda, ha passato più di due anni nelle prigioni turche, tra violenze e pressioni per farle confessare la responsabilità dell’attentato, e soprattutto nel tentativo di estorcerle i nomi di alcuni esponenti del PKK con cui era venuta a contatto durante le sue ricerche sulla questione curda in Turchia.

Il suo processo è stato riaperto tre volte in quattordici anni.

La sociologa, che adesso vive e lavora a Strasburgo, è stata assolta per l'ultima volta il 9 febbraio 2011, ma la decisione è stata annullata dalla Corte di Cassazione nel novembre 2012. Sul suo sito è possibile leggere l'incredibile storia di questa donna che continua a lottare in nome della verità e del dialogo.

 

Se la giustizia è a senso unico

Intanto, il 18 gennaio, la polizia turca ha effettuato l'ennedima retata, stile anti-terrorismo, presso la sede di Istanbul del Partito rivoluzionario di liberazione del popolo (DHKP/C).

Nell’operazione sono state arrestate 41 persone, tra cui 11 avvocati dell’Associazione degli Avvocati Progressisti (ÇHD).

E' finito in manette anche il presidente dell’associazione, Selcuk Kozağaçlı, fermato appena rientrato da una conferenza a Damasco.

In un comunicato, Kozağaçlı afferma di non aver paura delle minacce, "in un paese dove qualsiasi tipo di certezza del diritto è sospeso sotto la pressione del governo".

"Coloro che ricevono gli ordini e li eseguono dovrebbero sapere che il reale verdetto in relazione a quest'attacco sarà pronunciato dai popoli della Turchia, dagli operai, dai lavoratori pubblici e dall'opposizione socialista da noi difesa”.
 

*Geoinformazione.wordpress.com

 

28 gennaio 2013

/u

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