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Siria. “Il dovere di raccontare il sacrificio del mio popolo”

Incontro con Khaled Khalifa, scrittore siriano tra i maggiori intellettuali del mondo arabo. 

 

 

 

 

Di una cosa è certo: che qualcuno, prima o poi, dovrà rendere conto di quanto sta succedendo al suo paese. E per quanto il popolo siriano non riesca a credere di essere stato lasciato così tanto solo, e così a lungo, è sicuro che riuscirà a vincere nella sua lotta per la libertà e la dignità.

“Lo faremo in ogni caso. Con o senza il sostegno internazionale, con o senza la solidarietà araba e occidentale. In questi anni, d’altra parte, abbiamo capito che possiamo contare solo su noi stessi”. 

Non fa sconti, Khaled Khalifa. Parla con la lucida amarezza di chi è appena uscito da un paese ridotto in macerie, un tempo culla di civiltà, storia, arte e cultura, oggi raccontato solo per il sangue che nell’indifferenza è stato versato.

“Quando siamo scesi per strada ad Homs, nel 2011, lo abbiamo fatto pacificamente, per chiedere riforme. Siamo stati massacrati e uccisi davanti agli occhi del mondo, senza che nessuno alzasse una voce per fermare quella carneficina”, ricorda.

E dargli torto, a 5 anni di distanza dall’inizio di quella rivoluzione ignorata, con la Siria ridotta ad una mappa sulla quale le potenze mondiali giocano alla guerra, è difficile. 

Viene da abbassare lo sguardo davanti al suo, che pure brilla ancora di speranza e indignazione quando racconta di un popolo fiero, cui nelle scorse settimane sono bastati pochi istanti di sollievo dai bombardamenti per tornare a manifestare. E gli slogan, dal 2011, non sono cambiati: libertà, diritti, dignità

Parla a platee attente e partecipi Khalifa, tra i maggiori scrittori e intellettuali viventi del mondo arabo, arrivato in Italia per partecipare ad una lunga serie di incontri* ai quali non si sottrae mai. Anche quando si tratta di rispondere sempre alle stesse domande.

Come quella che gli chiede, ripetutamente, come abbia fatto in questi anni a non perdere la speranza. “La perdo quando esco dalla Siria”, spiega.

“Quando vedo quanto male è raccontato ciò che ci accade. Ma quando sono a Damasco, pur con il rumore dei bombardieri che sorvolano i nostri tetti notte e giorno senza tregua, sento che possiamo farcela. Che ce la faremo. Che non possiamo permetterci di disperare”. 

Soprattutto alla luce di una considerazione tanto amara quanto inevitabile: quella che il suo paese sia stato lasciato solo, il suo popolo abbandonato.

“Con le rivoluzioni arabe siamo stati costretti a ripensare le nostre identità dopo 40 anni di dittature – riflette – ma abbiamo anche visto crollare molti luoghi comuni. Gli occidentali si sono resi conto che quelli arabi non sono popoli barbari fuori dalla storia. D’altra parte noi arabi ci siamo dolorosamente resi conto che quell’immagine di popoli europei che avevano lottato per i diritti umani, e che quindi sarebbero stati al nostro fianco, non era che un’illusione. Direi un’auto-rappresentazione che l’Occidente ha fatto di sé, molto distante dalla realtà”. 

Ecco che allora, nelle sue parole, la sollevazione del 2011 diventa inevitabile. “Sappiamo benissimo per quali ragioni il popolo si è rivoltato. In tutto il mondo arabo, con grande coraggio, ma anche in Siria. Guardare a questa verità dovrebbe essere il punto di partenza di analisti, ricercatori, giornalisti. E invece, ci si accontenta di ricostruzioni parziali che non hanno niente a che fare con la nostra realtà. Questa guerra non ha nulla a che vedere con religioni, comunità di appartenenza, fede. E’ chiaro che c’è una volontà internazionale di sostenere la guerra in Siria. Dovremmo soltanto chiederci perché, a chi giovi”.

D’altra parte, sottolinea, lo dimostrano le manifestazioni recenti: “Dopo il cessate il fuoco siamo subito tornati in piazza in modo molto chiaro: contro il regime, ma anche contro Daesh e Jabat al-Nusra. Nonostante si faccia di tutto per dipingere una polarizzazione nella quale i rivoluzionari siriani sarebbero scomparsi, il desiderio di libertà vibra ovunque. Quanto ancora credete che tutto questo possa essere ignorato in nome di interessi geo-politici?”. 

Una lettura politica ed un coraggio di sguardo che si rispecchia anche nelle sue opere, che con il passare degli anni hanno visto il passaggio da denunce più velate a chiari j’accuse contro il regime, che gli sono valse censure e una mano spezzata. 

Come accade in “Elogio dell’Odio”, opera del 2006 (edita in italiano da Bompiani nel 2011) che attraverso una narrazione poetica e dolorosa compie un fondamentale atto di recupero di una memoria storica rimossa.

Ricostruisce i fatti che insanguinarono la Siria negli anni Ottanta, culminati con il massacro di Hama, quando la dissidenza al regime di Asad padre aveva trovato forma in un’adesione quasi inevitabile al movimento della Fratellanza Musulmana. Un romanzo che delinea quella “teoria dell’elogio dell’odio” come strumento indotto, eppure necessario alla sopravvivenza in un contesto di repressione e negazione delle libertà.

E che descrive attraverso la voce delle donne una Aleppo – sua città natale - ormai grigia, guardata da dietro un velo, nella quale due volti si incontrano e non si fidano più l’uno dell’altro. La stratificazione delle diverse anime del paese si delinea nelle vicende dolorose che descrivono e creano l’intreccio narrativo, lanciando un messaggio che è stato ignorato.

Perché già nel 2006 Khalifa raccontava di un paese che sembrava inesorabilmente destinato alle profondità di un abisso nel quale poi sarebbe stato lasciato cadere. 

Risale al 2012 invece la lettera aperta – rimasta per lo più inascoltata - che indirizzò a intellettuali e scrittori nel mondo, perché il suo popolo “armato di soli canti” stava “affrontando un genocidio a petto nudo”. 

Ancora oggi Khalifa racconta una Siria scomparsa da cronache e dibattiti. Quella in cui da 5 anni l’aviazione del regime “non si è fermata mai, neanche per un giorno. E’ da questo che fuggono le persone: eppure ci viene raccontata una verità molto parziale, perché Daesh è il nemico perfetto e la sua stessa esistenza legittima la permanenza al potere di Asad”, spiega.

Descrive un paese diverso da quello su cui si consumano le battaglie geopolitiche recenti, Khalifa. “La rivoluzione è ovunque”, afferma. “E’ importante chiarire chi sono gli assassini del nostro popolo, perché questo cambierà i destini della storia”. 

Eppure, quando gli si domanda perché non abbia scelto di andare a vivere e scrivere altrove, ma sia invece determinato a restare a Damasco, non ha dubbi. “Non voglio un’altra patria, sono molto legato alla mia. Non considero la mia scelta un gesto eroico, ma la cosa più normale del mondo. In questi anni in Siria ho visto esempi di grande umanità e sacrificio, ed è accanto a queste persone che voglio stare. In tantissimi hanno lasciato il paese, ma sono certo che non appena il regime cadrà faranno ritorno. Allora preferisco restare, aspettare che gli amici tornino a casa”.

Perché, come scrive nei suoi libri, “la morte inizia quando si abbandona il proprio letto”. 

E se resta convinto che i siriani abbiano fatto “dell’ironia una forma di resistenza”, la sua, afferma, era e resta la scrittura. Che “è musica, ritmo. E mi ha insegnato la pazienza”. E forse, è proprio nello scrivere che ha trovato il suo personale antidoto all’amarezza. Nel ripiegamento su una storia che bisogna raccontare, e che prima o poi dovrà essere ascoltata.

“Sono orgoglioso del mio popolo, di come si è sollevato dimostrando di essere disposto a pagare un prezzo altissimo per la libertà. Il nostro compito come intellettuali oggi è non tradire il sangue che è stato versato: dobbiamo essere in grado di raccontarlo, e di farlo bene. Da sempre il compito della scrittura è dire la verità, ma bisogna esserne all’altezza: una causa così giusta e nobile non merita una scrittura mediocre, ma l’eccellenza. Personalmente, credo che non possa esistere scrittura senza coraggio. E non possiamo scrivere d’altro se non di quello che ci sta succedendo”. 

Quando gli domandiamo perché il finale dei suoi romanzi sia sempre tanto triste, risponde che “deve esserlo. Perché i libri raccontano la vita, che molto spesso lo è”.

Ma lo dice sorridendo. Di quel sorriso contagioso che restituisce speranza. E che è riuscito a resistere alle macerie della guerra. 

 

*La tappa romana del tour di Khalifa è stata organizzata dall’associazione Un ponte per.... Il viaggio in Italia è stato coordinato da Simone Sibilio per l’università Ca’ Foscari di Venezia, ed ha visto lo scrittore partecipare a convegni a Venezia, Napoli, Roma, Firenze e Milano. Si ringrazia Fouad Roueiha per il fondamentale contributo nel lavoro di interpretariato. 

 

11 Aprile 2016
di: 
Cecilia Dalla Negra
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