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La protesta contro il mostro di Niscemi

Il primo marzo duemila persone hanno sfidato il divieto della Questura di Caltanissetta e hanno invaso pacificamente la sughereta di Niscemi per protestare contro il MUOS, il sistema di comunicazioni satellitare statunitense che farà della Sicilia un perno delle guerre del futuro.

 

Il corteo si snoda lungo la strada fiancheggiata dalla macchia mediterranea. I colori delle bandiere e dei cartelli issati dai manifestanti punteggiano il verde che si estende tutto intorno. È la riserva naturale della Sughereta di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, che custodisce le vestigia delle foreste che un tempo ricoprivano ampie aree della Sicilia centro-meridionale. Un territorio che rischia di essere definitivamente militarizzato e devastato dalla stazione Muos (Mobile User Objective System), voluta dai militari statunitensi nel cuore della Sughereta.

Ancora una volta, il primo marzo gli abitanti di Niscemi e gli attivisti No Muos si sono dati appuntamento per chiedere di fermare la costruzione dell'impianto di telecomunicazioni satellitari, che consentirà il coordinamento di tutti i sistemi militari statunitensi dislocati in ogni angolo del pianeta. 

I membri dei comitati locali sono sfilati accanto alle Mamme No Muos, gli attivisti della sinistra antagonista accanto ai cattolici, gli ambientalisti accanto ai pacifisti, i boy scout accanto ai ragazzi dei centri sociali, gli esponenti politici accanto ai cittadini. Circa duemila persone, sotto un cielo uggioso, hanno sfidato il divieto della Questura di Caltanissetta, che ha usato come alibi l'incolumità dei partecipanti e la tutela della Sughereta, e si sono spinti fino alle recinzioni della base statunitense, distante appena sei chilometri dal centro abitato di Niscemi. 

Oltre la rete metallica si scorgono le tre gigantesche parabole del diametro di 18,4 metri e le due antenne alte 149 metri. Nonostante le proteste e le iniziative del movimento, l'impianto è stato completato il 26 gennaio, le parabole sono state issate nel giro di tre giorni e ora puntano verso il cielo.

La loro funzione sarà quella di collegare tutta la rete militare statunitense, dai centri di comando e controllo agli utenti mobili dell'esercito: le truppe di terra, i cacciabombardieri, i sommergibili, i missili Cruise e i droni. I test iniziali saranno ultimati entro la fine di quest'anno e l'intera struttura si metterà in moto nel 2017, come ha assicurato Rachel Ellehuus, che dirige le politiche dell'Europa centro-meridionale per il dipartimento della Difesa statunitense. 

Se tutto procederà secondo i piani di Washington, dunque, nel giro di un paio di anni questo angolo di Sicilia, all'interno del parco naturale inserito dal 1997 nella Rete Natura 2000 come Sito di Interesse Comunitario (Sic), diventerà uno dei centri nevralgici delle operazioni militari statunitensi. Il sistema globale del Muos comprende gli analoghi impianti costruiti a Chesapeake, in Virginia, a Wahiawa, nelle Hawaii, e a Geraldton, in Australia.

Grazie a esso, i militari statunitensi saranno in grado di trasmettere e ricevere informazioni in qualsiasi momento e qualunque sia la loro posizione, mentre ora per comunicare tra loro devono trasportare piccole antenne ed esporsi in campo aperto per stabilire una connessione con il satellite.

In quest'ottica il terminale di Niscemi fungerà da snodo delle comunicazioni militari degli Stati Uniti per il Medio Oriente e il Mediterraneo, aree che negli ultimi anni hanno assunto un'importanza sempre maggiore sullo scacchiere mondiale. 

La decisione di costruire il Muos in Sicilia è il frutto di un accordo tra il governo italiano e quello statunitense, che risale al 2006. Da allora i lavori sono stati interrotti diverse volte, anche se non si sono mai fermati del tutto, le autorizzazioni sono state concesse e revocate, i tribunali sono stati più volte chiamati in causa e studi diversi hanno espresso pareri opposti sulla pericolosità dell’impianto.

La valutazione fornita dall'Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) nel 2009, che dichiara che il Muos “non comporta condizioni di rischio per la salute dell'uomo”, non è ritenuta soddisfacente perché gli statunitensi opposero il segreto militare e alcuni rilievi non furono concessi.

A questa si oppone lo studio condotto da Massimo Zucchetti, professore ordinario di impianti nucleari del Politecnico di Torino, e da Massimo Coraddu, consulente esterno del dipartimento di energetica del Politecnico ed ex ricercatore dell'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn).

In base alle conclusioni dei due esperti, “le persone irraggiate accidentalmente potrebbero subire danni gravi e irreversibili anche per brevi esposizioni” e dunque il Muos potrebbe avere un forte impatto negativo sulla salute umana, sull'ecosistema locale e sulla qualità dei prodotti agricoli. 

Inizialmente il terminale Muos avrebbe dovuto essere istallato nella base militare statunitense di Sigonella, che si trova nei pressi di Catania, a una novantina di chilometri da Niscemi. Si decise poi di spostarlo per evitare l'interferenza delle frequenze con gli impianti già presenti e con il traffico aereo del vicino aeroporto di Fontanarossa. La scelta ricadde allora su Niscemi, che era già sede di una stazione di comunicazione statunitense, legata alla base di Sigonella, dove dal 1991 sono state istallate 44 antenne, 21 delle quali sono ancora in funzione e dovrebbero essere disattivate quando il Muos diventerà operativo.

La vicinanza tra Niscemi e Sigonella dimostra la precisa volontà statunitense di fare della Sicilia il perno della propria politica estera, spostando il baricentro militare in Europa dalla Germania, cuore della difesa Usa durante la guerra fredda, all'Italia, porta d'accesso alle acque internazionali e allo spazio aereo del Mediterraneo.

Sin dal 2001, il Pentagono ha investito circa 300 milioni di dollari nella base di Sigonella, più che in qualunque altra struttura militare in Italia, esclusa quella di Vicenza.

Il sistema da 1,7 miliardi di dollari Alliance Ground Surveillance, realizzato nella base, ha l’obiettivo di consentire alla Nato di “attuare una sorveglianza costante su ampie zone da piattaforme aeree di grande resistenza, che operano senza pilota, ad altitudini elevate e da notevoli distanze, in qualsiasi condizione meteorologica e di luminosità”. Già dal 2008, grazie a un accordo segreto tra funzionari del governo statunitense e italiano, Sigonella è diventata la base dei droni a disposizione delle forze armate di Washington. 

Dopo essere stata il trampolino delle operazioni Usa e Nato nei Balcani negli anni Novanta e avere concesso al Pentagono “praticamente tutto” quello che ha chiesto durante la guerra in Iraq del 2003 -come riferito dall’ambasciatore statunitense in Italia in un cablogramma rivelato da Wikileakes- l'Italia si appresta a diventare una pedina fondamentale del nuovo protagonismo di Washington in Africa e in Medio Oriente.

Sigonella è stata una fondamentale piattaforma di lancio per le missioni durante l'intervento militare in Libia nel 2011 e l'instabilità della regione mediorientale aumenta l'interesse degli Stati Uniti a tenere sotto controllo l'intera area.

La militarizzazione del canale di Sicilia, inoltre, ha anche la funzione di monitorare i flussi migratori diretti in particolare verso Lampedusa. Gli obiettivi della guerra al terrore, condotta nel nome della sicurezza, diventano così anche i bambini, le donne e gli uomini che non hanno altra scelta che attraversare il Mediterraneo per sfuggire alla guerra e alla povertà. 

La subordinazione dell'Italia agli Stati Uniti ha radici profonde e non a caso il paese ospita 59 basi militari Usa, il numero maggiore dopo la Germania (179), il Giappone (103) l’Afghanistan (100) e la Corea del Sud (89). Come hanno rivelato diversi cablogrammi di Wikileaks, rispetto agli altri paesi europei, in particolare la Germania, l'Italia offre una maggiore “flessibilità operativa”, che consente ai militari statunitensi una più ampia libertà di movimento su tutto il territorio. In cambio, l'Italia si è assicurata un ruolo nella produzione degli F-35, gli aerei da guerra di ultima generazione, definiti “l'arma più costosa mai costruita”. I produttori di armi italiani, inoltre, Finmeccanica in testa, si sono visti spalancare le porte del mercato statunitense. 

In questa rete di relazioni torbide e di interessi faziosi, intessuta dai poteri nascosti dentro i comandi militari e le stanze della politica, restano impigliate migliaia e migliaia di persone innocenti. Da una parte gli abitanti di Niscemi, costretti a vivere con quello che è stato soprannominato il “Muostro” che incombe sulle loro case; dall'altra le vittime della guerra al terrore, una guerra sempre più disumanizzata e sempre meno interessata agli esseri umani. Tutto nell'indifferenza dell'Europa e del resto del mondo. 

 

Di Muos, impatto ambientale, ruolo strategico e resistenza nonviolenta si parla al Nuovo Cinema Palazzo (Roma, San Lorenzo, piazza degli Ausoni 9/A) mercoledì 13 marzo, nella serata organizzata da Osservatorio Iraq e Un Ponte Per... parteciperanno Antonio Mazzeo, autore del libro “Il Muostro di Niscemi"; Giulio Marcon, fondatore della campagna “Sbilanciamoci”; Martina Pignatti Morano, presidente di Un Ponte Per…. Durante la serata ci saranno anche collegamenti in diretta con il Teatro Coppola di Catania e il comitato NoMuos di Niscemi.

La fotogallery della protesta

* Un Ponte Per...

07 Marzo 2014
di: 
Francesca Gnetti *