Apolidia, gli invisibili del mondo
Quando Mona Kareem aveva 11 anni qualcuno le chiese da dove venisse, ma non fu in grado di rispondere. Mona non esiste, per nessuno. E' un'invisibile perché non ha doveri, ma neanche diritti. Ecco la tragedia più dimenticata dall’agenda politica della comunità internazionale.
di Francesca Manfroni
Gli apolidi non esistono dal punto di vista giuridico, e secondo una ricerca pubblicata ieri dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) il trattamento discriminatorio delle donne all’interno delle leggi sulla cittadinanza è un fenomeno presente in quasi tutti i continenti del mondo.
In almeno 25 paesi sono in vigore leggi sulla cittadinanza che non consentono alle donne di trasmettere la propria nazionalità ai figli.
“Un bambino che nasce apolide affronterà un futuro incerto ed insicuro”, spiega Erika Feller, assistant High Commissioner dell’UNHCR.
“Quando la discriminazione è insita nella trasmissione della cittadinanza, i bambini nascono già apolidi”.
La maggior parte degli Stati che negano alle madri il diritto di trasmettere la nazionalità ai propri figli si trova in Medio Oriente e Nord Africa (dodici Stati) o nell’Africa sub-sahariana (nove Stati), mentre i rimanenti sono in Asia (quattro Stati) o nelle Americhe (due Stati).
In alcuni casi, i bambini diventano apolidi in questi paesi perché non possono acquisire la cittadinanza da nessuno dei due genitori.
E questo può avvenire, ad esempio, se anche il padre è apolide oppure se la legge non permette la trasmissione della cittadinanza da parte dei padri ai figli nati all’estero.
Inoltre, alcuni minori si trovano in un pantano burocratico se il genitore muore o li abbandona, lasciandoli senza documenti che possano certificare la propria nazionalità.
“In passato, la discriminazione di genere era diffusa in tutto il mondo”, prosegue la Feller, che sottolinea però come vi sia fortunatamente “una tendenza globale a riformare le leggi sulla cittadinanza in modo da eliminare questa causa dell’apolidia”.
A livello mondiale, gli apolidi, ovvero le persone che non posseggono la nazionalità di alcuno Stato, sono circa 12 milioni, di cui addirittura la metà potrebbero essere bambini.
Dalla ricerca dell’UNHCR emerge come siano necessari ulteriori studi che quantifichino in maniera più precisa il numero di bambini resi apolidi dalle leggi sulla cittadinanza che discriminano le donne.
Gli apolidi sono tra le persone più povere ed emarginate al mondo, spesso sono popolazioni invisibili che risultano difficili da censire.
Nel mondo, 40 nazioni hanno leggi con espliciti contenuti di discriminazione di genere, e 30 paesi hanno leggi di cittadinanza che vietano alle madri di trasmettere la loro nazionalità ai figli se sono sposate con apolidi o persone di differente nazionalità.
A dicembre del 2011, l’UNHCR ha convocato una riunione dei ministri competenti degli Stati che hanno aderito alla Convenzione internazionale del 1951 relativa allo status dei rifugiati e alla Convenzione del 1961 sulla riduzione dell’apolidia.
Nel corso dell’incontro, numerosi paesi si sono impegnati ad eliminare la discriminazione di genere dalla propria legislazione sulla cittadinanza.
C’è quindi da sperare: recentemente dieci paesi hanno fatto passi avanti o modificato la loro Costituzione, proprio per ridurre o eliminare la discriminazione sessuale a livello legislativo, partendo dalla Tunisia.
Dall’esilio dell’ex presidente Zine El Abidine Ben Ali nel gennaio 2011, i funzionari di governo hanno votato per aderire in maniera più rigorosa alla Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW), un trattato internazionale per la parità tra i sessi, conferendo alle donne pari diritti in termini di nazionalità e di uguaglianza all’interno della famiglia, nelle questioni riguardanti il matrimonio, il divorzio e l’affidamento dei figli.
In Algeria, dove il fenomeno è largamente diffuso tanto da diventare soggetto di una soap opera attualmente in fase di realizzazione, nel 2033 artisti e attivisti per i diritti delle donne hanno fondato il movimento “20 anni sono abbastanza!”, in occasione del ventesimo anniversario (2004) del codice della famiglia: una legislazione discriminatoria nei confronti delle donne in materia di matrimonio, divorzio, eredità e custodia dei figli.
In occasione della campagna, alcune musiciste di Algeria, Francia e Argentina avevano preparato un video che ha molto circolato per promuovere la riforma del codice della famiglia algerino finché, nel 2005, il codice è stato riformato.
La vera svolta è che il nuovo testo consente alle donne di trasmettere la cittadinanza ai figli, mentre prima privilegio era appannaggio solo degli uomini. Adesso il codice garantisce che una donna e i suoi figli avranno sempre una nazionalità, indipendentemente da chi scelgono di amare o di sposare.
Tra le tante storie strazianti documentate dall’Onu, anche quella di oltre 100 mila persone che vivono in Kuwait.
Sono i bidoun, che in arabo significa “senza”, e che vivono privi di cittadinanza in Kuwait e in tanti altri Stati del Medio Oriente.
Sebbene non vi sia alcuna differenza linguistica o culturale rispetto agli altri, qui i bidoun vengono trattati come “cittadini illegali”.
Lo status di apolidia non consente l’accesso a diritti e privilegi di cui i cittadini kuwaitiani godono, come la patente di guida e i certificati di nascita, morte, matrimonio e divorzio.
9 marzo 2012
