Analisi/Yemen: il ritorno di Saleh

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Dopo molteplici speculazioni, rinvii e colpi di scena, il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh ha fatto ritorno a Sana'a dopo 4 mesi di convalescenza in Arabia Saudita e dai canali della tv di Stato Saleh ha subito dopo ribadito il proprio supporto all'iniziativa promossa dal Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), arrivando a promettere per l'ennesima volta la sua disponibilità a lasciare il potere. Nel frattempo per le strade di Sana'a si continua a combattere.

 

 

 

di Ludovico Carlino (CISIP)

Le ultime due settimane sono state particolarmente convulse in Yemen. Prima il ritorno di Ali Abdullah Saleh nel suo palazzo presidenziale, poi l'uccisone di Anwar al-Awlaki, elemento di spicco di Al-Qaeda nella Penisola araba, infine il Nobel per la Pace consegnato all'attivista Tawakkol Karman (prima donna araba ad ottenere tale riconoscimento), che con il suo sito web Woman Journalist Without Chains denuncia dal 2005 le limitazioni alla libertà di stampa e la corruzione che attanagliano lo Yemen.

Tre eventi fortemente distinti tra di loro, ma che non fanno altro che confermare quanto alta sia attualmente la posta in gioco nello Yemen.

Da una parte l'uccisione di al-Awlaki, religioso radicale nato a Las Cruces, nel New Mexico, da genitori yemeniti, e la massiccia campagna di raid aerei condotta dagli Usa, segnalano quanto Washington sia attualmente attiva nel paese arabo da un punto di vista prettamente militare, preferendo continuare a guardare al conflitto in atto da una posizione marginale.

Dall'altra il Nobel assegnato alla Karman, una tra i principali attivisti yemeniti e protagonista dei presidi nella 'Change Square' difronte l'università della capitale, è un esplicito riconoscimento d'importanza concesso alla battaglia pacifica che parte della popolazione dello Yemen sta portando avanti da oramai nove mesi, e che nella realtà ha trovato fino ad ora scarsi segnali di sostegno dalla comunità internazionale né tantomeno alcun segnale di successo all'interno.

Proprio il ritorno di Saleh a Sana'a può essere letto come un nuovo colpo inflitto alle istanze democratiche dei manifestanti e del movimento studentesco, che dopo la fuga del presidente a Riyadh speravano in una soluzione interna del conflitto in grado di mettere ai margini il capo di Stato.

Nelle realtà la capitale è stata protagonista di un nuovo livello di violenza simile a quello registrato lo scorso 18 marzo, quando almeno una cinquantina di manifestanti sono stati uccisi in un massacro che spinse parte dei militari a disertare e che ha rappresentato un punto di svolta per la rivolta yemenita.

Nonostante le notizie che giungono dal paese arabo divergono tra loro, sarebbero tra le ottanta e le cento le vittime accertate da quando Saleh ha fatto ritorno, con le forze lealiste che si sono ancora una volta scontrate con le brigate allineate con il generale Ali Mohsen al-Ahmar e lo Sheikh Sadiq al-Ahmar.

La tempistica scelta da Saleh per il suo non annunciato rientro a Sana'a non appare ad ogni modo casuale. Gli eventi del 18 settembre, quando circa sessanta persone sono rimaste uccise in nuovi scontri nella capitale, potrebbero aver convinto il presidente yemenita che sia questo il momento giusto per riprendere una sorta di dialogo con l'opposizione, paventando un'ulteriore escalation del conflitto e tentando di dimostrare ai propri alleati internazionali e regionali di essere l'unica soluzione alla crisi attuale.

I membri del partito al governo, il Joint Meeting Party, sono del resto del parere che in questo frangente l'opposizione sia oramai con le spalle al muro, e che a breve sarà costretta ad accettare i negoziati con il governo e con i leader tribali secondo i termini stabiliti dall'esecutivo.

Nel corso del suo intervento televisivo del 25 settembre Saleh ha non a caso confermato questa percezione, esprimendo sostegno per il suo vice, Abdu Rabu Mansour Hadi, e lanciando un appello per la firma dell'accordo promosso dal GCC e del suo meccanismo di implementazione attraverso elezioni anticipate a livello locale, parlamentare e presidenziale.

Nonostante Saleh abbia poi espresso il suo interesse nell'ottenere il sostegno dell'opposizione, subito dopo ha sottolineato che il governo andrà ad ogni modo avanti, anche a prescindere dalla posizione di manifestanti e oppositori.

La strategia di Saleh è chiara ormai da diverso tempo. Il presidente cerca di guadagnare tempo promettendo riforme per poi ritrattare i suoi impegni, annuncia di lasciare il potere per poi ritornare sui suoi passi e continua a fare leva sulla minaccia jihadista arrivando ad equiparare i manifestanti pro-democratici ad affiliati di al-Qaeda.

Questo è stato esattamente il copione del suo ultimo annuncio, un altro intervento televisivo trasmesso sabato 8 ottobre dalla tv di Stato yemenita. Saleh ha dichiarato dapprima di voler andare incontro alle richieste dei manifestanti anti-governativi dichiarando che lascerà il potere nel giro di pochi giorni, per poi essere corretto dal viceministro dell'Informazione del suo governo il quale ha chiarito che con "pochi giorni" il presidente ha inteso in realtà fino a quando le parti non raggiungeranno un accordo nella cornice dell'iniziativa del GCC.

Tuttavia, la situazione di caos che regna nello Yemen rende in teoria la stessa proposta del GCC irrealizzabile.

I principali punti del piano in questione, dalle elezioni entro 90 giorni alla stesura di una nuova costituzione prima delle votazioni parlamentari, appaiono infatti di difficile implementazione sia sotto l'attuale esecutivo, dominato da elementi pro-Saleh e dai familiari dello stesso presidente, sia in considerazione della composizione fratturata dell'opposizione che ha mostrato la propria inabilità nel gestire tale transizione.

La principale questione che al momento rimane aperta è quale strada, tra il confronto diretto o la resistenza ad oltranza, il movimento studentesco e di protesta sceglierà di intraprendere con Saleh nuovamente a Sana'a.

La speranza è ad ogni modo che il Nobel concesso a Tawakkol Karman possa rinnovare l'attenzione mondiale nei confronti della lotta pro-democratica dello Yemen, creando i presupposti per un nuovo colpo di scena che costringa questa volta Saleh a mantenere realmente la sua ennesima promessa.
 

13 ottobre 2011