Analisi/Washington e Tel Aviv travolti da un destino comune?
Sempre più isolati, in Medio Oriente ma non solo. Per questo motivo, sempre più alleati nella ricerca di nuovi equilibri geopolitici in una regione che ha recentemente vissuto sconvolgimenti profondi. Questo il destino parallelo di Stati Uniti ed Israele, che mai come negli ultimi mesi si sono ritrovati a dover pensare ad una possibile ridefinizione dei rapporti con i paesi passati attraverso quella che è comunemente definita la “primavera araba”.
di Simone Comi (CISIP)
Oggi Washington e Tel Aviv si trovano a dover giocare una difficile partita, in un'area che non ha ancora pienamente superato la fase di necessario assestamento dopo le rivolte dei mesi scorsi.
Israele sta vivendo una fase di isolamento politico potenzialmente molto pericoloso, in una regione che mai ha pienamente accettato le peculiarità della sua storia dalla fondazione ai giorni nostri. Senza dimenticare che le differenze culturali e religiose sono già state causa di dissapori diplomatici e scontri sanguinosi.
Sebbene sia da escludere la possibilità che si verifichi quello che il governo di Tel Aviv ritenga essere il worst case scenario per l'area mediorientale, cioè che l'Iran possa sfruttare il momento di instabilità nella regione per stravolgerne gli equilibri interni, l'attuale situazione non può certo dirsi facile.
Due dei più importanti governi dell'area, quello egiziano e quello turco, sembrano aver avviato un processo di ridefinizione dei propri rapporti con l'esecutivo di Tel Aviv, possibilità questa che potrebbe favorire cambiamenti di non poco conto sulla mappa mediorientale degli equilibri politici ed economici.
Da un lato, il primo ministro egiziano Essam Sharaf ha dichiarato che l'accordo di pace siglato da Israele ed Egitto nel 1979 a Camp David, in grado di garantire una certa stabilità alla regione intera, non sarebbe più da considerarsi intoccabile. Secondo Sharaf, infatti, potrebbe anzi essere oggetto di discussione in un'ottica di beneficio per la regione e per una pace giusta.
Una dichiarazione passata in sordina sui media egiziani, che lascia però presagire, come detto, una possibile ridefinizione della politica estera egiziana nell'area. L'accordo di Camp David, con cui l'Egitto è divenuto il primo paese arabo a firmare la pace con Israele, è stato finora considerato da tutti gli osservatori uno dei capisaldi dei rapporti tra il Cairo e Tel Aviv.
In quest'ottica, il tentativo di smarcamento da una partnership che l'Egitto non ritiene più essere strategica per i propri interessi, potrebbe far peggiorare ulteriormente i rapporti tra i due paesi, raffreddatisi negli ultimi mesi dopo che il governo del Cairo ha dato il via libera al passaggio di navi da guerra iraniane nel Canale di Suez e l'uccisione di alcune guardie di frontiera egiziane alla fine di agosto.
Dall'altro, sono sempre più difficili le relazioni tra Tel Aviv ed Ankara. Dopo il caso della nave Mavi Marmara e il rifiuto del governo israeliano di porgere scuse ufficiali per quanto successo, i rapporti tra i due paesi si sono cristallizzati su posizioni contrapposte. Dichiarazioni dure e prese di posizione hanno scavato un solco profondo in quella che era considerata un'alleanza solida in quanto storica.
Il premier turco Recep Tayyp Erdogan ha recentemente dichiarato di considerare Israele una grave minaccia per l'equilibrio politico della regione mediorientale e ha fatto esplicito riferimento alle capacità nucleari dell'esercito di Tel Aviv, sostenendo che il governo guidato da Benjamin Netanyahu non hai mai confermato o negato l'esistenza e la presenza di armi nucleari in territorio israeliano.
A differenza dell'esecutivo iraniano, rimasto su posizioni ormai acquisite, quello turco ha da qualche tempo messo in atto una ridefinizione profonda del proprio ruolo nella regione mediorientale e non solo, tanto che proprio il premier Erdogan si è spinto fino in Africa per rafforzare la candidatura della Turchia come pivot attorno a cui far ruotare gli interessi economici e politici di un' area assai vasta. Per questo motivo è lecito aspettarsi che, anche su questo fronte, i rapporti tra i due paesi siano da riscrivere e riconsiderare in un'ottica di possibile contrapposizione.
Ankara sarà sempre di più, nel prossimo futuro, uno snodo politico fondamentale per coloro i quali vorranno stringere o approfondire relazioni politico-commerciali con i paesi della regione. Per questo motivo, il governo Erdogan ha messo in atto, ormai da qualche tempo, una politica di smarcamento e riposizionamento strategico, lontano da un'alleanza con Israele e indipendente rispetto alle richieste provenienti da Washington.
In questo senso sono da leggersi le parole del premier turco su Israele, dichiarazioni utili per poter ribadire al mondo arabo-mediorientale che la diplomazia di Ankara non ha timore di mettere sotto pressione il governo di Tel Aviv, nel caso in cui fosse necessario, per preservare quei nuovi equilibri di potenza che si stanno lentamente sviluppando nell'area.
Allo stesso tempo, quasi in parallelo, la Casa Bianca si è trovata costretta a dover applicare una strategia di breve, anche se sarebbe meglio dire brevissimo, periodo nelle scelte di politica estera riguardanti la regione mediorientale. Dopo i tentennamenti durante i mesi delle rivolte, che hanno inficiato la credibilità dell'amministrazione democratica nel ruolo di paladina dei diritti dei popoli venutasi a creare dopo il discorso tenuto da Obama al Cairo, la diplomazia statunitense si trova ora a dover gestire una situazione che potrebbe divenire potenzialmente molto dannosa.
Colpito dalle sferzate delle lobby ebraiche e stretto tra le sempre più pressanti richieste provenienti dal mondo arabo, Barack Obama sarà probabilmente costretto a mettere in pratica, in politica estera, una strategia tipicamente italiana, comunemente detta “cerchiobottismo”, in grado di soddisfare, almeno parzialmente, esigenze differenti e per giunta antitetiche.
In quest'ottica sarebbe da intendersi la posizione tenuta dagli Stati Uniti sulla questione palestinese. La Casa Bianca ha proposto una non-soluzione dichiarandosi a favore della riapertura dei negoziati tra Israele e Palestina, una cristallizzazione de facto di una situazione che dura ormai da decenni. Sul versante delle relazioni con Ankara, l'incontro tra il segretario di Stato Hillary Clinton e il premier turco Erdogan non ha portato sostanziali miglioramenti nei rapporti tra i due paesi, che rimangono piuttosto tesi e segnati da incomprensioni pressoché costanti.
La Casa Bianca non può formalmente accettare l'ambizioso progetto turco, per il timore di perdere un punto di contatto fondamentale con un'area ancora in balia di tensioni profonde, mentre Ankara vuole diventare il centro pivotale di una macroregione che si estende dal Caucaso al Medio Oriente passando per il Mediterraneo.
Washington e Tel Aviv legate quindi da un destino comune? Così potrebbe sembrare ad uno sguardo superficiale. In realtà a soffrire maggiormente della situazione geopolitica venutasi a creare dopo le rivolte potrebbe essere Israele, diplomaticamente sempre più isolata e che al contempo sembra mantenere un atteggiamento inflessibile nei confronti dei propri vicini.
La Casa Bianca si troverà probabilmente nei prossimi mesi a cercare di ricomporre un puzzle andato in pezzi con le rivolte e nei mesi immediatamente successivi. Un mosaico variegato che si sta ricostituendo lentamente, con tratti nuovi e ancora impossibili da decifrare.
Difficile poter prevedere ora come si svilupperanno i rapporti sopra presentati, risulta comunque evidente la mancanza di volontà d'intervento da parte dell'amministrazione statunitense, che non ha voluto gestire situazioni potenzialmente fondamentali per gli interessi occidentali e che potrebbe pagare in termini di preferenze alle elezioni del prossimo anno questo non-interventismo in politica estera.
10 ottobre 2011
