Analisi/Iran: le strategie di Teheran per il controllo regionale e la guerriglia curda

di Luca Bellusci
16 settembre 2011

Il ripetuto e congiunto attacco alla guerriglia curda del Pkk e Pjak, da parte di Iran e Turchia, sembrerebbe un’azione programmata con il fine ultimo di smantellare in modo definitivo le basi logistiche dei gruppi armati, di stanza sull’altipiano iracheno di Qandil. Ma analizzando più attentamente le azioni militari che dal mese di luglio si susseguono in maniera quasi incessante, i due principali attori di questa guerra silenziosa non sembrano avere gli stessi interessi strategici. La domanda da porsi in questi casi è: perché ora? Questo particolare momento storico per la regione mediorientale risulta contraddistinto da un generale ridimensionamento dell’asset geo-strategico per molti attori regionali, in primis Iran, Turchia, Siria, Egitto quindi Israele.
 

 

L’Iran e la strategia del “big game”: lo scenario geopolitico

Verso metà luglio sono iniziati i primi bombardamenti dell’artiglieria iraniana con l’obiettivo di lanciare una vasta operazione via terra, a ridosso dei confini con la regione autonoma del Kurdistan iracheno, per eliminare le basi del braccio armato curdo chiamato Pjak (Partito della vita libera del Kurdistan). Dopo una prima fase contraddistinta da una sostanziale avanzata dei pasdaran iraniani verso le alture di Qandil, penetrati per alcuni chilometri all’interno dello stato iracheno, c’è stato un rallentamento nelle operazioni dovuto alle numerose perdite (circa 450 soldati iraniani). L’attacco iraniano è stato in seguito coadiuvato da bombardamenti dell’aviazione turca che hanno causato la morte di circa 160 guerriglieri. Ad una prima analisi potrebbe sembrare un’operazione congiunta turco-iraniana per contrastare il Pkk. Ma sono due i fattori che differenziano le strategie di questi attori.
 

Il primo è la situazione in Siria; Ankara, dopo alcuni tentativi di mediazione, si è schierata apertamente contro il governo di Bashar al Assad, accogliendo i numerosi profughi al confine e condannando il regime siriano. Tuttavia l’Iran, storico alleato della famiglia Assad, ha continuato il suo appoggio al regime cercando di contrastare il fronte anti-governativo. Così facendo, la salda alleanza tanto temuta da Washington tra Turchia e Iran è venuta meno.
 

La Repubblica Islamica ha cercato in molti modi di convincere la controparte turca a supportare una linea filo-Assad; in quest’ottica le operazioni militari iraniane contro il Pjak hanno una loro ragione d’essere. Ad esempio nel mese di agosto fu divulgata la notizia, poi smentita dal ministero degli esteri turco, circa la cattura del numero due del Pkk, Murat Karaylan, obiettivo principale della Taf (Turkish Army Force): in realtà si trattava del numero due del Pjak, Murat Karasac. Ma il tentativo iraniano di cooperare militarmente con Ankara in funzione anti curda, con il fine ultimo di proteggere il regime siriano, non sembra aver avuto i risultati sperati.
 

Il secondo fattore è l’Iraq; la situazione politica irachena è caratterizzata da una cronica instabilità, dovuta a divisioni interne. Il governo del premier iracheno Nuri al Maliki dovrà affrontare nei prossimi mesi la questione del ritiro delle truppe americane (Status of Forces Agreement – Sofa), che sta già dividendo i diversi schieramenti politici (quello sciita di Moqtada al-Sadr vuole il ritiro incondizionato mentre il blocco curdo del Kurdistan Regional Government –  Krg chiede una proroga dell’accordo).
L’intervento militare iraniano risulta perciò condizionato da una chiara strategia, con il fine di conservare e, dove possibile, aumentare la propria influenza in territorio iracheno a discapito degli USA. In questo contesto, la guerriglia curda risulta un elemento funzionale per il regime iraniano, caratterizzando quel “big game” per il controllo della regione.