Analisi/Iran e Turchia: alleati congiunturali, nonostante tutto

Non è ancora tempo di rottura per Iran e Turchia. Nonostante negli ultimi mesi le relazioni tra i due paesi sembrassero essersi deteriorate, come conseguenza della posizione critica assunta da Ankara nei confronti del regime siriano, i rapporti bilaterali non sono ancora stati messi in discussione. 

 

di Stefano Torelli (CISIP)

 

A provarlo vi sono le dichiarazioni del ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, che ha accolto con freddezza le denunce statunitensi circa un presunto progetto di attentati architettato da Teheran contro obiettivi sensibili negli Stati Uniti, tra cui anche l’uccisione dell’ambasciatore saudita a Washington.

Davutoglu ha smorzato i toni di denuncia provenienti dalla Casa Bianca asserendo che, in mancanza di prove concrete circa il complotto iraniano e nonostante il segretario di Stato statunitense Hillary Clinton abbia personalmente presentato la propria versione della vicenda all’omologo turco, la Turchia non prenderà posizione sulla questione.

Guardando più approfonditamente, e soprattutto con una prospettiva di medio-lungo periodo, il bimonio Iran-Turchia potrebbe non durare a lungo. Entrambi i paesi hanno delle mire, ormai neanche troppo nascoste, di egemonia economica, politica e culturale sulla regione mediorientale. I due attori rappresentano delle realtà completamente differenti sotto tutti i punti di vista.

Sotto l’aspetto etnico, i turchi e i persiani sono storicamente stati sempre in lotta tra di loro per il controllo di quest'area. Dal punto di vista politico, la Turchia incarna l’ideale di paese a maggioranza musulmana, con un sistema che può ormai essere definito 'democratico', di stampo laicista e ispirato all’Occidente, mentre l’Iran, al contrario, si autodefinisce una Repubblica islamica di stampo teocratico, con una forte connotazione anti-occidentale e anti-israeliana, e caratterizzata da un sistema politico interno all'apparenza meno democratico e incentrato sulla figura della Guida suprema.

Se analizziamo il fattore religioso, la Turchia ambisce a rappresentare il sunnismo moderato all’interno del mondo musulmano, laddove l’Iran è il punto di riferimento per tutto il mondo sciita. A livello economico, infine, se guardiamo Ankara ci troviamo di fronte a una delle potenze mondiali maggiormente in ascesa con un sistema basato sul libero mercato e il commercio, mentre l'Iran è 'solo' un paese produttore ed esportatore di idrocarburi. 

L’unico elemento in comune risiede parodossalmente nella volontà di entrambi di assumere un ruolo guida del Medio Oriente.

E allora perché i due paesi continuano, e continueranno nel breve-medio termine, a comportarsi da buonivi vicini?

Vi sono almeno due aspetti da considerare, che riguardano entrambi l’interesse nazionale. Da un lato ci sono le relazioni economiche tra Ankara e Teheran, che sono sempre più importanti.

Il volume commerciale bilaterale è arrivato, a 2011 ancora non concluso, a più di 10 miliardi di dollari e potrebbe toccare i 12 miliardi alla fine dell’anno. Ciò fa dell’Iran il primo partner commerciale in assoluto della Turchia nella regione mediorientale. Tale rapporto giova, per motivi diversi, ad entrambi gli attori in questione.

Se l’Iran, isolato da buona parte del mondo occidentale, ha bisogno di altri sbocchi per le proprie esportazioni, la Turchia ha parimenti necessità di importare materie prime per il proprio fabbisogno energetico. Ankara ha diversificato il proprio mercato di acquisizione di gas e petrolio, ma Teheran continua ad essere un fornitore importante di gas naturale.

Dei circa 39 miliardi di metri cubi consumati annualmente dalla Turchia, circa 10 arrivano proprio dall’Iran, facendo di Teheran il secondo esportatore di gas naturale in Turchia, dopo la Russia. Non solo. All’inizio di quest’anno lo stesso governo turco ha chiesto all'Iran di aumentare le proprie forniture portando il valore totali delle esportazioni iraniane a circa 7 miliardi di dollari l’anno.

Allo stesso modo, le relazioni strategiche tra i due paesi hanno assunto sempre più importanza alla luce della rinnovata ondata di violenza di matrice curda che sta colpendo tanto l’Iran, quanto la Turchia.

Non è solo Ankara a doversi confrontare con la minaccia della guerriglia del PKK, ma anche l’Iran si trova a fronteggiare il PJAK, nato come costola iraniana dello stesso PKK. I due governi hanno messo a punto una serie di strategie comuni e vi è un programma di collaborazione militare per debellare una minaccia che, sebbene distinta, sembra avere la stessa matrice.

Del resto, quanto la questione della guerriglia curda sia ritenuta prioritaria per la sicurezza turca è testimoniato dall’attacco contro i militari di Ankara dello scorso 18 settembre. L’attentato, avvenuto vicino al confine iracheno, ha causato la morte di 24 soldati turchi, rappresentando il più grave attacco degli ultimi anni.

Sul fronte iraniano, invece, questa estate si è combattuta una vera e propria guerra tra l’esercito di Teheran e i guerriglieri del PJAK, che ha portato alla morte di almeno 30 militari iraniani e un centinaio di appartenenti all’organizzazione curda.

La guerriglia curda mette a repentaglio anche la sicurezza energetica della Turchia, come dimostrato dall’attentato al gasdotto Tabriz-Ankara. L’esplosione ha fatto cessare per alcuni giorni il rifornimento di gas naturale dall’Iran alla Turchia, mettendo in luce la correlazione tra sicurezza militare ed economica.

Se è vero dunque che Iran e Turchia sono sotto alcuni punti di vista in aperta competizione per il controllo e l’influenza sul Medio Oriente, è altrettanto chiaro come, in una congiuntura come quella attuale, entrambi i paesi abbiano più interesse nel mantenere buone relazioni piuttosto che arrivare ad una rottura dei rapporti.

Ciò potrebbe solo rimandare il momento in cui Ankara e Teheran si confronteranno, in quanto diretti competitor per l’egemonia regionale. Nel lungo periodo, infatti, i due attori sembrano essere quelli che più plausibilmente potrebbero ambire a ricoprire un ruolo primario nell’area mediorientale.

Un elemento che potrebbe in parte mettere in discussione tale scenario, potrebbe essere l’emergere di un nuovo Egitto, quale polo di attrazione arabo. Del resto, il ruolo del Cairo è stato di primaria importanza nella questione del rilascio del soldato israeliano Gilad Shalit da parte di Hamas.

Tuttavia il Cairo sembra però aver bisogno di molto tempo per riassumere una posizione centrale in Medio Oriente, determinare i nuovi equilibri interni a livello politico e rimettere in sesto la propria economia, all’indomani delle rivolte e del cambio di regime.

 

24 ottobre 2011