Analisi/Elezioni in Oman: tra cauto riformismo ed esigenza di cambiamento

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In Oman si è appena concluso l’appuntamento elettorale relativo alla nomina delle settima “legislatura” della Majlis al-shura, la camera bassa. I seggi messi in palio erano 84 e sono stati assegnati solo a candidati di sesso maschile, eccezion fatta per uno soltanto, quello ora occupato da Ni’ma Bint Jamil Al Bu Sa’idiyya in rappresentanza della provincia di al-Sib.

 

di Pietro Longo (CISIP)

 

I cittadini in possesso del diritto di voto, secondo i dati riportati dall’Oman Tribune, sono stati 518.000: costoro hanno scelto i deputati che siederanno nell’Assemblea per i prossimi 4 anni, a partire da 1.133 candidati, tra i quali 77 donne.

La tornata elettorale ha avuto una durata di 12 ore, alle quali ha fatto seguito lo spoglio e la proclamazione dei vincitori. I centri di voto allestiti in tutto il paese sono stati 105, divisi tra quelli per soli uomini e quelli per le donne. Il tasso di affluenza alle urne ha fatto registrare il 76,6% degli aventi diritto di voto, ossia 397.000 del totale.

 

Una comparazione con la precedente legislatura è obbligatoria.

Rispetto al 2007 si è verificato un incremento sostanziale in ragione, probabilmente, della timida ondata di protesta scaturita nel corso di quest’anno. In quell’occasione gli omaniti votanti erano 390.000 e i candidati in corsa 632, dei quali 21 donne.

Il turnout dello scorso fine settimana ha quindi palesato un incremento del 14% dei votanti e la presenza di una donna tra i vincitori, fatto assolutamente innovativo. Ad aumentare però è stata anche l’affluenza che aveva coinvolto il 62% degli elettori nel 2007, trasformatasi nel 76% attuale.

Infine è incoraggiante anche il dato relativo a quanti nazionali hanno scelto di esercitare il diritto di voto passivo, ossia di quanti si sono proposti come possibili rappresentanti: circa 120.000 omaniti in più rispetto alla tornata precedente hanno deciso di scendere in politica.  

La disciplina di voto in Oman è interamente regolata dalla legge ordinaria, dal momento che l’unica fonte normativa è costituita dai decreti del Sultano Qabus ibn Sa’id. A fare da contraltare alla “camera bassa” dell’organo rappresentativo v’è la Majlis al-Dawla, formata da 57 senatori tutti di nomina sultanale.

Ambedue le assemblee formano la Majlis ‘uman. Il successo di questo appuntamento elettorale è riscontrabile nelle parole di Muhammad Al Bu Sa’idi, sottosegretario al ministero degli Interni. Costui ha sottolineato la differenza tra le due legislature in termini di cambiamento radicale dei deputati. Gli omaniti hanno scelto di venire rappresentati da neofiti della politica, cioè da “facce nuove” latrici di altrettante nuove idee.In altri termini i rappresentanti sembrerebbero, a suo avviso, aver superato la consueta affiliazione di tipo clanico-tribale in favore della cura dell’interesse generale.

Due problemi macroscopici rimango aperti: da un lato la quota di ripartizione dei seggi non rispecchia la proporzione demografica delle regioni (wilayat). Dall’altro non esiste ancora un numero minimo di candidati di sesso femminile obbligatoriamente eletti. In merito alla prima questione, alcune regioni che constano di appena mille abitanti possiedono due rappresentanti in Parlamento, esattamente come altre nelle quali vivono almeno 30 mila individui.

In merito alla questione della presenza femminile le istituzioni hanno affermato pericolosamente che le donne, come dimostrato dalla candidata vincitrice, sono in grado di competere in politica e non hanno bisogno di una quota prestabilita.

Sotto certi aspetti è innegabile che le elezioni hanno mostrato un’evoluzione che può essere a pieno titolo identificata come il prodotto dell’ondata di protesta dei mesi scorsi. Le manifestazioni, fin dall’inizio pacifiche, hanno avuto un carattere differente rispetto ai contemporanei accadimenti degli altri paesi arabi e rispetto alla medesima area del Golfo.

I cortei si sono concentrati soprattutto nell’area di Musqat e dei centri portuali di Sohar e Salala ma non hanno mai sfidato apertamente il regime. Piuttosto si sono focalizzate su problemi legati alla corruzione e alla cattiva ripartizione dei derivati delle attività produttive.

I dati elettorali, ossia la massiccia partecipazione e la quantità di candidature, esemplifica il malcontento diffuso e la volontà di farvi fronte con mezzi democratici. In più ben tre attivisti partecipanti alle rivolte hanno ottenuto un seggio. L’elezione di Salim al-Mashani, detenuto nel carcere di Salalah a febbraio, è stata accolta con favore dai portavoce dei dimostranti. Né è casuale che queste tre personalità siano risultate elette nei tre distretti più turbolenti: Batinah, Dhofar e Dakhliyya. Talib Ahmad Muhammad al-Mamari è il secondo attivista nominato a Liwa (Batinah) mentre Salim al-Awfi rappresenterà Izki (Dakhliyya).

Contrariamente alle ovazioni appassionate, la nomina dell’unica donna è controversa in ragione della sua appartenenza al clan degli Al Bu Sa’idi, come del resto anche un rappresentante di Musqat ed uno di Manah, città della provincia di Dakhliyya. Nella regione di al-Wusta sono stati nominati invece i membri del clan degli al-Kharusi dalle cui fila proveniva l’Imam Salim che agli inizi del ‘900 proclamò l’ultimo Imamato ibadita nella città di Nizwa, contapponendosi all’egemonia degli Al Bu Sa’idi. Infine la lista dei nuovi componenti la Majlis al-Shura reca diversi nominativi di affiliati al gruppo dei Lawati, ossia alla stretta minoranza sciita omanita.

Alla luce di queste considerazioni, se il nuovo Parlamento viene assunto come una fotografia della condizione sociale del paese, allora si deve ammettere la sua divisione secondo logiche tribali, nonostante il plauso del governo che ha visto, in questi risultati, una vero e proprio successo verso la concreta disapplicazione del “mandato imperativo”.

Tale principio, tipico di un’antica filosofia parlamentarista europea, vuole che ciascun deputato curi i meri interessi del partito d’appartenenza a sua volta espressione di una ben determinata parte della società.

In Oman la logica del mandato imperativo, prescindendo dai partiti di fatto inesistenti, possiede dunque una base familistica e clanica per l’appunto. In altre parole, nonostante le “facce nuove” della politica , esiste tutt’ora la concreta possibilità che gli 84 deputati curino unicamente il tornaconto delle proprie famiglie d’appartenenza, piuttosto che del generale interesse dello Stato. La “nahda mustamirra”, o rinascita continuata, certamente è un processo innescato a partire dagli anni ’70 dal Sultano al potere.

Resta tuttavia da chiedersi se la lentezza della progressione sia da imputare, come affermato dal governo, al timore di cambiamenti improvvisi o se sia piuttosto una tecnica per mantenere saldo il potere entro i canali tradizionali.
 

photo by jakubzalewski

20 ottobre 2011