Algeria: musica, cultura e dissidenza con Kateb Amazigh
Kateb Amazigh, voce e leader degli Gnawa Diffusion fino al 2007, da quattro anni ha iniziato una nuova carriera solista, alternata a preziose collaborazioni (Manu Chao, Tiken Jah Fakoly) e alla riscoperta delle opere teatrali del padre Yacine. Artista impegnato, Kateb non risparmia critiche al regime algerino, “che continua a negare dignità e libertà ai suoi cittadini”, e difende l’idea di “un’identità aperta e molteplice”, sul piano musicale come su quello culturale.
di Jacopo Granci
L’incontro è avvenuto a Rabat, nello studio di registrazione dell’associazione musicale L’Boulevard. Qui l’intervista si apre con la domanda di rito, che un appassionato sostenitore degli Gnawa Diffusion non riesce a trattenere in una simile circostanza: “A cosa è dovuto lo scioglimento del gruppo?”.
Kateb Amazigh, per nulla sorpreso, risponde: “Avevamo bisogno di una pausa, non volevamo cadere in quella macchina infernale chiamata routine. Così abbiamo deciso di fermarci finché eravamo ancora in tempo, per non rovinare i ricordi della bella esperienza vissuta fino a quel momento”.
L’avventura degli Gnawa Diffusion è cominciata nel 1992 a Grenoble, ma il gruppo maghrebino non ha impiegato molto a oltrepassare le frontiere francesi e ad affermarsi sia in Europa che nel continente africano.
“Era l’anno dei giochi olimpici; subito dopo la creazione del gruppo ci ritrovammo a Barcellona per smontare le impalcature del Montjuic. Di giorno stavamo al cantiere e la sera ci spostavamo sulle Ramblas per suonare. Si può dire che quello fu il primo tour internazionale degli Gnawa”.
Nell’ottobre del 2009 Kateb Amazigh ha lanciato il suo primo album da solista, Marchez Noir. “Il linguaggio della mia musica non è cambiato. Lo gnawa è la voce del nord Africa, una sonorità proveniente dall’Africa nera, mescolata alla tradizione musicale berbera ed araba del Sahara maghrebino”, precisa il cantante, che poi continua: “contaminare questa ampia base melodica con sfumature reggae, rap e perfino punk è un bisogno che ho sempre sentito. E’ così che vivo la musica, non potrei mai rimanere legato ad un solo stile. Nella musica, come nella vita, sento la necessità di condividere tutto quello che amo, almeno il più possibile. In più detesto i suoni puliti”.
Amazigh è figlio di Kateb Yacine, fondatore assieme a Mohammed Dib della letteratura algerina contemporanea (post-coloniale). Con la pubblicazione del romanzo Nedjma (1956), Yacine si servì della narrativa, in piena guerra di liberazione, per rifiutare il concetto di Algeria francese propagandato da Parigi. “Anche l’uso della lingua fu ben studiato. Mio padre, trilingue, scrisse Nedjma in francese perché i colonizzatori capissero il suo messaggio. Per dire ai francesi che gli algerini non erano francesi”.
Tra gli intellettuali più celebrati dell’Algeria indipendente, Kateb Yacine scelse di accantonare la letteratura per dedicarsi al teatro. Ma, i suoi continui richiami alla cultura berbera, i suoi appelli al riconoscimento della lingua amazigh e le sue posizioni progressiste in favore dell’uguaglianza tra uomo e donna, scatenarono le critiche e l’ostilità del regime di Boumedienne, che finì per isolarlo nella lontana provincia di Sidi Bel Abbes.
La sua opera testimonia la continua ricerca di una nuova identità possibile in un paese attraversato da culture differenti, divenute nel tempo sempre più conflittuali. Kateb Yacine è morto nel 1989 (a Grenoble) dopo aver trascorso all’estero gli ultimi anni della sua esistenza. Seppellito il contestatore, scomparso il pericolo, le autorità algerine hanno avviato un recupero “provvidenziale” della sua immagine: “l’ennesima prova dell’ipocrisia di chi ci governa – commenta Amazigh – di chi non ha esitato a bandire mio padre quando era in vita ed ora è pronto glorificarlo come un eroe nazionale”.
In Marchez Noir hai riproposto alcuni testi scritti da tuo padre. Da dove viene questa scelta e perché proprio adesso?
Durante l’adolescenza non ho fatto altro che nutrirmi dei testi di mio padre. Sono cresciuto all’interno della sua Action Culturelle des Travailleurs, un laboratorio teatrale a cui dedicò vent’anni della sua vita, prima ad Algeri e poi a Sidi Bel Abbes, la cittadina al confine con il Marocco dove fu esiliato. Nella mia testa è sempre rimasta la musica che accompagnava quelle rappresentazioni, che si rifacevano un po’ all’esperienza del teatro greco e un po’ a quella del teatro vietnamita: la musica era suonata in diretta durante lo spettacolo e la scena era sobria, a scenografie fisse.
Terminata l’avventura con gli Gnawa Diffusion, ho iniziato a scavare nel suo repertorio, una scelta che avevo sempre evitato finché facevo parte del gruppo, dal momento che non c’era la sensibilità giusta per un lavoro di questo tipo. Nel 2007 ho ripreso in mano Mohammed prend ta valise, un testo che parla di emigrazione.
Da lì ho riscoperto altri brani, poi altri ancora e nella mia testa sono nate subito nuove melodie da accompagnare agli spettacoli, per esempio Bonjour, una delle canzoni presenti in Marchez Noir. Così, quello che doveva essere un recupero della memoria, si è trasformato in una rielaborazione artistica, dove alle parole di mio padre ho legato musiche e interpretazioni che ho composto in maniera fulminea. Era un bisogno che covava in me fin dal momento della sua morte, ma che ho celato a lungo grazie anche alla bella esperienza vissuta con gli Gnawa.
Si dice in giro che non sia poi così facile per te suonare nella tua terra, vista la posizione critica che mantieni nei confronti delle autorità algerine. Sono solo voci o c’è del vero?
Non mi sento un artista perseguitato, anche se è vero che nel mio paese ho tuttora delle difficoltà ad esprimermi e ad esibirmi. Le autorità non mi censurano pubblicamente, come non lo facevano con mio padre, ma adottano dei sistemi subdoli e ipocriti per ostacolare i miei concerti.
A volte convincono gli sponsor a ritirarsi, altre volte tirano in ballo problemi di sicurezza o vizi di forma nella richiesta delle autorizzazioni. Nel 2009 per esempio, a parte il passaggio al festival panafricano, sono stato costretto ad annullare dieci date.
Bisogna considerare che in Algeria lo “stato di emergenza” dura da vent’anni, nonostante sia stato formalmente abolito lo scorso febbraio. Ancora oggi, terrorismo o no, la libertà di espressione è fortemente limitata. Molti cinema, per esempio, chiusi durante gli anni novanta, non hanno mai più riaperto, e lo stesso vale per i teatri. E’ impossibile organizzare un evento musicale senza prima ricevere l’autorizzazione di tutti i servizi di sicurezza del paese. La paura del terrorismo è un’arma politica che funziona ancora bene.
Per un artista algerino assaporare la “libertà” significa necessariamente partire?
Partire può essere una soluzione, una risposta. Confesso che nei primi anni novanta ne ho sentito il bisogno. Ma oggi ci sono “altre pateras possibili” e i tunisini ce lo insegnano.
Attraverso internet le società maghrebine hanno aperto gli occhi su quello che c’è oltre la propaganda ufficiale dei rispettivi regimi, sono entrate in contatto con un’alterità rimasta a lungo lontana, si sono organizzate ed hanno trasformato hogra e dissidenza politica in rivoluzione.
Fino a qualche tempo fa ci sentivamo tagliati fuori, in ritardo rispetto al cammino percorso dal resto del mondo. Oggi invece riusciamo ad immetterci in questo cammino e a confrontarci, superando una sorta di complesso, quel sentimento di inferiorità ereditato dalla colonizzazione.
Così, allo stato attuale, siamo di fronte ad una nuova categoria di harraga che ha deciso di “bruciare la frontiera” dall’interno (in arabo la radice “hrg” significa “bruciare”, nda). Per questo, Tunisia a parte, in Algeria come in Marocco gran parte della popolazione può essere considerata “clandestina”, se assumiamo come principio di legalità le imposizioni della classe al governo. Clandestina per lo spazio di libertà che si ricava, rispetto a quello concesso, clandestina per la cultura che consuma, rispetto a quella consentita.
Malgrado una diffusa condizione di miseria la nostra società, con i suoi sogni, le sue aspirazioni e i suoi bisogni, è sempre un po’ più avanti rispetto alle direttive dell’autorità. Come se rispondesse ad un impeto di sopravvivenza.
Un impeto che dopo la rivolta del gennaio scorso ad Algeri sembra essersi lentamente affievolito (Kateb Amazigh è stato un fervente promotore delle contestazioni di inizio 2011 contro il regime di Bouteflika, ndr). Come te lo spieghi?
La repressione della polizia si è abbattuta ferocemente su coloro che avevano partecipato alle proteste di gennaio. Oltre ai morti, decine di arresti, processi speditivi e una militarizzazione della capitale su cui vige ancora il divieto di scendere in piazza a manifestare stabilito nel 2001. La gente ha avuto paura, un sentimento con cui l’algerino medio fa i conti da vent’anni.
Quello che la grande marcia del 5 ottobre 1988 aveva permesso in termini di apertura politica e riconoscimento delle libertà è stato ben presto reso vano dal clima di sangue e terrore in cui il paese è piombato nei primi anni novanta.
Venti anni di asfissia e oltre 200 mila tra morti e “scomparsi”. La ferita è profonda, per questo l’impeto di sopravvivenza non riesce a trasformarsi in impeto rivoluzionario. Da una parte il regime è abile a presentarsi come garante di stabilità e sicurezza, dall’altra la rendita petrolifera di cui dispongono le autorità permette di pacificare, al bisogno, le forti tensioni sociali che emergono regolarmente nel paese.
Anche tu, come tuo padre, insisti molto sul concetto di identità. In una tua intervista una volta hai detto: “difendo un’algerinità che purtroppo ancora non esiste, nemmeno in Algeria”.
L’algerinità che difendo è il frutto di un’identità molteplice, aperta, che cerca di liberarsi e uscire allo scoperto. Non esiste un solo modo di essere algerini, di pensare e di agire, come invece ci hanno imposto.
E’ evidente che all’interno di questo grande paese, come in molte altre nazioni mediterranee, non siamo tutti uguali. Ma la classe politica che ha preso in mano l’Algeria dopo il 1962 ha gestito la società come fosse un’impresa a suo nome, rifiutandosi di riconoscere quel tessuto multicolore che la componeva.
La costruzione del nuovo Stato indipendente ha tenuto conto di due sole costanti, l’arabo e l’islam, una semplificazione che è degenerata nella carneficina degli anni novanta. Vogliono farci credere che facciamo parte di un unico tessuto sociale, uniforme e omologato: “siete tutti arabi e tutti musulmani”. No! Non siamo affatto tutti arabi e nemmeno tutti musulmani, malgrado le apparenze.
Quando parlo di algerinità faccio riferimento al mio vissuto. All’esperienza di un berbero (come testimonia il mio stesso nome) cresciuto ad Algeri, quindi arabofono, che ha lasciato il suo paese a diciassette anni per essersi rifiutato di prestare servizio militare. Renitente alla leva, non ho potuto più mettere piede in Algeria per dieci anni, dal 1989 al 1999. Arrivato in Francia (Grenoble), ho subito iniziato a fare musica.
Prima con degli ivoriani, poi con dei senegalesi e infine con altri maghrebini. Quest’incontro continuo con genti diverse, questo confronto con sensibilità differenti (allo stesso tempo suonavo con musicisti rock, punk e metal), mi ha permesso di crescere. Di superare la dimensione conflittuale che troppo spesso accompagna la diversità. Così la varietà di colori che mi trovavo ogni giorno di fronte è diventata il mio colore. Del resto, a rimanere ancorati a qualcosa di uniforme si finisce per far parte del decoro!
Allo stesso tempo, la scelta dell’esilio ha conciso con la creazione degli Gnawa Diffusion. Assieme al gruppo ho cercato di ricreare in musica e parole una mia Algeria. Nelle canzoni ho messo dentro tutte quelle piccole cose che amavo e che sono stato costretto a lasciare. E’ stata la separazione forzata dal mio paese che mi ha spinto a riflettere sul concetto di identità.
Di questo tessuto multicolore fa parte anche l’identità berbera. La sua presenza però non è ancora accettata né riconosciuta…
Come ti ho detto sono un berbero arabofono. Sfortunatamente non parlo bene il tamazigh, anche se ho cantato più volte in questa lingua assieme a Idir.
Il berbero, come lingua, cultura e storia, è una delle componenti essenziali di quell’identità molteplice di cui parlavamo prima. Una componente tenuta ai margini, quando non apertamente repressa, per lungo tempo in seguito all’indipendenza. Nel 1980 la “primavera nera” ha segnato l’inizio delle rivendicazioni del movimento amazigh.
Da quel momento si è assistito periodicamente a scontri, violenti e sanguinosi, tra la polizia e i cabili (la Cabilia è una regione berbera, nda), che ogni anno scendono in strada per commemorare l’evento.
Oggi si è arrivati ad una situazione in cui l’esistenza del berbero è riconosciuta dalle autorità, almeno a parole, o quantomeno non è più un delitto rivendicare la propria berberità. Ma quello che mi rende triste, è che dopo trent’anni di scontri e di lotte non è ancora stato fatto un vero lavoro pedagogico.
Da una parte il regime ha schiacciato rivendicazioni legittime e dall’altra il movimento berbero si è fossilizzato in una logica di opposizione sterile. Come risultato oggi abbiamo ancora una grossa lacuna sul piano linguistico e culturale. Non ci sono manuali, mancano studi e ricerche da parte di linguisti e sociologi. Dico questo perché secondo me il vero interesse nel riconoscimento della lingua berbera non è che i berberofoni possano parlarla tra di loro, ma che noi arabofoni e soprattutto i nostri figli possano parlare il berbero come i figli dei berberofoni parlano l’arabo. Il riconoscimento dell’identità amazigh è un punto essenziale.
E’ parte integrante della nostra storia e della nostra memoria, e proprio per questo la soluzione non sta nella separazione e nella chiusura delle due comunità, ma nella permeabilità e nello scambio.
Poco fa hai detto “l’Algeria non è solo islam”. Tu sei credente?
Non credo in un Dio e anche se ci fosse qualcosa che sta sopra di noi, penso che vada ben al di là di tutte le rappresentazioni che le religioni hanno fornito nel corso della storia dell’uomo. Se c’è qualcosa, rimane assolutamente imperscrutabile.
Per me già l’amore, in sé, è un’emozione così forte che ha dell’incredibile, del divino. Non lo vedo, non lo tocco, ma è capace di impadronirsi del mio animo e per questo so che esiste. Dio, al contrario, non lo sento così forte.
A volte riesco ad avere un coinvolgimento mistico in contesti specifici, in presenza di persone che dedicano ogni loro istante e ogni loro gesto alla commistione con la divinità, come nel caso dei sufi. Ma la mia resta una sensibilità al linguaggio, non alla presenza divina. D’altronde l’islam è fortemente ancorato alla dimensione linguistica e, che lo voglia o no, fa parte della mia cultura.
2 novembre 2011
