Afghanistan. Quanto costa la svolta strategica degli Usa?
Il 22 aprile Washington e Kabul sono arrivate a un accordo per la definizione della Strategic partnership tra i due paesi. Una prima bozza del documento definirebbe il ruolo e gli impegni degli Stati Uniti nei dieci anni successivi al formale disimpegno delle forze militari internazionali, dunque dal 2014 al 2024.
di Claudio Bertolotti
In estrema sintesi ciò che contiene il documento, ancora in fase di revisione, sono una serie di limiti e concessioni a cui Washington si è dovuta piegare in cambio di una presenza prolungata nel tempo in Afghanistan – area strategica in cui, è evidente, ha tutto l’interesse a rimanere a lungo.
Il suolo afghano non potrà essere utilizzato per il lancio di attacchi o azioni militari in paesi terzi (il riferimento implicito va in primis all’Iran e in secondo luogo al Pakistan, le cui regioni di confine sono spesso oggetto di attacchi dei droni statunitensi).
A Washington, e ai suoi alleati, spetterà di contribuire al sostegno militare e finanziario dell’Afghanistan per almeno dieci anni.
Un successivo memorandum of understanding definirà le scottanti questioni dei night raids e delle strutture penitenziarie, e verosimilmente a Kabul spetterà il diritto di veto sui primi, mentre le prigioni gestite dagli Stati Uniti passeranno sotto responsabilità afghana in tempi relativamente brevi.
Spostato a data da definire la discussione sulle basi militari permanenti, il che equivale a una soluzione di compromesso formale che consente agli Stati Uniti di rimanere con i “boots on the ground” a tempo indeterminato, e comunque per almeno altri dieci anni.
Ma la questione più interessante, se non altro per l’impegno preso da Washington anche a nome degli alleati coinvolti nella lunga guerra afghana, è la promessa di garanzia al sostegno finanziario delle forze di sicurezza di Kabul per tutto il periodo di validità dell’accordo, per un totale approssimativo di circa 4 miliardi di dollari l’anno, metà dei quali a carico degli Stati Uniti.
Il documento, nella sua versione finale, fornirà così agli a Washington l’autorizzazione formale alla prosecuzione delle operazioni militari, nominalmente nel ruolo di “trainer” e “advisor”, anche dopo il passaggio di responsabilità alle forze di sicurezza afghane.
Un accordo che spiana così la strada alla revisione strategica che verrà presentata al prossimo summit della Nato di Chicago il 21-22 maggio.
30 aprile 2012

I mujaheddin dell’Emirato islamico hanno lanciato una serie di attacchi simultanei contro le forze di sicurezza a Kabul, Paktia, Nangarhar e Logar. I taliban appartenenti al gruppo Haqqani Network – un movimento semi-autonomo e fortemente ideologizzato – hanno guadagnato posizioni tatticamente vantaggiose collocandosi ai piani più alti degli edifici delle aree di Charahi Zanbaq e Wazir Akbar Khan, nel cuore di Kabul.
“Siamo forti e possiamo colpire ovunque vogliamo”. Lo ha detto il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid, dopo gli spettacolari attacchi di domenica nella città di Kabul e nelle tre province di Nangarhar, Paktia e Logar. Nonostante il parziale fallimento dell'impresa, con quasi tutti i guerriglieri uccisi o arrestati, il messaggio al governo di Karzai e all'Occidente è comunque arrivato.
Non sembra essere la sostanza a incidere sulle relazioni tra i due attori ufficiali, Stati Uniti e governo afghano, bensì la forma. Il ruolo delle carceri afghane rientra in questo instabile equilibrio di rapporti formali.
Mentre gli Stati Uniti accelerano verso l’uscita dal conflitto, i taliban pregustano la propria vittoria insieme al Pakistan, pronto a giocarsi il finale della partita afghana.
Lo chiamano “green on blue”, ovvero “verde sul blu”. L'espressione sta a indicare i soldati della sicurezza afghana che aprono fuoco sulla loro controparte Nato, in pratica sui loro alleati. Cosa che sta accadendo sempre più spesso negli ultimi tempi. Basti pensare che un terzo dei militari Usa morti in Afghanistan nel 2012 sono stati uccisi proprio in questo modo.
E' una fredda notte di luna piena quella di sabato 10 marzo. Una notte che è destinata a segnare i rapporti Usa-Afghanistan. Una notte in cui un soldato americano ha deciso di uscire dalla propria base nel distretto di Panjwai, nella provincia di Kandahar, imbracciando il suo fucile.
Da qualche mese nell'universo internet si assiste a una curiosa novità, che se non implicasse fatti ed eventi drammatici farebbe quasi sorridere: l'esercito Nato (Isaf) e i talebani non si combattono più solo a suon di bombe e attentati ma anche a suon di “cinguettii” su uno dei social network più utilizzati al mondo, Twitter.
"Alle volte, pensando a quello che sta succedendo in Afghanistan, l’unica cosa che mi viene in mente è una guerra civile, che si muove però secondo dinamiche mafiose. Intimidazioni, minacce, pedinamenti, arresti, telefonate minatorie". Intervista a FB.
La profanazione del Corano non è nuova in scenari di guerra e occupazione che riguardano paesi a maggioranza musulmana, e ogni volta le reazioni della popolazione sono empre le stesse. E proprio perché ormai se ne conoscono le conseguenze, non si comprende come sia possibile che simili episodi accadano ancora.
“Quanti altri uomini devono ancora morire per una missione che non sta avendo alcun successo?”. Se questa domanda l'avesse fatta un attivista o un membro della società civile non ci sarebbe stato nulla di strano. Ma a farla è stato invece un ufficiale dell'esercito Usa, per giunta rivolgendosi al Congresso americano.