Afghanistan. Il segreto del successo dell’opposizione armata? C'entra la droga
Il cambio di strategia e il nuovo corso della guerra afghana proiettata verso la necessaria e “irreversibile” transizione, hanno indotto a una riduzione dell’attenzione mediatica sul conflitto, in particolare sul ruolo dei taliban sul campo di battaglia convenzionale e su quello politico e sociale. Eppure, anche nel dodicesimo anno di guerra i taliban hanno ottenuto buoni risultati nell’opera di allargamento operativo che dal sud e dal sud-est li ha spinti anche verso il nord e l’ovest.
di Claudio Bertolotti
La loro espansione è stata caratterizzata da un eccezionale progresso sul terreno della tattica militare: più e maggiormente sofisticate tecniche di imboscata, attacchi suicidi perfezionati, Ied sempre più devastanti, attacchi multipli coordinati, rapimenti e uccisioni mirate con lo scopo di demoralizzare funzionari locali e stranieri.
Tattica militare e politica accorta hanno consentito ai gruppi di opposizione di espandere sempre più la loro presenza sul terreno e tra la popolazione, proprio laddove si è per un po’ concentrato lo sforzo maggiore della strategia dell’Occidente: il terreno umano.
La situazione particolarmente critica dimostra come i taliban abbiano perseguito una politica della doppia velocità volta, da un lato, a occupare gli spazi lasciati vuoti dalle forze della Coalizione e, dall’altro, a colpire sempre più incisivamente proprio laddove l’impegno militare delle forze occidentali e governative avrebbe dovuto dimostrarsi maggiormente efficace.
I taliban hanno invece dato prova di essere in grado di portare a un escalation della violenza proprio nei punti chiave dell’Afghanistan da pacificare, le provincie di Kandahar, Paktya, Kabul, ma anche Herat, Nangarhar e Kunduz.
Le tecniche operativamente e psicologicamente più destabilizzanti sono quelle gli attacchi con ordigni esplosivi improvvisati (Ied, improvised explosive devices) e attacchi suicidi, migliorati con l’applicazione della tecnica Suicide Commando (SC), ma alta è anche la preoccupazione per le azioni tipiche della guerriglia, le imboscate.
Eppure i mandanti o gli oppositori non sempre sono taliban propriamente detti; il narcotraffico ha portato alla nascita di gruppi para-insorti che si pongono quale obiettivo il massimo profitto dal commercio di droga, nascondendosi formalmente tra i gruppi di opposizione e spesso collaborando con loro, sebbene non condividendone la spinta ideologica o politica.
La criminalità dunque si affianca ai gruppi di opposizione uccidendo “rivali in affari”, politici ostili, funzionari dell’apparato di giustizia.
Qual è il segreto del successo dei gruppi di opposizione?
La risposta è data dalla scelta della strategia, tanto ovvia quanto micidiale, che alla fine si è dimostrata essere vincente: l’adattamento a un conflitto asimmetrico fortemente limitante per le capacità iper-tecnologiche delle forze militari straniere.
Tale asimmetria ha imposto agli eserciti occidentali di ridurre le potenzialità di manovra sul campo di battaglia imponendo ai suoi soldati di scendere sul terreno del conflitto “corpo a corpo”, contro un “nemico invisibile” in grado di dileguarsi tra la popolazione civile e trovare protezione in essa.
La complessa e strutturata organizzazione dei gruppi di opposizione ha così raggiunto risultati eccezionali muovendosi all’interno delle regole che ha saputo imporre a una guerra apparentemente senza possibilità di successo.
Strategia del terrore, organizzazione dell’intelligence, costituzione di un apparato parastatale funzionante, “legittimazione” delle proprie azioni e della propria ideologia: tutto questo ha consentito di gestire l’instabilità afghana a proprio vantaggio attraverso una proficua e indiscriminata campagna di violenza che non si è limitata alle aree periferiche del paese ma che è andata a colpire anche, e sempre più, il cuore stesso del potere politico ed economico dell’Afghanistan.
Città come Kabul e Kandahar sono state sempre più oggetto di attacchi spettacolari e mediaticamente efficaci.
Sebbene l’Occidente si sia adeguato alla tipologia di conflitto dotandosi di uno “strumento” di guerra differente, ossia la dottrina denominata counterinsurgency, anche i gruppi di opposizione hanno fatto propri gli insegnamenti e le contromisure della lotta all’insurrezione.
La lotta per la “conquista di cuori e menti” della popolazione civile ha fatto parte di questo processo evolutivo nella competizione con il nemico sul campo di battaglia, non più terreno – o non solo – ma anche umano.
E in questa fase dello scontro il peso della droga, ancora una volta, si è fatto sentire.
Mentre il governo centrale si è, seppur pigramente, impegnato nel processo di eradicazione del papavero da oppio – unica fonte di sostentamento per molte delle comunità rurali dell’Afghanistan – gli insorti ne hanno garantito la sicurezza dei campi, l’acquisto delle produzioni stagionali con pagamenti anticipati e il supporto logistico alle comunità che hanno deciso di dedicarsi a questo tipo di coltura.
Le piccole e povere comunità di campagna, dovendo scegliere tra governo e insorti sulla base dei benefit e delle politiche adottate dall’uno e dagli altri, hanno scelto di stare dalla parte di chi è stato in grado di sostenere l’economia locale.
Questa è stata la ragione di base per la diffusa tolleranza, quando non di simpatia, verso i gruppi di opposizione da parte delle popolazioni rurali e del parallelo scetticismo misto a ostilità nei confronti del governo centrale e delle forze di sicurezza internazionali considerati incapaci di dare risposte concrete alle necessità sociali di base.
I taliban si sono avvicinati alla popolazione civile con fine ed efficace azione di convincimento basata sulla propaganda e su risposte concrete ai bisogni immediati di comunità ai margini di uno Stato a rischio di fallimento.
Gli ambiziosi progetti di rilancio economico non hanno avuto successo, almeno nel breve periodo, e questo è stato accolto, spesso a torto, come un fallimento irreversibile, addirittura un’illusione calcolata a tavolino.
Al contrario i taliban, che non sono in grado di proporre modelli di sviluppo su larga scala e a medio-lungo termine, sono stati capaci di sfruttare modelli tradizionali di micro-economia in grado di dare risultati modesti ma concreti sul breve periodo: una strategia che alla fine si è dimostrata essere quella vincente.
5 giugno 2012

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