A Roma si apre la tre giorni degli "stati generali" del pacifismo italiano

Cartelloni alle pareti, pennarelli colorati, migliaia di post-it. Oltre 300 persone, in arrivo da tante realtà italiane, sedute in cerchio che analizzano, discutono, elaborano. Succede a Porta Futuro che dal cuore del quartiere storico di Roma, si apre a più di 120 organizzazioni, associazioni e reti della società civile riuniti nel Forum Nazionale della Pace, promosso, tra gli altri, da Provincia di Roma, Rete Italiana Disarmo, Tavola della Pace e Tavolo Interventi Civili di Pace.

 

 

 

 

di Cecilia Dalla Negra

Proposte di Pace: giustizia e pace al tempo della crisi” è il titolo di questa tre giorni di lavori, che si propone di costruire, prima di tutto, uno spazio di confronto e di dibattito tra anime, reti e soggetti che in Italia lavorano sui temi della pace.

Si potrebbero definire gli “stati generali” del pacifismo italiano, e insieme una valutazione collettiva sullo stato dell’arte di un movimento capace di scrivere pagine importanti della storia di questo paese.

E che, oggi, si trova a fronteggiare la nuova sfida di un modello alternativo da proporre di fronte a una crisi – economica, sociale e culturale – che ha finito per investire anche il suo spazio vitale. Incontrarsi allora, per tentare di rispondere con proposte concrete al fallimento di un modello di sviluppo che è imploso, trascinando con sé la società civile.

È una frase di Alexander Langer – storica voce del pacifismo europeo – a fare da sottotesto costante a questa lunga e partecipata assemblea, e a dare insieme la misura di quale sia la sfida da affrontare oggi per il movimento contro la guerra: “I movimenti per la Pace devono sforzarsi di essere sempre meno costretti ad improvvisare per reagire a singole emergenze, ed attrezzarsi invece a sviluppare idee e proposte forti, capaci di aiutare anche la prevenzione, non solo la cura di crisi e conflitti”.

Una sfida che ha tentato di raccogliere anche Riccardo Troisi, tra gli organizzatori dell’evento, che incontriamo nella breve pausa concessa ai 7 gruppi di lavoro in discussione permanente ormai da ore.

È stanco ma soddisfatto di quello che, a un primo sguardo, sembra già un successo di partecipazione e condivisione: “E’ dura, quattro ore di assemblea non sono uno scherzo, ma vedere tutte queste persone che lavorano su questi temi, che da diverse realtà arrivano per confrontarsi in modo orizzontale e partecipato, consapevoli delle difficoltà e delle differenze esistenti, era il sogno che avevamo quando abbiamo immaginato questo Forum”.

Perché, prima di tutto, era questo il desiderio dei promotori: costruire uno spazio di incontro, dibattito e confronto tra tante realtà che compongono quel mosaico variegato e variopinto che è il Movimento per la pace in Italia.

Fatto di “tantissime realtà altrettanto frammentate, che a volte fanno difficoltà a costruire una sinergia. Quello che stiamo tentando di fare con questo Forum è ragionare insieme su come uscire dalla nicchia del pacifismo tradizionale nel quale, spesso, ci siamo rinchiusi. È un vecchio modello di risposta emergenziale a guerre e conflitti che oggi è necessario invertire: se vogliamo parlare di pacifismo oggi dobbiamo parlare di un’azione a 360 gradi, che passa per l’economia, la dimensione sociale, l’ambiente e, su questi temi, crea pratiche e battaglie comuni”.

È il rifiuto di quella tendenza autoreferenziale in cui, spesso, il Movimento è incappato, trovandosi a rincorrere situazioni di crisi umanitaria o di emergenza senza riuscire a far passare quel messaggio – del quale pure non è privo – globale e comprensivo, capace di raccontare e scrivere un modello di società e di relazione altro, diverso, più giusto.

“Oggi – spiega Troisi – non possiamo farci rinchiudere in una visione del pacifismo limitata all’antimilitarismo – che pure ne è parte fondamentale – e non produrre una visione e un progetto chiaro. La discussione che stiamo portando avanti nei diversi gruppi di lavoro oggi ci servirà a capire se abbiamo davvero in mente un percorso di cambiamento del nostro modello di resistenza. La sfida è quella di contaminare settori, mondi e società per uscire da questa crisi e produrre un cambiamento culturale capace di farci uscire da logiche vecchie e disarticolate”.

Già, perché sembra un paradosso parlare di internazionalismo, pace, nonviolenza, disarmo e sviluppo sostenibile di fronte alla crisi economica e sociale che ha investito l’Europa, e il nostro paese in particolare.

Ma non per chi, ancora, crede che la costruzione di un paradigma alternativo sia possibile: “La crisi va letta come una grande opportunità – prosegue Troisi – perché ha rotto schemi consolidati dimostrando l’inefficienza e la distruttività del modello attuale. Noi dobbiamo essere capaci di promuovere, all’interno di questa crepa che si è creata, proposte per modelli alternativi, contaminazioni diverse rispetto al passato. Il mondo pacifista deve provare a suggerire un cambiamento globale. Oggi la battaglia contro le spese militari si unisce a quella degli orti urbani, della mobilità alternativa, dell’altra economia, dell’accoglienza: sono pratiche che, insieme, devono dare l’idea che c’è un tessuto sociale forte pronto ad affrontare un cambiamento culturale. È una sfida: forse riusciremo a far diventare questa crepa una vera e propria rottura con il passato”.

È una lunga giornata, il dibattito prosegue.

Sabato mattina, in assemblea plenaria, il risultato di tanto lavoro sarà sintetizzato in una discussione aperta, comune.

“Perché – come ripetono in tanti - non basta incontrarsi e raccontarsi: occorre costruire”.

Tempo di un caffè equo-solidale, un giro tra i banchetti delle tante associazioni presenti, ed è già il momento di tornare ai gruppi di lavoro. Fa caldo in questo inizio di giugno romano, ma la bandiera della pace sventola, all’ingresso di Porta Futuro.

 

8 giugno 2012